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Volkswagen trema: l’azienda rischia di sparire? Cosa prevedono i suoi stessi manager

I vertici bocciano il modello di business: crollo degli utili del 28% e 35.000 posti di lavoro a rischio in Germania. Le ipotesi shock: dai mezzi militari alla vendita di impianti ai cinesi di Xpeng

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Brutte notizie in arrivo per l’assemblea generale di Volkswagen. La situazione è considerata così grave dai vertici dell’azienda da far temere per la sua stessa sopravvivenza. Il motore trainante della Germania sembra aver fuso la testata e il panico inizia a farsi strada nei corridoi del potere di Wolfsburg.

Un sondaggio che suona come una sirena d’allarme

Un recente sondaggio interno, rivelato da “Manager Magazin” e presentato in aprile, fotografa un clima disastroso. Essendo protetti dall’anonimato, i dirigenti hanno abbandonato le rassicurazioni di facciata per dire la cruda verità.

Ecco i risultati emersi dal consiglio di amministrazione:

Valutazione della situazione aziendaleVoti dei membri (su 9)
L’esistenza dell’azienda è minacciata6
La situazione è molto tesa3
Il modello di business è sostenibile0

Tutti i dirigenti sono d’accordo su un punto: il modello di business attuale non sta più in piedi. Le strategie adottate per la Cina e il Nord America sono state bocciate all’unanimità. A peggiorare le cose, manca una direzione condivisa per il futuro del gruppo. Quattro manager hanno idee totalmente diverse dagli altri quattro, creando una spaccatura interna che blocca il rilancio di marchi come VW, Audi, Seat, Cupra e Škoda. Solo una cosa è certa: qualcosa bisogna fare, altrimenti VW sparirà, e questo è visto come certo. 

I conti in rosso e i tagli dolorosi

L’assemblea generale si preannuncia tesa. Gli azionisti chiederanno conto di un bilancio che sta soffrendo molto. Nel primo trimestre, gli utili del colosso europeo sono scesi in modo verticale:

  • Calo dei profitti: -28,4% (da 2,186 miliardi di euro a 1,564 miliardi di euro rispetto ai primi tre mesi dell’anno scorso).
  • Tagli al personale: 19.000 posti di lavoro verranno cancellati in Germania entro la fine dell’anno. Un numero destinato a salire a 35.000 in base ai recenti accordi sindacali avviati a fine 2024, con un piano di 28.000 uscite a lungo termine entro il 2030.
  • Fabbriche a rischio: Sotto la scure dei tagli ci sono gli stabilimenti di Emden, Zwickau, Hannover e l’impianto Audi di Neckarsulm. L’impainto Audi in Belgio, recentissimo, è già stato chiuso.

L’amministratore delegato, Oliver Blume, tenta di difendere la sua gestione sottolineando come i costi di produzione in Germania siano stati tagliati di oltre un quinto. Un successo contabile, certo, ma a quale prezzo per la vita reale dei lavoratori? Inoltre quanto la competizione sui prezzi è una buona scelta per una casa automobilistica tedesca?

Le ricadute economiche: un settore nel caos

Le conseguenze di questi tagli vanno ben oltre i bilanci aziendali. Il taglio di decine di migliaia di stipendi ben pagati significa che migliaia di famiglie smetteranno di consumare e di comprare beni. Quando la domanda crolla perché i lavoratori perdono la loro capacità di spesa, l’intero sistema economico frena di colpo. Si innesca una reazione a catena che rischia di affossare non solo la Germania, ma tutta l’industria europea a essa collegata.

Il caos del settore auto tedesco è ormai palese. Per salvare i conti emergono idee che sanno di disperazione: da un lato, l’ipotesi surreale di convertire le linee civili alla produzione di mezzi per l’esercito; dall’altro, l’idea di vendere alcuni impianti ai rivali cinesi di Xpeng, una vera e propria resa gestionale. Il colosso che per decenni ha dominato i mercati globali insegnando agli altri come fare le automobili, oggi valuta di cedere le proprie fabbriche a chi, fino a ieri, considerava un semplice inseguitore.

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