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COME SI CERCA DI SPAVENTARE GLI ITALIANI (PER INDURLI A VOTAR TAJANI) di Luigi Luccarini.

Torniamo a parlare di mutui, tassi di interesse e “spread”.

Non dovremmo farlo per forza, dato che l’argomento in sé oggi come oggi è insignificante, soprattutto quello dei tassi, dopo che Draghi ha fatto capire che li lascerà fermi fino al prossimo settembre.

Però a quanto pare resta vitale per i nostri media che finalmente da ieri hanno potuto riproporsi in versione “strilloni”, tornando ad agitare lo spettro dell’inevitabile catastrofe che si starebbe per realizzare sulle nostre teste di poveri ed incauti cittadini.

In base all’ormai nota sequenza, stile “Fiera dell’Est”,  per cui abbiamo sbagliato a votare -> un Parlamento che sostiene un Governo incapace -> che fa aumentare lo spread -> che spinge all’insù i tassi -> aggravando le nostre rate di mutuo.

Una teoria che ha fatto sì che personaggi di chiara fama vi si esponessero con convinzione.

Esponendosi anche alla relativa figuraccia di venir poi regolarmente sbugiardati.

Tutti, da Brunetta l’urlatore, a Padoan, l’apparente normalizzatore di toni.

Passando naturalmente per Tajani, l’uomo che sta girando l’Italia per convincerci che moriremo tutti se non torniamo con lui e Forza B.

D’altra parte l’ignoranza è realmente democratica, nel senso che pone sullo stesso piano il professore universitario e il più umile dei manovali. Anzi, visto che l’ignoranza è la conseguenza di un difetto di volontà, è più facile che ci caschi dentro il cattedratico., che è pure presuntuoso (nel senso che “presume” di tutto conoscere, in base alla logica tipica dell’italiano: “lei non sa chi sono io”!).

Al contrario della scienza che è un luogo selettivo perché viene praticato solo da chi si impegna a studiare i fenomeni  prima di dettare sentenze al riguardo.

Ad ogni buon conto, se da ieri compilate una ricerca su Google, sezione “notizie”, utilizzando nella striscia l’associazione di parole “tassi-mutui-Italia-spread” vi usciranno fuori decine di risultati, tutti più o meno nello stesso senso.

“Mutui, secondo mese di rialzo dei tassi per la crescita dello spread” (Repubblica)

“Effetto spread su mutui, tassi in crescita” (Adnkronos)

“Lo spread fa infiammare i mutui: aumentano ancora i tassi dei prestiti” (Today)

“L’aumento dello spread ha fatto salire i tassi di mutui e prestiti” (Lettera43)

“Mutui, Abi: tassi aumentano ancora a 1,91%, effetto spread” (Tiscali.it)

Eccetera.

Che cosa è successo?

E’ accaduto che secondo le ultime rilevazioni dell’Associazione bancaria italiana, nel mese di novembre vi sarebbe stato un incremento marginale del tasso medio sui mutui salito all’1,91% dall’1,88% di ottobre, ed un accrescimento all’1,54% contro un 1,52% del mese precedente sulle nuove operazioni di finanziamento alle imprese.

E questo, secondo la “vulgata” (mica tanto: c’è compreso tutto il gotha della presunta “intelligenza” italiana) sarebbe senz’altro dovuto all’aumento del differenziale tra BTP e Bund nel mese di novembre, a causa degli scontri tra Roma e Bruxelles.

In realtà il ragionamento già non quadra per un semplice motivo empirico.

Quel differenziale, vale a dire il famoso “spread” non è affatto cresciuto nel mese in considerazione.

E’ sceso, invece, anche in modo piuttosto consistente.

Precisamente dal valore 305,7 dell’apertura del giorno 1 novembre a quello di 291,3 della chiusura del giorno 30 novembre.

Ma facciamo pure finta che in qualche modo, vista l’irregolarità del suo andamento, lo “spread” medio di novembre possa essersi attestato sopra quello del mese precedente (e vi garantisco che non è vero).

Dovremmo quindi dedurre che un differenziale BTP/Bund che da aprile è oltre che raddoppiato (ed in qualche frangente si è quasi triplicato) si sarebbe “scaricato” sui tassi alla clientela retail delle nostre banche con un aumento di soli 7 centesimi di punto?

Quando poi quel differenziale è arrivato a valere, per i Titoli di Stato, fino ad un 2% in più di Rendistat?

Perché se così fosse, se cioè 100 punti in più di spread implicassero un aggravio di circa 5 centesimi di interesse sulle operazioni ordinarie di prestito e finanziamento, per arrivare a veder crescere in modo rilevante – cioè di almeno 1 punto – il costo dei nostri mutui, dovremmo attendere che lo spread si posizioni vicino quota 2000.

Ma c’è di più.

Se prendiamo infatti in considerazione la serie storica dei tassi praticati in Italia proprio per i cosiddetti mutui abitativi, ci accorgiamo che il loro valore medio nel mese di novembre (1,91%) è esattamente uguale a quello di febbraio di quest’anno (1,91%) quando lo spread era intorno al valore 130, nella quiete del Governo dei Gentiloni.

(Sono dati Bankitalia, quindi indiscutibili per definizione, segnalatici dal Prof. Antonio Maria Rinaldi che per questo ringraziamo).

E se andiamo poi a considerare che l’IPC (inflazione) a febbraio faceva riscontrare un incremento su base annuale dello 0,5% mentre a novembre è stata registrata all’1,7% rischiamo di uscirne pazzi: perché non solo dobbiamo rilevare che i tassi sono calati proprio quando lo “spread” si è raddoppiato, ma addirittura quando le condizioni di mercato avrebbero dovuto spingerlo al rialzo!

Ora, tornando seri e ragionando per davvero sul “mini-aumento” fatto registrare nel mese di novembre, ricordo che in un precedente articolo, https://scenarieconomici.it/la-finta-correlazione-tra-tassi-mutui-e-spread-di-luigi-luccarini/) mi ero già permesso di segnalare che l’ipotesi di tensioni positive sui tassi era più che giustificata dalla prospettiva di un imminente esaurimento della fase espansiva della politica monetaria BCE, a fronte di una domanda di denaro a scadenze lunghe in aumento e la costante difficoltà delle banche di reperirne l’adeguata provvista mediante gli strumenti tipici di raccolta.

In effetti ABI ci racconta, anche per il mese di novembre, un aumento consistente della domanda di mutui (+2,3% nel 2018) e degli impieghi a famiglie e imprese, saliti dell’1,5% su base annua.

D’altra parte, come è ovvio, se aumenta la domanda di denaro, a parità di offerta, è logico che il prezzo tenda a muoversi all’insù.

Ed il prezzo in questo caso è l’interesse.

Inoltre (ed anche questo era in conto) a novembre la dinamica dei tassi ha certamente risentito delle attese di una superiore pressione per il rischio di funding dovuta alla prossima fine del programma di finanziamenti TLTRO da parte di BCE, poi confermata da Francoforte, che implica una possibile difficoltà crescente per gli istituti di credito italiani nel far fronte in modo efficiente ai deflussi di cassa attesi e inattesi.

Tenuto conto che il sistema bancario italiano è tra i maggiori beneficiari dei prestiti elargiti dalla Banca Centrale Europea, circa 240 miliardi di euro, una grossa fetta dei quali da rimborsare a partire dal 2019.

Lo “spread”, come si può capire da queste evidenze, continua a non avere alcun ruolo nelle vicende relative ai tassi di interesse sui mutui ed alla clientela bancaria in genere.

Piuttosto, i nostri giornalisti professori,  o professori giornalisti, meglio avrebbero fatto a rilevare come gli ultimi dati ABI, confermino un miglioramento del quadro “sistemico” delle banche italiane sul lato del rischio di credito, visto che

nel mese di ottobre hanno fatto un calo delle sofferenze nette a38,3 miliardi di euro dai 40,2 miliardi di euro del mese precedente e che il ratio tra le sofferenze nette e gli impieghi totali è sceso ora al 2,26%, contro il 4,89% di fine 2016.

Ma non sia mai che si divulghi una buona notizia con il dovuto risalto.

Ne risentirebbe a quel punto la campagna elettorale dell’Onorevole Tajani.

Che però dovrà anche lui rassegnarsi visto che nonostante le sue fosche previsioni, oggi le cose vanno così e probabilmente andranno ancor meglio domani.

LUIGI LUCCARINI

 


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