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Art. 72, quarto comma, della Costituzione: il ricorso del Pd non sta in piedi (di P. Becchi e G. Palma)

Quanta confusione in questi giorni. La trattativa serrata tra il governo e la Commissione europea ha fatto slittare a sabato la discussione sulla legge di bilancio, sulla quale il governo ha posto la questione di fiducia. Il testo del maxi-emendamento è arrivato in aula al Senato nel primo pomeriggio, poi tornato nuovamente in commissione bilancio per alcune correzioni e ritornato all’aula in serata. Il voto finale sulla fiducia nella nottata, senza sorprese.
Nell’occasione il senatore Andrea Marcucci, capogruppo Pd a Palazzo Madama, ha dichiarato che il suo partito presenterà ricorso alla Corte costituzionale “viste le gravissime violazioni dell’articolo 72 della Costituzione“, un ricorso sul quale la Consulta dovrà pronunciarsi, ha insistito Marcucci, circa le “enormità che si sono compiute sotto i nostri occhi“.
Benché quanto accaduto in Senato lasci senza dubbio perplessi, l’eventuale ricorso del Pd non sta in piedi. L’art. 72 della Costituzione, all’ultimo comma, prevede, è vero, che nel caso delle leggi in materia di approvazione di bilanci e consuntivi sia adottata “la procedura normale di esame e di approvazione”. Vale a dire che il disegno di legge prima passa dalla commissione competente e, una volta approvato, è trasferito all’aula per la discussione (con annessa presentazione e discussione di eventuali emendamenti) e infine per il voto finale. Tutto questo a meno che il governo non decida di riassorbire il testo del ddl in un proprio maxi-emendamento sul quale decide di porre la questione di fiducia. In tal caso all’aula non è inibita la discussione – tant’è che sabato, seppur con tempi parecchio ristretti, la discussione c’è stata – bensì il voto sugli eventuali emendamenti e relativa discussione degli stessi. La procedura normale di cui all’art. 72 della Costituzione è dunque stata osservata nella struttura, infatti essa si perfeziona quando il testo è discusso ed approvato in commissione con successivo passaggio all’aula. In altre parole, perché la cosiddetta “procedura normale” venga rispettata è sufficiente non saltare l’intera fase di discussione ed approvazione in commissione e il successivo passaggio all’aula. Nulla vieta al governo, anche per le leggi di approvazione dei bilanci, di mettere la fiducia una volta che il testo è uscito dalla commissione ed è approdato in aula.
Ciò non vuol dire che la maggioranza ci abbia fatto una bella figura. Arrivare sabato pomeriggio al Senato con un ddl sul quale i senatori devono votare la fiducia senza neppure avere il tempo di leggere tutto il testo non è proprio il massimo per cercare di ridare centralità al Parlamento. Diciamolo pure: la manovra nasce da una discussione tra governo e commissione europea, e il parlamento ha avuto un ruolo subalterno. Il Pd che alza le barricate però fa ridere. Non lontanissimi sono i tempi in cui Renzi cambiava per poche ore i membri della commissione affari costituzionali perché non tutti fedeli esecutori dei suoi voleri in materia di legge elettorale e riforma costituzionale. E che dire delle nottate passate a Montecitorio per discutere della riforma costituzionale con l’ex Presidente del Consiglio che si aggirava sornione nell’aula? Senza parlare poi del voto di fiducia in materia elettorale posto sia da Renzi che da Gentiloni rispettivamente su Italicum e Rosatellum. Ci mancava solo l’ex Re Giorgio che, parlando di una ferita inferta alla democrazia, ha pensato di mettere la ciliegina sulla torta. Proprio lui.

di Paolo Becchi e Giuseppe Palma su Libero del 24 dicembre 2018

 

 

 

 


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