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William Vickrey, premio Nobel: i 15 errori fondamentali della visione finanziaria dell’economia. Perchè le banalità che sentite in TV sono dei falsi economici. (SECONDA PARTE)

 

William Vickrey è stato premiato nel 1996 , purtroppo postumo, con il premio Nobel per l’economia. Esperto della Teoria dei Giochi, soprattutto legati alle aste, è stato un economista di scuola keynesiana estremamente critico sulla visione della scuola di Chicago e si concentrò sulla lotta alla disoccupazione , piuttosto che sull’inflazione. Al contrario di tanti economisti che non misero mai in pratica le proprie idee, lui partecipò al rinascita economica del Giappone progettandone ed applicandone una radicale riforma fondiaria durante il governo del generale MacArthur .

Uno dei suoi ultimi scritti, pochi giorni prima di morire, fu relativo a sfatare : “Gran parte della saggezza economica convenzionale che prevale nei circoli finanziari, sottoscritta come base per la politica di governo, e largamente accettata  dai media e dal pubblico”, che lui definiva ” basata su analisi incomplete, assunzioni non basata sui fatti e false analogie”. Ad esempio la definizione che il risparmio sia sempre un bene, oppure l’analogia fra il bilancio di uno Stato e quello di una famiglia (un evergreen della superficialità). Data la lunghezza dello scritto base divideremo la sua presentazione in tre parti.

QUI LA SECONDA PARTE (DAL 6 AL 10). Ecco il link originale

6 Fallacia.  Bisogna mantenere un tasso di disoccupazione che sia NAIRU, Not Accellerating Rate of Unemployment, un tasso di disoccupazione che non accelleri l’inflazione (magari fra il 4 e 6%). Prima di tutto ricordiamo che la misura del NAIRU è estremamente variabile, e la UE ha cercato di giustificare, soprattutto per l?italia, NAIRU bel più alti del 6% con una disoccupazione definita  in modo estremamente restrittivo (un’ora alla settimana, lavorare anche gratis  se in famiglia). Detto questo Vickrey nota due elementi: il primo di carattere storico, è legato al fatto che ci sono stati casi abbastanza diffusi di disoccupazione bassissima ed inflazione bassa, come gli USA nel 1926 ed ora, con disoccupazione all1,8%, lo 0,6% della Repubblica Federale Tedesca nei primi anni sessanta ed il Giappone ora , aggiungiamo noi; inoltre quello che può essere una cifra accettabile in generale può non esserlo quando viene a colpire alcuni gruppi sociali che si trovano ad avere disoccupazioni del 10-20%. Vickrey afferma come sarebbe necessario introdurre una  misura di NAIRRU, Not Accellerating Rate of Reducing Unemployment, cioè un tasso di riduzione della disoccupazione che non accelleri l’inflazione, misura estremamente volatile e di non facile determinazione. L’inflazione resta comunque un elemento secondario rispetto alla disoccupazione: l’inflazione può modificare la distribuzione della ricchezza, mentre la disoccupazione riduce la ricchezza complessiva, l’output prodotto, per cui è equivalente al vandalismo.

7 Fallacia. Se il governo la smettessi di immischiarsi e portasse i bilanci in equilibrio i mercati dei capitali, lasciati liberi, sarebbero in grado da soli di portare la prosperità con l’auito di una “Sana” politica monetaria. SI dà per scontato che i mercati dei capitali, lasciati liberi, sarebbero in grado di regolare prontamente i risparmi programmati e gli investimenti, allo stesso modo con cui si regola il prezzo della patate, con domanda ed offerta. A parte dimenticar che perfino i mercati più semplici, come quelli del grano o dei prodotti agricoli, possono essere manovrati, nella realtà i mercati monetari richiedono un ampio intervento delle autorità monetarie per raggiungere l’equilibrio. Forse l’equilibrio poteva essere raggiunto ai primordi del capitalismo, nel XVIII secolo, quando le quantità monetarie era quasi completamente per specie. Al giorno d’oggi la realtà è ben diversa: da un lato gli investitori richiedono profili temporali sempre più lunghi e complessi (fondi pensione, ad esempio), dall’altro l’altissima obsolescenza della tecnologia ha ridotto la vita degli investimenti di capitale. Questo rende ancora più complesso l’incontro di domanda ed offerta e si viene a generare un gap, per gli squilibri fra offerta e domanda di capitale, che riduce lo sviluppo del PIL, quindi la ricchezza complessiva, quindi l’occupazione, senza un intervento pubblico. In assenza di flussi da e per l’estero un governo si troverà nella necessità di mantenere un  deficit constante leggermente superiore al tasso desiderato di crescita.

8 Fallacia. Se continuano i deficit, prima o poi non gli interessi prosciugheranno il bilancio pubblico. Anche se i media amano presentare prospettive disastrose sulla crescita del debito. Prima di tutto esiste la possibilità (di cui Vickrey non parlava) di un intervento Japan Style per contenere gli interessi da parte di una  banca centrale normale. Quindi se ipotizziamo una situazione in cui gli interessi  sul mercato siano il 8%, la crescita del PIL al 6% , l’inflazione al 3%, (quindi crescita reale al 3%) abbiamo che il debito può crescere , in termini nominali del 6%. Gli interessi da coprire dovrebbero essere pari al 2%, ma il reddito e le imposte sarebbero crescite, e sarebbro necessari minori sussidi alla disoccupazione, e Vickrey non considera l’intervento della banca centrale.

9 Fallacia. L’effetto negativo dell’aspettativa del ripagare il debito aumentato viene ad annullare l’effetto espansivo. Si tratta della famosa equivalenza Riccardiana: dato che il debito dovrà essere ripagato tramite le tasse, il cittadino risparmia pr affrontare le tasse future. Questo richiederebbe che non vi fosse nessuna resa del capitale investito, nessuna inflazione, nessun miglioramento della produttività, tutto naturalmente non reale. Anche in un mondo ideale con una sola tassa sui terreni (tema caro a Vickrey) comunque il fatto di poter costruire grattacieli più alti, quindi di poter avere una redditività superiore derivante dal capitale immesso tramite il debito pubblico, spiazzerebbe l’effetto riccardiano. In un mondo fiscale complesso, con una miriade di tasse, è molto difficile, se non impossibile, per il singolo prevedere se, e quanto, pagherà il debito, eventualmente, fra anni.

10 Il valore della valuta nazionale rispetto a quelle straniere o all’oro è legata alla solidità dell’economia e se mantieni una valuta forte contribuisci a mantenere l’economia solida. Questo è quello strano orgoglio che in Italia viene tradotto con il motto “Una grande economia deve avere una moneta forte”, per cui si giustifica l’euro, perchè da soli “La nostra valuta sarebbe carta straccia”. In realtà i valori delle valute sono legati alle dinamiche dei prezzi nei diversi paesi, alle bilance commerciali , alle dinamiche dei capitali nei diversi paesi. Un paese  non deve preoccuparsi di mantenere una valuta forte, ma di mantenere un sistema economico alla piena occupazione, lasciando che i cambi si aggiustino in base alle variabili. Ancora prima dell’euro Vickrey aveva previsto che i vincoli di Maastricht avrebbero portato ad una forte crescita della disoccupazione e non sarebbero stati mantenibili per le economie più piccole. Era il 1996.

 

 

 

 


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