FinanzaGiapponeUSA
Verso un nuovo “Accordo del Plaza”? L’intervento sullo Yen giapponese, il calo del Dollaro e il fattore Trump
Lo yen vola a 154 e il Dollar Index scende ai minimi. Takaichi e la Fed di New York preparano un intervento valutario storico. Le similitudini con il 1985 e i rischi per l’economia globale.

Il mercato valutario globale sta vivendo giornate di intensa volatilità. Lo yen giapponese si è rafforzato prepotentemente, portandosi a quota 154 contro il dollaro in un balzo superiore al 2% in sole due sessioni. Siamo ai massimi da oltre un mese, ma a sorprendere non è solo il dato tecnico, bensì il contesto geopolitico e monetario che lo circonda.
Dietro questo movimento non vi sono le consuete dinamiche di carry trade, ma il prezzo che i mercati stanno prezzando per un rischio ormai tangibile: un intervento coordinato tra Tokyo e Washington per sostenere la valuta nipponica e, simmetricamente, svalutare il biglietto verde. Ecco il grafico del cambio Yen – Dollaro da Tradingeconomics:
Domenica, il Primo Ministro giapponese Sanae Takaichi ha dichiarato senza mezzi termini che il governo adotterà le “misure necessarie” per contrastare i movimenti speculativi. Una dichiarazione d’intenti che si è incrociata con indiscrezioni provenienti da oltreoceano: venerdì scorso la Federal Reserve di New York ha iniziato a sondare i livelli di cambio dollaro/yen con i principali dealer. Nel gergo delle banche centrali, questo è il classico lavoro preparatorio che precede un intervento congiunto sui mercati FX.
La debolezza strutturale del dollaro (DXY a 97)
Il Dollar Index (DXY), che misura la forza della valuta USA contro un paniere di altre monete, è scivolato verso quota 97, toccando i minimi da quattro mesi. Ecco il relativo grafico, che, come sapete, misura la forza del dollaro rispetto a un paniere delle altre valute:
Non si tratta solo di una questione giapponese, ma di una debolezza generalizzata del dollaro, guidata da tre fattori principali:
- Il fattore Fed: Crescono le aspettative che il Presidente Donald Trump possa presto sostituire il capo della Fed, Jerome Powell, con una figura decisamente più “colomba” (dovish), pronta ad abbassare i tassi e a favorire la svalutazione. Si parla di una figura proveniente dai vertici della finnza USA.
- Caos geopolitico e dazi: Trump ha minacciato dazi del 100% sul Canada in caso di accordi commerciali con la Cina, e ha agitato lo spettro di nuove tariffe sui paesi europei per supportare la sua ambizione di “acquisire” la Groenlandia, prima di fare marcia indietro verso un accordo quadro.
- Incertezza sui tassi: La Fed si appresta a lasciare i tassi invariati questa settimana, ma l’attenzione è tutta sulla forward guidance per il prossimo taglio.
Il fantasma dell’Accordo del Plaza del 1985
Di fronte a queste manovre, tra gli analisti più navigati serpeggia una domanda: siamo di fronte a un nuovo “Accordo del Plaza“?
Per comprendere la portata di questo paragone, occorre fare un passo indietro. Il 22 settembre 1985, i rappresentanti dei paesi del G-5 (Stati Uniti, Giappone, Germania Ovest, Francia e Regno Unito) si incontrarono all’Hotel Plaza di New York. L’obiettivo era chiaro e concordato: svalutare il dollaro americano, all’epoca troppo forte, per ridurre il colossale deficit commerciale degli USA e far uscire l’economia americana dalla recessione.
Le banche centrali intervennero massicciamente, vendendo dollari e comprando yen e marchi tedeschi. L’operazione fu un successo per Washington, ma le conseguenze per il Giappone furono devastanti. Il forte apprezzamento dello yen distrusse la competitività dell’export nipponico, portando a bolle speculative interne, al crollo della Borsa e del mercato immobiliare nei primi anni ’90, e dando inizio al famoso “Decennio Perduto” giapponese, da cui Tokyo, sotto molti aspetti, non si è mai del tutto ripresa. Nel 1987, con l’Accordo del Louvre, si tentò di fermare il crollo del dollaro divenuto ormai eccessivo.
Confronto: Accordo del Plaza 1985 vs Possibile Intervento 2026
| Caratteristica | Accordo del Plaza (1985) | Scenario Attuale (2026) |
| Partecipanti | G-5 (USA, JAP, GER, FRA, UK) | Bilaterale (USA – JAP), con subalterni |
| Obiettivo | Svalutare il Dollaro forte | Svalutare il Dollaro, sostenere lo Yen |
| Strumento | Vendita coordinata di USD | Pressione politica su Fed, intervento diretto |
| Natura dell’accordo | Altamente coordinata e diplomatica | Meno concordata, guidata da minacce di dazi |
| Grande assente | ( | La Cina |
Un nuovo Plaza, ma più doloroso
L’attuale tentativo di “risistemazione” dei cambi presenta notevoli analogie con il 1985, ma le differenze sono cruciali e preoccupanti.
Se l’Accordo del Plaza fu un capolavoro di diplomazia finanziaria multilaterale, l’attuale manovra sembra meno concordata e più imposta dalle minacce tariffarie di Washington. L’ironia della storia vuole che gli USA cerchino nuovamente di svalutare a spese degli alleati (Giappone in primis, ma anche l’Europa), ma il contesto è radicalmente mutato.
Il problema principale è che l’attuale dinamica ignora la minaccia maggiore per l’economia statunitense: la Cina. Pechino, a differenza del Giappone degli anni ’80, non ha alcuna intenzione di sedersi a un tavolo per rivalutare lo yuan e favorire l’export a stelle e strisce. Qualsiasi nuovo “Plaza Accord” che escluda il colosso asiatico rischia di essere un’arma spuntata, capace solo di danneggiare le economie alleate (come il Giappone, o il Canada sotto minaccia di dazi) senza risolvere il deficit commerciale americano.
Se Takaichi e Washington procederanno, la transizione sarà dolorosa. I mercati si preparano a un terremoto valutario dove, come sempre, le esportazioni dei paesi satelliti rischiano di pagare il prezzo del riequilibrio imperiale americano.










You must be logged in to post a comment Login