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BERLUSCONI: THE END

Nel 1993, Silvio Berlusconi si presentò come la diga ai comunisti e l’alfiere del liberalismo, tanto in politica quanto nell’economia. E i moderati gli furono grati per avere compiuto il miracolo di fermare la “gioiosa macchina da guerra” di Achille Occhetto. Anche nei decenni seguenti egli si presentò come il campione dell’anti-sinistra e dell’anti-statalismo: insomma come colui che avrebbe potuto finalmente avviare l’Italia sulla strada del liberalismo. In realtà, le sue promesse sono rimaste prevalentemente sulla carta. I suoi governi sono stati meno di sinistra dei governi di sinistra, ma non hanno mai realizzato le sperate riforme.
Non che questo si possa mettere a carico del Cavaliere. Le resistenze, negli altri partiti, nel suo stesso partito e nel Paese, sono state tali da rendere l’impresa impossibile. E dunque l’elettore di centro-destra potrebbe anche perdonargli la magrezza dei risultati: ad impossibilia nemo tenetur, dicevano i romani: nessuno è tenuto a realizzare l’impossibile. Va anche detto a suo favore che è stato fatto oggetto di una incessante, acida, feroce e persino irragionevole campagna di odio da parte di buona parte della nazione. Inoltre c’è stato contro di lui un accanimento giudiziario assolutamente senza precedenti e tale che, se fosse stato esercitato nei confronti di Gesù Cristo, il Messia sarebbe finito in gattabuia. Fra l’altro il Nazareno fu accusato di frequentare prostitute e di attività antisindacale e se la cavò meglio di Berlusconi perché allora le leggi non prevedevano quei reati.
Detto tutto questo, data la situazione attuale e data la sua età, se vogliamo tirare le somme, bisogna concludere che l’uomo di Arcore non era fatto per la politica. Ha avuto alcuni dei massimi successi della storia d’Italia, è passato da imprenditore privato a Primo Ministro in circa sei mesi, e tuttavia, mentre Niccolò Machiavelli non ha avuto nessun serio successo pubblico, ma capiva la politica, lui non l’ha mai capita.
Ne abbiamo avuto la prova definitiva con l’elezione di Sergio Mattarella a Presidente della Repubblica. Berlusconi ha coltivato il rapporto con Matteo Renzi, anche in vista di essere coinvolto nelle scelte più importanti e nell’elezione del Presidente della Repubblica, e l’ha favorito in ogni modo, a costo di creare gravissime tensioni nel suo partito. Ha anche tollerato che il famoso “patto del Nazareno” fosse disatteso nella nuova legge elettorale, che non ne rispetta né il livello del premio di maggioranza, né la sua attribuzione ad una coalizione, né lo sbarramento all’8%. Il patto è servito a Renzi per avere i voti del centro-destra quando sono stati necessari e nel frattempo per fare di testa propria. Berlusconi avrà sperato che almeno per il nuovo Presidente della Repubblica – per il quale si parla sempre di scelta condivisa – Renzi avrebbe realmente concordato il nome con lui, e invece anche in questo caso Renzi lo ha gabbato, addirittura con arroganza.
Renzi è scorretto e immorale? No. Renzi è un politico e Berlusconi no. Che non lo fosse ha cercato ripetutamente di dimostrarlo lui stesso: facendo le corna nelle foto ufficiali, facendo “cucù” alla signora Merkel, passando le serate con ragazzotte invereconde (non per i costumi sessuali, ma per il livello di cultura e distinzione), raccontando barzellette, complicandosi la vita, per anni, con gaffe e audacie mal riposte. Sapendo di essere odiato e giudicato con malafede, perché offrire a tutti di fargli del male, di condannarlo? Della sua vita sessuale si è parlato troppo, di quella altrui per nulla. O tutti gli altri sono impotenti, o lui è maldestro.
Ma soprattutto è imperdonabile che si sia fidato della parola dei politici. Cominciò dando credito a quel Presidente della Repubblica unanimemente giudicato il peggiore di tutti. S’è allevato in seno ogni sorta di serpi, talmente miserabili da arrivare a suicidarsi – come Gianfranco Fini – pur di cercare di iniettargli il loro veleno. Tanto che il riassunto è quello che s’è detto: non era fatto per la politica. Accusato di ogni doppiezza e di ogni nequizia, in realtà è sempre stato un ingenuo. Se è riuscito ad avere tanto successo è perché è intelligente, perché sa cogliere le buone occasioni, perché ha un bel po’ di qualità: ma per entrare in politica gli mancava la qualità essenziale: essere un politico. Un altro al suo posto oggi sarebbe Presidente della Repubblica, lui è chiamato “il condannato”, “il pregiudicato”, da gente che, moralmente e come capacità, non arriva nemmeno all’altezza delle sue scarpe.
Montanelli, consigliandogli disperatamente di non darsi alla politica, fino a rompere con lui nel modo più clamoroso, si dimostrava imperdonabilmente ingrato, ma confermava il suo fiuto. La parabola di Berlusconi si conclude nell’insignificanza. In politica è lecito essere assassini, non ingenui.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
1 febbraio 2015

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