Economia
Il “salario giusto” del Governo Meloni: la risposta concreta al lavoro povero oltre la propaganda sul salario minimo

Negli ultimi anni il dibattito sul lavoro è stato spesso ridotto a uno slogan: salario minimo. Una proposta che il centrosinistra continua a indicare come la soluzione principale al problema dei bassi stipendi, nonostante molti economisti abbiano evidenziato come un minimo legale, se fissato a livelli non coerenti con la produttività dei diversi settori, possa produrre effetti indesiderati sull’occupazione, soprattutto nelle piccole imprese e nelle aree economicamente più fragili.
Oggi, però, il confronto si sta spostando su un terreno diverso. Sempre più attenzione viene dedicata al concetto di “giusto salario”, un approccio che punta a garantire retribuzioni adeguate senza ricorrere necessariamente all’imposizione di una soglia uguale per tutti.
L’idea parte da una constatazione semplice: il mercato del lavoro italiano è estremamente eterogeneo. Esistono comparti ad alta produttività e altri caratterizzati da margini molto ridotti; grandi multinazionali e microimprese familiari; realtà del Nord e del Sud con costi e dinamiche profondamente differenti. Pensare che una singola cifra possa rappresentare la risposta universale rischia di semplificare eccessivamente una questione molto più complessa.
Il “giusto salario” si fonda invece sul rafforzamento della contrattazione collettiva realmente rappresentativa, sulla lotta ai contratti pirata, sull’aumento della produttività, sulla riduzione del cuneo fiscale e sulla crescita del valore aggiunto prodotto dalle imprese. In altre parole, non punta soltanto ad aumentare il salario nominale, ma a creare le condizioni affinché gli stipendi possano crescere in maniera stabile e sostenibile.
Non è un caso che anche l’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani dell’Università Cattolica abbia evidenziato come il tema centrale non sia semplicemente fissare una soglia minima, ma assicurare che ogni lavoratore riceva una retribuzione equa attraverso strumenti capaci di valorizzare la contrattazione e migliorare il funzionamento del mercato del lavoro.
Il limite principale del salario minimo è infatti quello di intervenire solo sul sintomo e non sulle cause. Se un’impresa ha una bassa produttività, costringerla ad aumentare artificialmente il costo del lavoro senza intervenire sul contesto può tradursi in minori assunzioni, riduzione delle ore lavorate o minori investimenti. Nei casi più estremi può persino incentivare il lavoro sommerso.
Il “giusto salario”, al contrario, affronta il problema in maniera più organica. Accanto ai rinnovi contrattuali, mette al centro la formazione, gli investimenti in innovazione, gli incentivi alla produttività e una fiscalità meno gravosa sul lavoro. È una strategia che mira a far crescere contemporaneamente salari, competitività e occupazione.
Potenzialmente, se applicato in modo coerente, il decreto modificherà radicalmente il mercato del lavoro, in quanto attua l’articolo 36 della Costituzione: “il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro, sufficiente a garantire a sé e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa.”
Il punto chiave è che, con questa norma, il lavoratore può sempre rivolgersi al giudice e chiedere l’applicazione del TEC (Trattamento Economico Complessivo, quindi in generale ben più alto del minimo tabellare) previsto dal contratto collettivo stipulato dalle associazioni datoriali e sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale, nel settore di appartenenza, per il suo inquadramento e la sua qualifica. In linea di principio, non vi è più spazio per il dumping salariale e per i cosiddetti contratti pirata.
“La legge non affronta il problema della rappresentatività – e a nostro avviso fa bene. Per risolvere questo problema sarà quindi necessaria una forte assunzione di responsabilità delle parti sociali, soprattutto quelle datoriali. Per fare solo qualche esempio dei tantissimi problemi che si possono incontrare è noto che molte imprese medio piccole che hanno le caratteristiche tipiche dell’industria aderiscono a Confartigianato perché i contributi INPS sono notevolmente inferiori rispetto a quelli che gravano su un’impresa di Confindustria.” scrive l’economista Giampaolo Galli dell’osservatorio Cpi della Università Cattolica di Milano.
In questa prospettiva si inseriscono anche le misure adottate negli ultimi anni dal governo, dal progressivo taglio del cuneo fiscale agli incentivi per l’occupazione stabile, passando per i premi di produttività detassati e gli interventi a sostegno degli investimenti. L’obiettivo dichiarato è aumentare il reddito disponibile dei lavoratori senza scaricare interamente il costo sulle imprese.
Naturalmente nessuna riforma rappresenta una soluzione miracolosa. Anche il “giusto salario” dovrà dimostrare nella pratica di essere in grado di migliorare concretamente le retribuzioni più basse. Tuttavia, rispetto alla logica del salario minimo uguale per tutti, propone un modello più aderente alle caratteristiche del sistema produttivo italiano.
Il confronto politico, quindi, rischia di essere meno semplice di quanto appaia. Da una parte c’è una proposta facilmente comunicabile, come il salario minimo legale, che continua a rappresentare il principale cavallo di battaglia del centrosinistra. Dall’altra emerge un’impostazione che prova a coniugare tutela dei lavoratori, sostenibilità economica e crescita della produttività.
La vera sfida, probabilmente, non è stabilire per legge una cifra valida per tutti, ma costruire un mercato del lavoro nel quale ogni lavoratore possa percepire un salario realmente giusto perché sostenuto da imprese più competitive, contratti collettivi efficaci e un sistema fiscale che premi il lavoro anziché penalizzarlo. È una strada certamente più complessa e meno immediata dal punto di vista della comunicazione politica, ma che molti osservatori ritengono più solida e più adatta a produrre effetti duraturi sull’economia italiana.









You must be logged in to post a comment Login