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Allarme in Germania: “Rischiamo di cancellare il 70% dell’industria”. Berlino trema per l’ondata industriale cinese
Un esperto della CDU lancia l’allarme: fino al 70% dei posti nell’industria tedesca rischia di sparire sotto l’ondata delle esportazioni cinesi sottocosto e il calo degli ordini

La Germania sta affrontando una vera e propria emorragia produttiva che rischia di trasformarsi nel collasso definitivo del suo modello economico. Ogni mese spariscono nel silenzio generale tra i 10.000 e i 15.000 posti di lavoro nelle fabbriche tedesche, ma l’impatto peggiore deve ancora manifestarsi: nei prossimi cinque o dieci anni fino al 70% dell’occupazione industriale potrebbe essere spazzato via dall’offensiva commerciale di Pechino.
A lanciare l’allarme senza troppi giri di parole è Johannes Volkmann, deputato al Bundestag per la CDU ed esperto di politica estera, intervenuto nel podcast del giornalista Paul Ronzheimer. Il quadro tracciato non lascia spazio all’ottimismo: la Germania rischia di perdere per sempre la propria spina dorsale manifatturiera.
La trappola a tenaglia: export bloccato e invasione di prodotti
Il cuore del problema è quello che viene definito il “doppio shock cinese”. Le imprese tedesche si trovano strette in una morsa micidiale da cui faticano a liberarsi:
- Mercato cinese sbarrato: Le esportazioni tedesche verso la Cina sono crollate ad un quinto rispetto al 2022. I marchi tedeschi, storicamente dominanti, vengono rapidamente rimpiazzati da alternative locali sostenute dallo Stato.
- Invasione del mercato europeo: L’eccesso di capacità produttiva cinese viene scaricato a prezzi aggressivi direttamente in Europa. Basti pensare che nel solo primo trimestre le importazioni di auto ibride plug-in da Pechino sono aumentate del 140%.
Oggi un terzo dell’intero surplus commerciale globale della Cina deriva direttamente dagli scambi con il continente europeo. In termini pratici, stiamo finanziando la crescita industriale cinese mentre impoveriamo il nostro tessuto produttivo e la domanda interna.
Il sacrificio del Mittelstand
La crisi non colpisce soltanto i colossi come Volkswagen o BASF, ma minaccia di distruggere le piccole e medie imprese della componentistica. Si tratta di quello che i tedeschi chiamano Mittelstand, e che indica quel mix di piccole/medie aziende che sotituisce il vero cuore imprenditoriale tedesco, più dei pochi grandi gruppi.
“Non possiamo sacrificare il Mittelstand all’eccesso di capacità cinese, sperando che i grandi gruppi vengano divorati per ultimi”, ha denunciato Volkmann. Il riferimento è a uno studio di una commissione governativa francese, secondo cui l’inerzia politica metterà a repentaglio il 50% delle tute blu in Francia e il 70% in Germania. Settori pilastro come la meccanica di precisione, la chimica di base e l’automotive rischiano la liquidazione pura e semplice.
Chi sperava in un riequilibrio spontaneo del mercato è fuori strada. Pechino ha confermato nel suo piano quinquennale investimenti massicci per gonfiare ulteriormente la propria capacità produttiva industriale. Senza una barriera difensiva, le merci continueranno ad arrivare a ritmi insostenibili per chiunque rispetti standard salariali ed energetici occidentali.
L’illusione del De-risking e il parallelo con il gas russo
Le politiche europee di “riduzione del rischio” (de-risking) sono rimaste per lo più sulla carta. Nei fatti, la dipendenza dalle materie prime critiche e dalle terre rare orientali è aumentata. Si può dire tranquillamente che tutte le risposte e politiche europee per la protezione dell’industria sono state fallimentari, come mostra chiaramente il settore auto.
La Germania sta ripetendo lo stesso errore strategico commesso con il gas russo: per paura di affrontare i costi immediati di una transizione, si infila in una dipendenza sempre più stretta e pericolosa. In questo caso il terrore di pochi grandi gruppi industriali di perdere le cadenti fette del mercato cinese espongono tutto il sistema industriale tedesco.
Per invertire la rotta servirebbero decisioni drastiche: dazi compensativi immediati contro i sussidi statali cinesi, diversificazione reale delle forniture e controlli severi sulle infrastrutture strategiche. Poi, ovviamente, bisognerebbe risolvere il noto del costo energetico. Parole di saggezza dal politico tedesco, ma il governo Merz sembra incapace di fare alcunché, paralizzato da una contradditoria alleanza con i socialdemocratici, mentre la Commissione sembra sempre più prona verso la Cina. A questo punto non si può che attendere il disastro.






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