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Amministrative 2026: quel vento di sinistra che se c’è, ancora non si vede proprio

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“Un conto è votare contro qualcosa, ben altra cosa è votare a favore di qualcosa. Il problema del campo largo è tutto qui, non ha ancora presentato lo straccio di una proposta valida su cui costruire una idea di futuro di paese. Unico collante è quello di essere contro Giorgia Meloni” confessa un esponente di spicco dell’ala riformista del Pd, ieri nel tardo pomeriggio. Nel centrodestra, invece, si percepisce, evidentemente una maggiore concretezza e compattezza verso alcuni problemi reali della gente comune.

Evidentemente il fatto che dopo quasi quattro anni di governo il partito di Giorgia Meloni abbia ancora un consenso ben più alto di quello che aveva quando ha vinto le elezioni, qualcosa vorrà pur dire. Ma tutto ciò dalle parti della sinistra evidentemente non viene colto, e si continua a guardare al dito e non alla luna, pensando che ogni rondine ( la vittoria la referendum, sulla quale il centro sinistra ha contato davvero pochino) faccia primavera.

Al Nazareno, sede del partito democratico, qualcuno ha sussurrato, in queste ore, che le elezioni amministrative sono state come una secchiata di acqua gelata appena svegli. E che la segretaria abbia tenuto una riunione nella notte con i fedelissimi per capire come muoversi nei prossimi giorni, per attutire il colpo di quella che molti definiscono come una batosta vera e propria. Erano certi di vincere a Venezia, e quasi sicuri di conquistare anche Reggio Calabria, Pistoia ed Arezzo. Ebbene il colpo è riuscito solo a Pistoia, mentre Venezia e Reggio Calabria vanno al centro destra e ad Arezzo si andrà al ballottaggio. Questi erano i 4 comuni dove il campo largo sperava di aere conferme dopo la vittoria al referendum. Ebbene le conferme sono arrivate ma per il centro destra.

La faccia di Igor Taruffi, il fedelissimo della Schlein, esperto di numeri e grande tessitore di alleanze e rapporti con i potentati locali del partito, era tutto un programma. La botta è stata durissima, al di là del valore locale delle elezioni, il campo largo da ieri si è un poco ristretto, mentre il centrodestra si ricompatta, grazie anche ad una leader, che non solo mostra di autorevole quando le cose vanno bene, ma anche coraggiosa e acuta quando le cose invece volgono al peggio.

In questa tornata alle amministrative la premier ha preferito tenere un profilo basso e lasciare ai suoi uomini occuparsi delle elezioni, mentre il campo largo ancora una volta ci ha messo la faccia, soprattutto a Venezia, dove tutti i leader si sono presentati compatti e dimostrando come la loro presenza spesso a livello locale abbia un effetto boomerang.

Il centrodestra ha saputo rimboccarsi le maniche dopo una batosta come quella del referendum che avrebbe stroncato un toro, dimostrando una resilienza ed una compattezza, che poco volte si è vista nella storia di questa repubblica. Mentre il campo largo paradossalmente dopo la vittoria, ha mostrato ancora di più le sue tante contraddizioni e le sue tante anime, rinchiusi in una sterile ed inutile discussioni sulle primarie per scegliere il leader che dovrà guidare la coalizione.

Eppure a Venezia, il no al referendum aveva vinto e anche alle europee il Pd era stato il partito più votato, ed è per questo che si nutriva una ragionevole speranza che si potesse vincere anche con un certo margine. Ed invece la scelta di un candidato moderato e apprezzato come il giovane assessore Simone Venturini ( questo dovrebbe essere di monito anche per le alcune scellerate scelte fatte dal centro destra in passato, Roma e Milano su tutte) ha pagato ed è arrivata una “vittoria mondiale” come ha detto una entusiasta Meloni al senatore veneto Raffaele Speranzon.  E chissà se come dice Adolfo Urso, altro plenipotenziario del partito in Veneto, sulla vittoria del centro destra non abbia influito anche la compente industriale  “Il successo di Simone Venturini spiana la strada alla rinascita industriale di Porto Marghera all’insegna delle tecnologie green”, ha scritto sui social il ministro del Mimit.

Ha fatto discutere anche il fatti che  il campo largo abbia deciso di candidare alcuni bengalesi favorevoli a una moschea, puntando quindi sulla integrazione in un momento, certamente non proprio ideale dopo i fatti di Modena e l’arresto a Reggio Emilia, di un giovane pronto a compiere un attentato. Poche ore prima della chiusura delle urne al Mimit si teneva il primo tavolo sulla crisi di Electrolux che nel trevigiano ha un importante insediamento. Insomma come dire che in certe circostanze e non solo in Italia, la sinistra mostra un certo scollamento dalla realtà, e si arrovella su temi che seppur importanti, sono percepiti come secondari dalla gran parte della cittadinanza alle prese con problemi certamente più urgenti.

E anche un poco sprovveduta la Schlein, che ormai metà partito vorrebbe far fuori, nelle su dichiarazioni alla vigilia, e mostra sempre di più una certa inadeguatezza non solo a guidare un paese ma anche il primo partito di opposizione. Perchè come spesso si dice le elezioni amministrative non sono quasi ai un test per le politiche ( figurarsi un referendum) ed infatti i politici sono sempre molto cauti nelle loro esternazioni pre e post elettorali. Non la pensava di certo così Elly Schlein che alla vigilia del voto nel capoluogo del Veneto parlava di «segnale» da lanciare, di test politico e assicurava alla piazza: «Da qui mandiamo a casa Meloni». Veneti e reggini hanno mandato a casa il Pd e la segretaria, commentava un senatore di Forza Italia.

 

Perchè anche dove il centro sinistra ha vinto come a Salerno o ad Enna, lo fa grazie a chi, come Vincenzo De Luca e Mirello Crisafulli, lo hanno fatto in aperta polemica e senza il simbolo del partito, decretando l’ennesimo smacco alla Schlein, che nel suo primo discorso di insediamento aveva giurato che con lei alla segreteria era finito il tempo dei cacicchi e dei capibastone. Dopo tre anni, il risultato è che, se possibile, con lei i cacicchi sono diventati ancora più potenti e soprattutto autonomi dal partito centrale.

Ecco allora che le parole ironiche di Fabio Rampelli, vicepresidente della Camera, dovrebbero far riflettere chi nel campo largo pensa forse di avere la vittoria in tasca: «i dati delle comunali confermano la fiducia nel centrodestra e nel governo Meloni, dimostrando che il referendum è stato un episodio sganciato dalle attività di questi 4 anni. Chi sperava in un risultato diverso avrà forse modo di stupirsi, noi invece abbiamo ben chiaro che una sinistra sfascista, ideologizzata e produttrice seriale di fake news non ce la farà mai. Insomma, si portano sfiga da soli».

Insomma come dire che una rondine non fa primavera, e che per il centrosinistra la situazione ora pare complicarsi ancora di più, perchè le tensioni tra i leader potrebbero acuirsi, anche per i risultati sempre più deludenti dei cinque stelle di Conte, che ancora una volta mostrano la loro totale irrilevanza a livello locale, se non c’è un loro candidato. Non è un caso se proprio a Venezia Conte e la Schlein siano andati a sostenere il candidato Andrea Martella, separati. Una situazione che rischia di ripetersi sempre più spesso, alimentando i dubbi che il testardamente unitari sia destinato a diventare uno di quei un mantra da ripetere ossessivamente come una preghiera, sperando che accada un miracolo.

 

 

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