Economia
Carburanti, il governo non molla: nuova proroga degli sconti e pressing sull’Europa per una risposta comune

Il governo prepara un nuovo intervento contro il caro carburanti e, mentre lavora alla proroga dello sconto sulle accise del diesel, prova contemporaneamente a spostare la partita a Bruxelles. L’obiettivo è duplice: impedire nell’immediato che l’impennata delle quotazioni internazionali si trasferisca interamente sui bilanci di famiglie e imprese e, nello stesso tempo, costruire una risposta europea più strutturale a una crisi che non può essere affrontata indefinitamente attraverso interventi finanziati dai singoli bilanci nazionali.
Il nuovo passaggio è atteso nel Consiglio dei ministri convocato per mercoledì 26 agosto. Alla vigilia della scadenza delle misure attualmente in vigore, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha riunito i vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e il leader di Noi Moderati Maurizio Lupi per fare il punto sull’andamento dei prezzi e sulle possibili misure di sostegno. L’orientamento è quello di un’ulteriore proroga dello sconto, almeno per alcuni giorni, in modo da arrivare a settembre e avere il tempo necessario per mettere a punto un intervento più strutturale.
Dal Meeting di Rimini Salvini ha confermato la linea: «Intanto prorogheremo lo sconto diesel e poi stiamo ragionando più a lungo termine». Quanto alla durata, il vicepremier ha indicato «alcuni giorni, fino a settembre», aggiungendo di voler arrivare successivamente a qualcosa di «più continuativo» e «più sostanzioso».
Non si tratta del primo intervento dell’esecutivo. Il 4 agosto il governo aveva già prorogato fino al 25 agosto la riduzione di 17 centesimi al litro sul gasolio, composta da 14 centesimi di minore accisa e altri tre centesimi derivanti dall’Iva, estendendo contemporaneamente ad agosto il credito d’imposta destinato all’autotrasporto
Uno sforzo finanziario significativo, soprattutto considerando i limitati margini di bilancio e la necessità di mantenere sotto controllo i conti pubblici. La scelta dell’esecutivo è stata finora quella di intervenire in più fasi, adeguando gli strumenti all’andamento di una crisi energetica determinata principalmente da fattori internazionali.
E i numeri spiegano perché il dossier resti una priorità. Secondo gli ultimi dati dell’Osservatorio prezzi carburanti del Mimit, il 18 agosto il gasolio self sulla rete stradale nazionale aveva raggiunto in media 2,099 euro al litro, mentre la benzina si attestava a 1,994 euro. In autostrada il diesel aveva toccato 2,173 euro al litro.
Il problema, del resto, non riguarda soltanto l’Italia. Eurostat ha certificato che a luglio i prezzi di carburanti e lubrificanti per il trasporto privato nell’Unione europea erano superiori del 16,9% rispetto allo stesso mese del 2025. Rispetto a giugno, il diesel è aumentato mediamente del 4,3% e la benzina del 4,7%. In 25 dei 27 Paesi dell’Unione i carburanti costavano più di un anno prima. d è proprio qui che entra in gioco la seconda parte della strategia italiana: trasformare una risposta nazionale in una questione europea.
L’Italia, insieme a Germania, Spagna, Portogallo, Austria e Polonia, ha chiesto infatti all’Unione di aprire un confronto sulla possibilità di costruire un quadro europeo per intervenire sugli extraprofitti delle compagnie petrolifere, destinando eventualmente le risorse raccolte a misure capaci di attenuare l’impatto dei rincari su cittadini e imprese.
La Commissione, almeno per il momento, ha ricordato che la tassazione degli extraprofitti rientra nelle competenze fiscali degli Stati membri. Nel briefing ufficiale del 25 agosto a Bruxelles, il portavoce della Commissione Maciej Berestecki ha spiegato che i governi possono utilizzare i propri poteri fiscali per adottare misure di questo genere, purché compatibili con il diritto europeo. Ma il dossier non sembra affatto chiuso.
La presidenza irlandese del Consiglio Ue ha infatti aperto alla possibilità di proseguire il confronto. Sono previsti contatti bilaterali tra il ministro delle Finanze irlandese Simon Harris e gli omologhi dei Paesi promotori e, soprattutto, il tema è atteso al Consiglio Ecofin informale del 18 e 19 settembre a Dublino. È un passaggio politicamente significativo: la posizione iniziale della Commissione non impedisce ai governi di cercare un’intesa che possa successivamente trasformarsi in una soluzione condivisa a livello europeo.
A Bruxelles, dunque, la questione potrebbe tornare rapidamente sul tavolo. Il fronte costituito da sei Paesi, tra i quali figurano alcune delle maggiori economie dell’Unione, offre all’Italia una sponda importante per insistere sulla necessità di una risposta comune. L’obiettivo politico è evitare una frammentazione nella quale ogni Stato sia costretto a finanziare autonomamente misure emergenziali, con inevitabili differenze determinate dalla diversa capacità fiscale dei singoli Paesi.
È un’impostazione che richiama quanto già avvenuto durante la precedente crisi energetica, quando l’Unione europea introdusse un contributo temporaneo di solidarietà sugli utili straordinari del settore energetico. Proprio quel precedente rappresenta uno dei riferimenti utilizzati oggi dai Paesi che chiedono di riaprire il dossier.
Sul punto, tuttavia, gli esperti invitano a valutare attentamente gli effetti delle diverse soluzioni. Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, è fortemente critico sull’ipotesi di una nuova tassa sugli extraprofitti, che considera una misura politicamente comprensibile ma incapace di risolvere le cause strutturali della crisi. Secondo Tabarelli, il problema europeo è soprattutto la riduzione della capacità di raffinazione: negli ultimi vent’anni sono state chiuse oltre trenta raffinerie in Europa e una decina soltanto in Italia. Per questo, secondo l’economista dell’energia, nel lungo periodo servono soprattutto più capacità di raffinazione e maggiore produzione interna di petrolio e gas.
Tabarelli esprime perplessità anche sui tagli generalizzati delle accise, ritenendoli poco selettivi. Una posizione che, pur divergendo dalla scelta compiuta dal governo nell’emergenza, mette in evidenza proprio la necessità di passare progressivamente da misure temporanee a interventi strutturali.
È questa la vera partita delle prossime settimane. Il taglio delle accise serve oggi a contenere l’emergenza e a impedire che il rincaro internazionale venga scaricato integralmente sui cittadini. Ma Palazzo Chigi è consapevole che non può diventare uno strumento permanente finanziato esclusivamente dal bilancio pubblico.
Da qui il tentativo di costruire una soluzione più ampia: accise mobili, interventi mirati alle categorie maggiormente esposte e, soprattutto, un’iniziativa europea capace di distribuire in maniera più equilibrata il costo della crisi.
L’Italia, questa volta, non è sola. Con Germania, Austria, Polonia, Spagna e Portogallo ha portato il problema direttamente a Bruxelles e l’apertura della presidenza irlandese lascia intravedere un primo risultato politico. Settembre potrebbe diventare il mese decisivo.
Ma la strategia del governo potrebbe presto entrare in una seconda fase. Accanto alla proroga dello sconto sulle accise, Palazzo Chigi sta infatti lavorando a un intervento più selettivo, destinato soprattutto alle famiglie maggiormente esposte all’aumento del costo dei carburanti. Fonti governative parlano esplicitamente della necessità di tutelare le fasce di reddito più deboli, superando progressivamente la logica di uno sconto generalizzato che, per sua natura, garantisce lo stesso beneficio indipendentemente dalle condizioni economiche di chi fa rifornimento.
Tra le ipotesi circolate negli ultimi mesi c’è stata quella di utilizzare strumenti già esistenti, come la Carta Dedicata a Te, per riconoscere un contributo aggiuntivo destinato alle spese per il carburante. Si è ragionato anche su un possibile bonus nell’ordine dei 100 euro per i nuclei con Isee più basso, ma importi, platea e modalità di erogazione non sono stati ancora definiti e dipenderanno soprattutto dalle coperture disponibili. L’obiettivo politico resta comunque chiaro: concentrare una quota maggiore delle risorse sulle famiglie che subiscono più pesantemente l’aumento del costo della mobilità.
La scelta consentirebbe anche di rendere più sostenibile l’intervento per i conti pubblici. Il governo ha già mobilitato da marzo oltre 2 miliardi di euro per contenere il caro carburanti e la sola proroga decisa all’inizio di agosto fino al 25 del mese ha richiesto circa 245 milioni. Continuare indefinitamente con una riduzione generalizzata delle accise avrebbe quindi un costo molto elevato.
Da qui il possibile modello a due livelli: utilizzare nell’immediato le accise mobili, finanziando la riduzione attraverso il maggiore gettito Iva prodotto dall’aumento delle quotazioni petrolifere, e successivamente concentrare ulteriori risorse sulle famiglie con maggiore bisogno. Il decreto pubblicato il 24 agosto ha già riattivato questo meccanismo, riducendo l’accisa sul gasolio per il 25 e 26 agosto proprio attraverso le maggiori entrate Iva generate dall’aumento del prezzo internazionale del greggio.
In questo modo Palazzo Chigi punta a evitare una scelta secca tra tutela dei consumatori e tenuta dei conti: intervenire subito sul prezzo alla pompa, aiutare maggiormente chi dispone di redditi più bassi e contemporaneamente portare a Bruxelles la battaglia per una soluzione europea sugli extraprofitti. Una strategia su tre fronti che prova a trasformare una serie di interventi emergenziali in una risposta più strutturale alla nuova crisi energetica.










You must be logged in to post a comment Login