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Economia

Anche il Washington Post smonta il mito del salario minimo: quando la legge finisce per danneggiare i lavoratori

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Il salario minimo imposto per legge viene spesso presentato come una soluzione semplice e quasi indolore al problema delle basse retribuzioni. Basta fissare una cifra, sostengono i suoi promotori, per aumentare gli stipendi e cancellare il lavoro povero. Ma l’esperienza concreta dimostra che, soprattutto quando la soglia viene stabilita senza considerare le differenze tra settori, territori e imprese, gli effetti possono essere molto diversi da quelli annunciati.

A sollevare nuovamente il problema è persino il Washington Post, quotidiano certamente non riconducibile alla destra conservatrice. In un editoriale del 12 luglio, dedicato all’esperimento condotto nel Distretto di Columbia sulle retribuzioni dei lavoratori che ricevono mance, il giornale evidenzia le conseguenze prodotte dall’aumento forzato del costo del lavoro nella ristorazione: difficoltà per le imprese, riduzione degli orari, aumento dei prezzi e maggiore instabilità occupazionale. Il Consiglio di Washington era già intervenuto per rallentare il percorso di incremento e congelare temporaneamente la paga-base dei lavoratori con mance.

La questione è tornata di attualità anche dopo la proposta di portare il salario minimo federale americano fino a 25 dollari l’ora. Lo stesso Washington Post ha avvertito che una soglia di tale livello potrebbe accelerare l’automazione, spingere le aziende ad aumentare i prezzi e rendere più difficile l’accesso al lavoro proprio per le persone meno qualificate. Nei territori rurali e nelle aree con un costo della vita più basso, una cifra uniforme avrebbe inoltre un impatto molto diverso rispetto alle grandi metropoli.

Il punto non è negare la necessità di aumentare gli stipendi. Il problema è scegliere lo strumento più efficace per farlo. Anche il Congressional Budget Office riconosce che un aumento del salario minimo può migliorare il reddito di molti lavoratori e ridurre la povertà. Allo stesso tempo, però, può causare la perdita del posto per altri dipendenti, diminuire le ore lavorate e colpire soprattutto giovani e lavoratori con minore esperienza. In una valutazione su una soglia federale di 17 dollari, l’organismo indipendente del Congresso aveva stimato una possibile riduzione dell’occupazione di circa 700 mila unità.

È il paradosso del salario minimo: chi conserva il posto può guadagnare di più, ma chi viene escluso dal mercato del lavoro non riceve alcuna protezione. Un’impresa che non riesce ad assorbire l’aumento può ridurre il personale, comprimere gli orari, rinunciare a nuove assunzioni, trasferire i maggiori costi sui consumatori oppure sostituire alcune mansioni con macchinari e sistemi automatici.

L’esperienza americana dovrebbe far riflettere anche l’Italia, dove una parte della sinistra continua a proporre una cifra nazionale uguale per tutti come risposta quasi esclusiva alla questione salariale. Il nostro sistema produttivo è composto da settori profondamente differenti per produttività, organizzazione, dimensione aziendale e costo del lavoro. Applicare indistintamente la stessa soglia a industria, agricoltura, commercio, artigianato e servizi rischierebbe di ignorare queste diversità.

La strada del salario giusto appare più articolata e più aderente alla struttura italiana. La contrattazione collettiva non considera soltanto la paga oraria, ma l’intero trattamento economico: tredicesima, quattordicesima, ferie, malattia, scatti di anzianità, indennità, previdenza integrativa e welfare. L’OCSE riconosce che la contrattazione può contribuire a migliorare la qualità del lavoro e a sostenere le retribuzioni più basse, adattando gli interventi alle specificità dei diversi comparti.

Questo non significa difendere lo status quo. Occorre accelerare i rinnovi dei contratti, contrastare quelli pirata, misurare la reale rappresentatività delle organizzazioni firmatarie e intervenire attraverso la fiscalità per aumentare il netto in busta paga. Ma è diverso dal credere che una cifra stabilita dal Parlamento possa, da sola, risolvere tutti i problemi.

Il dibattito americano conferma che non esistono pasti gratis neppure nelle politiche salariali. Aumenti eccessivi o uniformi possono produrre risultati opposti alle intenzioni, penalizzando le imprese più fragili e proprio quei lavoratori che si vorrebbero tutelare. Per aumentare davvero i salari servono produttività, crescita, riduzione del cuneo fiscale e contratti collettivi autorevoli. Non una bandiera ideologica, ma una politica del lavoro capace di proteggere insieme occupazione e potere d’acquisto.

Ecco allora che in questo contesto la rivendicazione della sinistra che usa il salario minimo come unica bandiera del proprio programma economico futuro, perde valore e si scontra anche con molti economisti che già adombravano dubbi sulla reale efficacia di questa misura.

Diverse analisi economiche e parti sociali in Italia e non solo evidenziano poi i limiti e gli effetti negativi di questa misura che possono avere effetti sulle imprese nel senso che le PMI, che costituiscono il tessuto produttivo principale, potrebbero non sostenere l’aumento improvviso del costo del lavoro, bloccando le assunzioni o rischiando la chiusura. allo stesso tempo il salario minimo può spingere le aziende per evitare i costi maggiorati, a proporre ai lavoratori il sommerso o il lavoro irregolare.  Se il costo di un lavoratore supera il valore effettivo che lo stesso produce per l’impresa, le aziende ridurranno la domanda di lavoro.  Fissare un minimo per legge rischia di far sì che i contratti collettivi nazionali si allineino tutti verso quella soglia, riducendo gli aumenti legati a qualifiche, anzianità o merito. Ed è per questo ed altri motivi che molti pensano che sia certamente meglio la miusra del salario giusto appena varata dal governo Meloni.
Il “salario giusto” è sostenuto come un modello superiore al “salario minimo”perchè protegge i lavoratori attravreso i CCNL. Evita una paga oraria fissa uguale per tutti per legge, garantendo invece un Trattamento Economico Complessivo (TEC) legato alle specificità del singolo settore. 
I sostenitori di questo approccio evidenziano diversi motivi per cui è considerato più efficace che possono essere sintetizzati in :
    • Flessibilità settoriale: Tiene conto delle differenze tra i vari comparti economici, offrendo tutele calibrate sulla base delle competenze e delle complessità del mestiere. 
    • Contrasto ai “contratti pirata”: Si basa sui contratti firmati dai sindacati maggiormente rappresentativi, tutelando i lavoratori da accordi al ribasso che non offrono garanzie adeguate. 
    • Pacchetto completo: Include nel calcolo indennità, welfare aziendale e premi, assicurando un bilanciamento migliore rispetto a una soglia puramente monetaria. 
    • Adeguamento automatico: Moltiplica i riferimenti economici attraverso le tabelle contrattuali periodicamente rinnovate, riflettendo le reali condizioni del mercato del lavoro.

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