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Bruxelles contro il mercato: così l’Europa soffoca la crescita

Mentre gli USA innovano, l’Europa si ingabbia in norme e burocrazia. Un’analisi macroeconomica sulle cause della stagnazione UE: perché proteggere l’esistente sta uccidendo la nostra competitività.

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Esiste una divergenza strutturale tra Stati Uniti ed Europa che oggi non può più essere ridotta a una differenza di sensibilità economica. È una frattura di sistema. Da un lato un modello costruito per generare continuamente nuove imprese e sostituire quelle inefficienti; dall’altro un impianto istituzionale che, nei fatti, impedisce questa sostituzione e protegge l’esistente.

Il capitalismo funziona solo se le risorse – capitale e lavoro – si muovono rapidamente verso gli impieghi più produttivi. Negli Stati Uniti questo processo è lasciato operare con relativa libertà: le imprese nascono, crescono e, quando non sono più competitive, scompaiono. È un meccanismo duro, ma essenziale. Senza uscita dal mercato non c’è ingresso. Senza fallimento non c’è innovazione.

Anche in Europa, e in Italia in particolare, le imprese falliscono. E spesso falliscono in numero elevato. Ma è proprio qui che emerge la differenza decisiva: non è un fallimento che libera risorse per nuove attività più produttive, bensì un fallimento che avviene nonostante il sistema, spesso a causa del sistema stesso. Si fallisce per eccesso di burocrazia, per ritardi amministrativi, per carenza di accesso al credito, per un contesto normativo che soffoca prima ancora di selezionare. Non è distruzione creatrice, è logoramento.

L’Unione Europea ha progressivamente neutralizzato il meccanismo virtuoso della selezione. Non lo ha fatto con una scelta esplicita, ma attraverso una stratificazione di regole, vincoli e politiche che producono un effetto sistemico: rallentare la riallocazione efficiente delle risorse.

Il primo strumento di questa distorsione è la regolamentazione. L’Europa ha costruito un apparato normativo che rappresenta una barriera all’ingresso più che una garanzia di funzionamento del mercato. Costi di compliance elevati, incertezza giuridica, tempi decisionali lunghi: tutto converge nel rendere difficile la nascita e la crescita di nuove imprese. Le grandi aziende riescono a sostenere questi oneri; le piccole e le nuove vengono schiacciate. Il risultato è un mercato dove si muore per asfissia più che per concorrenza.

Il secondo strumento è la politica industriale, sempre più orientata alla difesa delle imprese già consolidate. Dietro obiettivi dichiarati come la “transizione” o l’“autonomia strategica”, si nasconde spesso una pratica sistematica di sostegno a imprese e settori in difficoltà. Sussidi, deroghe, protezioni regolatorie: interventi che dovrebbero essere eccezionali diventano permanenti. Si impedisce al nuovo di emergere e si mantiene artificialmente in vita ciò che dovrebbe essere sostituito.

Il terzo fattore è il sistema finanziario. L’Europa resta ancorata a un modello bancocentrico che privilegia la conservazione rispetto al rischio. Il credito fluisce verso soggetti consolidati, mentre le imprese innovative faticano ad accedere ai capitali necessari per crescere. Non si finanzia il futuro, si prolunga il passato.

Nel frattempo, mentre gli Stati Uniti producono innovazione e poi la regolano, l’Europa fa l’opposto: regola prima ancora che i mercati esistano. Questo approccio produce un effetto paralizzante. Si disciplinano tecnologie in fase embrionale, imponendo vincoli che ne limitano lo sviluppo. L’Europa è diventata una potenza normativa globale, ma ha rinunciato a essere una potenza economica.

Il nodo più profondo è politico. In Europa si è affermata l’idea che la chiusura di un’impresa sia sempre un fallimento da evitare. Ma la realtà è più complessa: ci sono fallimenti necessari, che generano crescita, e fallimenti patologici, che distruggono valore senza creare alternative. Il sistema europeo tende a evitare i primi e a produrre i secondi.

Le conseguenze sono ormai sistemiche. La crescita è debole, la produttività stagnante, la capacità di competere nei settori ad alto valore aggiunto limitata. Non è un caso: è il risultato coerente di un modello che ostacola la nascita del nuovo e gestisce male la fine del vecchio.

La verità, per quanto scomoda, è semplice: non esiste crescita senza selezione, non esiste innovazione senza rischio, non esiste sviluppo senza sostituzione.

E quindi il punto finale è inevitabile: un sistema che non riesce né a far nascere imprese nuove né a far morire in modo efficiente quelle vecchie è un sistema che non seleziona, non cresce e, alla fine, non compete. In altre parole, un sistema che si auto-condanna alla stagnazione.

Antonio Maria Rinaldi

Antonio Maria Rinaldi è stato direttore generale di SOFID,  capogruppo finanziaria di ENI e presidente di Trevi Holding, oltre che Professore di Finanza aziendale presso l’Università di Pescara e di Politica Economica presso la Link University. Europarlamentare dal 2019 al 2024.

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