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Coraggio, Salvini. Torna a picchiare contro l’Europa di Paolo Becchi

 

La nuova timidezza del candidato premier della Lega, Matteo Salvini, nel criticare l’Europa e l’euro mi fa venire in mente le elezioni europee del 2014, quando provai a convincere Gianroberto Casaleggio ad impostare la campagna elettorale del M5S contro la moneta unica e mi fu risposto che era rischioso farlo, meglio l’idea ambigua del referendum. Dell’euro si sarebbe discusso dopo i risultati. Conosciamo quei risultati: alle elezioni Renzi prese il 40% e Casaleggio il 20%.
Perl’amor di Dio, intendiamoci: Salvini resta “sovranista”, come pure resta cattolico, ma, ecco, al momento sembra un sovranista non dico “non praticante”, ma poco praticante.
Cattolico sì, insomma, ma forse anche pronto a riaprire le case chiuse. Toni moderati, populismo col silenziatore. Ottima mossa, se non fosse che quelli che come in Austria hanno vinto le ultime elezioni o che in Ungheria e in Polonia attualmente governano molto moderati non sembrano. Ottima mossa, ma intanto chi ti vuole contrastare continuerà a dipingere Salvini come un pericoloso populista. Ottima mossa, ma intanto a crescere nei sondaggi è Berlusconi.
CHI C’È
Il “moderato” nel centrodestra c’è già. E il voto moderato andrà a Berlusconi, il quale sta organizzando al meglio le sue truppe, o sarebbe meglio dire le sue “gambe”; ma il programma in fondo è sempre lo stesso: meno Stato, più mercato. Non funziona più oggi. Lo dico in modo molto moderato e per niente incazzato.
Oggi abbiamo bisogno di recuperare la nostra sovranità monetaria e questo significa più Stato. Tranquilli non voglio la dittatura del proletariato, ma solo dare allo Stato la possibilità di fare una sua politica economica. Oggi abbiamo bisogno di controllare il mercato e questo significa meno mercato. Tranquilli non voglio la pianificazione sovietica, ma solo evitare quello che è successo con le banche lasciate libere di imbottirsi di prodotti tossici (tanto poi a pagare ci sono i cittadini).
Ecco dove si apre lo spazio politico per Salvini. Potrebbe far capire tutto questo ai suoi alleati costruendo nella coalizione di centrodestra un polo autenticamente sovranista-populista che ponga al primo posto del suo programma il recupero della sovranità nazionale e monetaria e sull’onda del successo dei referendum autonomisti, una trasformazione dello Stato in senso federale. Berlusconi e Bossi vinsero le elezioni, contro una sinistra incapace, con una visione politica: “rivoluzione liberale” e federalismo; oggi Berlusconi e Salvini possono di nuovo vincere, contro un M5s che ha preso il posto della sinistra, ma politicamente è ancora più incapace. Grillo vive di tattica contingente, ma dopo la morte di Casaleggio è privo di prospettiva.
LA PANCIA
Grillo è la pancia, ma la testa manca. Ecco perché il centrodestra può nuovamente farcela. Ci vorrebbe però una nuova visione politica precisa, incentrata sul recupero della sovranità nazionale. Le prossime elezioni in Italia potrebbero rappresentare la rivincita di tutto coloro, il ceto medio in particolare, che sono usciti sconfitti dalla globalizzazione selvaggia. “Sovranismo” non significa, necessariamente, centralismo, e può coesistere con un riconoscimento molto ampio delle autonomie locali. È il globalismo, e non il “sovranismo”, che è contrario al localismo. Contro lo strapotere della finanza globale e delle oligarchie di Bruxelles cosa resta se non quel residuo di democrazia che ancora troviamo all’interno degli Stati nazionali?
Allo Stato unico globale possiamo solo replicare con uno Stato nazionale che riconosca grande spazio alle autonomie locali. È questo il principio di una “sovranità debole”,
non leviatanica, di cui parlo da tempo. E solo essa potrà conciliare ciò che sino ad oggi era difficilmente conciliabile: sovranità nazionale e federalismo.
IL BISOGNO
Questo è ciò di cui una coalizione di centrodestra avrebbe bisogno: recuperare il “sovranismo” in un’ottica federale, per tentare nella prossima legislatura una riforma in senso federale dello Stato
Per tornare grandi bisogna tornare a pensare in grande. Ma per far questo ci vorrebbe una nuova élite, simile a quella che Berlusconi e Bossi cercarono nel loro tempo di costruire. Senza una visione politica, senza cultura politica si potranno anche vincere le elezioni, ma per fare che cosa?

Paolo Becchi, Libero 7 gennaio 2018


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