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William Vickrey, premio Nobel: i 15 errori fondamentali della visione finanziaria dell’economia. Perchè le banalità che sentite in TV sono dei falsi economici. (Prima parte)

 

 

William Vickrey è stato premiato nel 1996 , purtroppo postumo, con il premio Nobel per l’economia. Esperto della Teoria dei Giochi, soprattutto legati alle aste, è stato un economista di scuola keynesiana estremamente critico sulla visione della scuola di Chicago e si concentrò sulla lotta alla disoccupazione , piuttosto che sull’inflazione. Al contrario di tanti economisti che non misero mai in pratica le proprie idee, lui partecipò al rinascita economica del Giappone progettandone ed applicandone una radicale riforma fondiaria durante il governo del generale MacArthur .

Uno dei suoi ultimi scritti, pochi giorni prima di morire, fu relativo a sfatare : “Gran parte della saggezza economica convenzionale che prevale nei circoli finanziari, sottoscritta come base per la politica di governo, e largamente accettata  dai media e dal pubblico”, che lui definiva ” basata su analisi incomplete, assunzioni non basata sui fatti e false analogie”. Ad esempio la definizione che il risparmio sia sempre un bene, oppure l’analogia fra il bilancio di uno Stato e quello di una famiglia (un evergreen della superficialità). Data la lunghezza dello scritto base divideremo la sua presentazione in tre parti.

Potete trovare tutto lo scritto di Vickrey a questo link, e vi consiglio di leggerlo. Qui vi presenterò un sunto dei 15 punti:

  1. Primo errore: I deficit sono rappresentati come spese peccaminose a carico delle future generazioni, facendo un ‘errata equivalenza fra debito privato e pubblico. In  realtà è l’esatto opposto, perchè la spesa a deficit ed a debito permette la crescita economica e quindi l’investimento privato, ponendo le fondazioni della ricchezza delle generazioni future. Senza i deficit le future generazioni avranno una minore dotazione di capitale.
  2. Secondo Errore: bisogna incentivare il risparmio perchè il suo accumularsi favorirà la formazione del capitale. Anche in questo caso si tratta di un errore che deriva dall’idea che il risparmio diventa immediatamente fondi destinati al prestito ed all’investimento. Purtroppo non è così, il risparmio può essere improduttivo (pensiamo all’oro), mentre il consumo sicuramente favorisce l’accumulazione del risparmio in capo alle aziende.
  3. Terzo Errore: il debito pubblico spiazzerà i prestiti ai privati. In realtà è l’esatto opposto: mentre spendere il ricavato dalle tasse è una partita di giro, spendere denaro preso a prestito aumenta il reddito disponibile ed i consumi. Se l’autorità monetaria non porrà eccessive restrizioni questo favorirà, non frenerà , il prestito alle realtà produttive.
  4. Quarto errore: l’inflazione  la più crudele delle tasse occulte perchè colpisce i poveri. In realtà è l’esatto contrario, perchè un aumento dell’inflazione viene a portare una perdita solo a chi ha attività liquide che non generano interessi, mentre porterà un vantaggio ai debitori,che siano privati o lo Stato. Il calo dell’inflazione invece avrà l’opposto effetto, punendo chi ha debiti e avvantaggiando i dententori dei titoli di stato a reddito fisso.
  5. Quindi errore:” Un trend cronico verso l’inflazione è segno di vivere al di sopra della vostre capacità” (Alfred Kahn, 1993) In realtà, analizzando i dati dal punto di vista storico, unici momenti in cui vi è stata una “Vita al di sopra delle nostre capacità” per cui il capitale è stato distrutto o non si è riuscito a mantenerlo in modo adeguato, sono stati i periodo bellici. Perfino nel periodo fino al 1926 con disoccupazione all’1,5% non  stato un  momento in cui si è vissuti “Al di sopra delle nostre possibilità”. L’inflazione avviene perchè gli imprenditori possono aumentare i prezzi e questi vengono accettati dal mercato grazie alle politiche aziendali di diversifiazione, innovazione, di ricerca, ai brevetti, alle pratiche più innovative o meno, per i servizi, per il marketing. L’inflazione non c’è quando le risorse rimangono inutilizzate, oppure quando veramente si consuma il capitale non riuscendo a sostituirlo.

Fine prima parte

 

 

 

 


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