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BpVi: siamo al “De Profundis”? E come sempre nessuno ne risponde.

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Mentre il C.d.A. della Banca popolare di Vicenza è interessato soprattutto alla programmazione TV, con il tentativo andato a vuoto di fermare il servizio di “Report” sulle vicende della banca , le verità che sinora i vertici bancari han cercato di tenere nascoste iniziano a venire a galla.

Un articolo del Fatto Quotidiano che potete trovare qui conferma una serie di timori e certezze che avevamo espresso già da tempo riguardo l’istituto di credito e  conferma quanto avevamo detto mesi fa circa i presupposti completamente erronei del piano industriale predisposto all’attuale CdA.

L’articolo riporta due interessanti valutazioni, anche se solo per accenno  e non in modo analitico e completo, in quanto si tratterebbe di documentazioni riservate agli operatori finanziari.

La prima valutazione è di Mediobanca, il maggior azionista di Unicredit, la banca  che garantisce l’aumento di capitale di BpVi. Questa banca ha ridotto le aspettative di utile per il 2018 del 17% rispetto a quanto indicato dal piano industriale dell’A.D. Iorio (167 milioni invece che 202), ma, soprattutto , una valutazione post aumento di capitale per la banca da 1,1 a 1,6  miliardi di euro. Dato che la banca chiede un aumento di capitale pari ad 1,75 miliardi, se questa valorizzazione fosse reale, avremmo che il valore del patrimonio netto della banca sarebbe negativo per un valore variabile dai 150 ai 650 milioni di euro. Chiunque partecipasse all’aumento di capitale è come se comprasse per u 1,2 euro una moneta da un euro. Non un grosso affare!

La seconda valutazione negativa viene dagli analisti della Kepler Cheuvreux. Secondo questa casa l’utile nel 2018 sarà di soli 87 milioni (-56% rispetto al business plan) e nel 2020 di soli 187 milioni nel 2020 (con un calo del 39,4% rispetto alle previsioni del CdA. Queste valutazioni fanno ovviamente precipitare il valore previsto per la banca, anche se i dati resi pubblici non riportano questo valore.

I motivi identificati dalla casa di analisi sono quelli che noi abbiamo elencato innumerevoli volte nei nostri incontri:

  • motivi di carattere ambientale, con la difficoltà per un istituto di credito di realizzare utili in un ambiente NIRP (tassi negativi);
  • le difficoltà di ricostruire la fiducia nei clienti , ricostruendo i rapporti perduti;
  • le possibili azioni legali degli azionisti e degli obbligazionisti. 

Chi partecipò agli incontri dell’associazione “Noi che credevamo nella BpVi” sa benissimo quando abbiamo criticato le previsioni di Iorio, giungendo a dati non molto diversi da quelli considerati ora dagli altri analisti. Tutto questo tristemente conferma che l’unica strada giusta fosse quella indicata dai vertici dell’associazione, con un rinvio della trasformazione ed una valorizzazione dei singoli pezzi della società non essenziali, accompagnata ad una drastica ristrutturazione e da una spasmodica ricerca dell’efficienza. Invece si è scelta la strada opposta, ed ora se ne colgono gli amari risultati.

Ecco anche spiegato l’incontro d’emergenza fra Governo,Banca d’Italia e dirigenti di Unicredit e UBI avvenuti la scorsa settimana: il gioco si è fatto troppo serio e nessuno vuole mettere i propri soldi in un’impresa perdente, per cui si cerca in ogni modo di “Socializzare” le perdite tramite una partecipazione di Cassa Depositi e Prestiti, cioè il risparmio postale. A parte che non si capisce bene perchè i risparmiatori postali dovrebbero perdere dei soldi per coprire buchi che si sarebbero potuti evitare in altro modo, un intervento del genere dovrebbe avvenire a “Condizioni di mercato” per impedire un veto da parte della Commissione Europea. Come ciò si possa realizzare in una situazione come quella sopra descritta rimane, per ora, un bel mistero, ma sappiamo quanto il governo sia sensibile ai poteri bancari.

L’unica strada possibile ormai sarebbe riconquistare la fiducia degli azionisti e dei clienti con decisioni chiare e definitive: il CdA dovrebbe iniziare di propria sponte le azioni contro tutti i precedenti amministratori e dirigenti, e quindi dare le dimissioni, rinunciando anche ai compensi, per permettere la nomina di un CdA nuovo, non collegato alle gestioni precedenti ed in grado di prendere le necessarie decisioni di ristrutturazione tali da dare una credibilità minima a qualsiasi piano aziendale. Non si può, come fatto finora, prendere a bastonate la massa dei piccoli azionisti e poi aspettarsi che sottoscrivano gli aumenti di capitale. Se si vuole salvare la banca invece che attendere un misterioso “Cavaliere bianco” bisogna , con grande umiltà e con grandissimo rispetto, tornare dai piccoli azionisti e garantire loro che qualsiasi mossa verrà intrapresa da ora in poi sarà solo nel loro stretto interesse, anche a costo di prendere decisioni dolorose. Inoltre, anche se ormai questi personaggi avranno messo in salvo i loro patrimoni personali nel più totale disinteresse di chi dovrebbe controllare, è necessario chiamare di fronte alle proprie responsabilità, di qualsiasi livello, coloro che hanno distrutto uno dei primi dieci gruppi bancari nazionali

Se invece si proseguirà con l’attuale strada del piccolo cabotaggio, del “Non disturbiamo il conducente”, dell’immobilismo funzionale alla cessione interessata di pezzi importanti dell’istituti a questa o quella parte, si andrà incontro ad un sicuro disastro, un buco che segnerà profondamente il Veneto e,soprattutto, metterà in ginocchio l’intero sistema creditizio italiano.

 

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