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Uscita dall’euro, svalutazione ed inflazione

Pubblichiamo questo articolo di Andrea Benetton (fonte The Fielder)

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Nel dibattito italiano tra «euro sí» e «euro no», esiste un equivoco in cui cadono molti sostenitori del libero mercato, nel comprendere i concetti di svalutazione e d’inflazione. A loro dire, qualsiasi ipotesi che non preveda il mantenimento dello status quo monetario è contraria all’idea d’avere una moneta «solida». In quest’articolo, evidenzierò come tale approccio non corrisponda alla realtà da un punto di vista di libero mercato. Per procedere oltre, è importante che s’abbia chiaro il significato dei termini: è necessario, quindi, dilungarsi in alcune premesse.

La svalutazione è la perdita di valore d’una moneta nei confronti d’una o piú monete, in regime di cambi fissi. In regime di cambi variabili, si parla di deprezzamento della moneta.

Il termine inflazione ha varie accezioni e definizioni leggermente differenti anche tra le diverse banche centrali. Ai fini di quest’articolo, diamo per buona l’accezione mainstream, per la quale esso indica un generale e continuo aumento dei prezzi di beni e servizi in un dato periodo che genera una diminuzione del potere d’acquisto d’una moneta. Va però evidenziato che le cause che possono produrre quest’aumento dei prezzi sono molteplici. Può esservi un aumento dei prezzi dovuto a un aumento dell’offerta di moneta — l’unico che, in un testo d’economia austriaca, troverete chiamato inflazione — oppure a cause non correlate a variazioni nell’offerta di moneta, come ad esempio è stato lo shock petrolifero degli anni Settanta.

> Una soluzione monetaria per l’Europa

Aumenti dei prezzi non dovuti a eccesso di moneta sono perfettamente fisiologici, in un sistema economico di libero mercato (cosí come una loro diminuzione). Infatti, questi non sono altro che il mercato che trova nuovi equilibri dopo variazioni della domanda e/o dell’offerta su mercati quali quelli del lavoro o delle materie prime. Un mercato libero, infatti, è in costante adattamento al mutamento delle condizioni generali e delle preferenze degli agenti economici. Maggior domanda o minor offerta di queste può provocare aumenti di prezzi che a cascata si trasferiscono su altri mercati.

Un aumento dei prezzi indotto da un aumento dell’offerta di moneta è invece profondamente iniquo, perché lede il principio che la moneta debba esser neutrale rispetto a tutti gli agenti economici. Ed è per questo ch’esso è generalmente avversato da tutti i sostenitori del libero mercato. Per capire perché, dobbiamo pensare a come avviene dinamicamente l’emissione di moneta in un sistema di central banking, immaginandoci una delle possibili «strade» che la moneta prenderà e cifre esemplificative.

Al momento zero, la moneta è creata dalla banca centrale — poniamo per un importo di 100 — ed è prestata alle banche. Al momento uno, le banche la prestano allo Stato, coll’inflazione che ha ridotto il potere d’acquisto reale a 98. Al momento due, lo Stato ci paga dipendenti e fornitori, dando una moneta dal potere d’acquisto ridotto a 96. In sintesi, per tutta la nuova moneta emessa c’è chi vince — coloro che sono all’inizio della catena, cioè banche e Stati — e chi perde, cioè noi.

> Uscita dall’Euro, domande e risposte

In secondo luogo, questa continua inflazione indotta riduce lo stock di debito dei debitori, contemporaneamente al risparmio detenuto in forma monetaria. Guarda caso, i piú grossi detentori di stock di debito sono, ancor una volta, banche e Stati. Chi sostiene l’aumento dell’offerta di moneta per causare inflazione lo giustifica di solito in termini utilitaristici per rilanciare l’economia e uscire dalla crisi riducendo gli stock reali di debito sia pubblico sia privato (del sistema bancario). Tuttavia, col livello dei tassi attuali comparato al livello di rischio reale, tale moneta supplementare non può attivare alcuna attività nell’economia reale, perché trova impieghi piú redditizi nella finanza o nel finanziamento del debito pubblico. Inoltre, a mio parere, la critica sul piano etico della ridistribuzione dai cittadini verso banche e governi è piú importante di qualsiasi considerazione utilitaristica.

Inoltre, se — da fautori del libero mercato — dal crollo dell’euro vogliamo salvare il mercato comune, dobbiamo esser consci che attuare politiche di QE unilateralmente in un sistema a cambi variabili all’interno d’un’area di libero scambio è incompatibile con la stessa: sostanzialmente porterebbe a una guerra valutaria che può concludersi solo con politiche protezionistiche e con la fine stessa dell’area di libero scambio.

Quel che mi preme evidenziare, però, è che un aumento dei prezzi dovuto a una svalutazione o a un deprezzamento è frutto di dinamiche separate dalla stampa di moneta, anche se storicamente alcune volte sono accaduti contestualmente. Qualora non vi sia stampa di moneta, un apprezzamento o un deprezzamento d’una valuta in un sistema a cambi variabili non è che un nuovo equilibrio raggiunto a causa d’una diversa composizione della bilancia dei pagamenti. Non v’è nulla di sbagliato, anomalo, strano o riprovevole in ciò.

Come s’innestano queste premesse nel dibattito sull’uscita dall’euro? In primis, bisogna fare il punto su come siamo entrati nell’euro. Come sono stati definiti i rapporti di cambio d’ingresso? Non di certo con un processo di mercato. Un processo di mercato sarebbe stato mantenere le valute parallele e in cambio variabile per una certa finestra temporale. Questo era l’approccio suggerito da Milton Friedman (o, in Italia, da Antonio Martino). Cosí, il valore delle economie sarebbe stato pesato con prezzi di mercato, e sulla base dei fondamentali reali delle varie economie.

Invece non è andata cosí. Il cambio definitivo tra l’euro e le varie valute nazionali è stato una decisione esclusivamente politica, avvenuta il 31 dicembre 1998, ben tre anni prima dell’adozione effettiva dell’euro stesso, il 1º gennaio 2002, e dopo decenni d’un sistema a cambi vincolati, al punto da essere trattabili come fissi, salvo le periodiche svalutazioni. Tali svalutazioni sono avvenute sí sull’azione di «cattivi» speculatori, ma questi possono qualcosa solo se le banche centrali difendono un peg irrealistico — il quale non è che la controprova che i cambi vincolati non funzionavano. I resoconti della trattativa sui cambi definitivi dimostrano chiaramente che tutte le parti erano consapevoli di come tale tasso in realtà prezzasse anche reciprocamente i costi del lavoro.

Il costo dell’unità di lavoro italiano ai cambi definiti nel 1998 è stato sopravvalutato o sottovalutato? Ormai sono passati dieci anni dall’introduzione della valuta. In un’area unificata sotto il profilo monetario, ma in cui il mercato del lavoro rimane segmentato, e tali mercati sono rigidi, qualora il costo del lavoro d’un Paese sia stato rivalutato artificialmente rispetto a quello d’un altro, potremo attenderci una serie di fenomeni: 1) delocalizzazione delle imprese manifatturiere dai Paesi ad alto costo del lavoro per unità di prodotto; 2) crisi generalizzata delle imprese rimaste, che competono con costi superiori sia del lavoro sia delle materie prime; 3) un conseguente livello di rischio superiore, con banche che hanno crediti maggiormente deteriorati.

In questa situazione, una qualsiasi crisi economica non avrebbe altro effetto che accelerare drammaticamente tali dinamiche. La moneta, a parità di tassi d’interesse tra Paesi dovuta a un’area monetaria unificata, si muoverebbe verso le aree che, a parità di tassi, comportano meno rischio, defluendo cosí dai Paesi le cui economie sono state inizialmente sopravvalutate da arbitrarie scelte politiche.

Incidentalmente, è ciò che vediamo. C’è una divergenza costante dei fondamentali economici che può essere rilevata a partire dall’adozione dell’euro. Mercati divergenti come quelli presenti in Europa hanno punti d’equilibrio dei tassi d’interesse diversi e richiederebbero politiche monetarie differenti. Tale necessità è ben evidenziata da un lavoro di David Powell, «Draghi’s Financial Fragmentation Fight Ignores Root Problem», pubblicato su BloombergBriefs.com e basato su dati della Federal Reserve Bank di San Francisco. Altro che i problemi di trasmissione d’un’unica politica monetaria di cui parla Draghi nel comunicato stampa in cui ha presentato l’OMT. La BCE può solo prender tempo, anche anni, ma non può fermare il break-up dell’euro, perché il problema è nelle fondamenta stesse di tale moneta, nelle scelte politiche iniziali che hanno determinato la struttura dell’unione monetaria.

Di fatto, alcuni Paesi che oggi appaiono forti e virtuosi hanno avuto, nella moneta unica, una moneta deprezzata rispetto alla loro economia reale. Ma c’è poco da recriminare con questi Paesi: le scelte scriteriate le ha compiute la classe politica nazionale, entrando nell’euro a quelle condizioni, prima, e non attuando alcuna correzione al mercato del lavoro che ristabilisse una condizione d’equilibrio, poi.

Si sente spesso dire che i Paesi mediterranei hanno sprecato, poi, il «dividendo dell’euro». Mi permetto di dire ch’era ovvio che finisse cosí. Non si capisce come, a parità di classe politica e di cultura della spesa pubblica, qualcuno si potesse aspettare che l’eliminazione d’un vincolo, tassi piú alti di remunerazione dei titoli di Stato e la percezione d’essere in qualcosa di «troppo grande per fallire» favorissero le riforme. La controprova è che, nonostante siamo sull’orlo del baratro, nessuna delle indicazioni contenute nella famosa lettera della BCE ha trovato applicazione (o è seriamente presa oggi in considerazione dalla classe politica italiana).

Come s’esce da una situazione di questo tipo? Con queste premesse, si può procedere in due direzioni.

La prima è quella degli eurocrati: gli «Stati Uniti d’Europa». I debiti vanno «mutualizzati», le differenze abolite, e durante una lunga fase saranno necessari ampi trasferimenti di risorse per contrastare le dinamiche di mercato che divergono. Questa soluzione, da un punto di vista liberale, non è né credibile né auspicabile. È un modello centralista, statalista, che creerà ineluttabilmente un nuovo Stato europeo con tutti gli aspetti che, da liberali, critichiamo negli Stati nazionali. Una specie di sintesi del peggio di ciò che vediamo in Europa. Uno dei primi segni che l’UE sta prendendo questa direzione sarà l’introduzione anche nella zona euro di politiche di QE — con buona pace di chi s’illude che l’euro possa avere una gestione piú solida d’una neolira.

L’altra soluzione è lasciare i mercati lavorare e ricreare un equilibrio. Tale soluzione richiede che ci siano monete diverse a soprintendere a mercati aperti ma non convergenti. Non è necessario aggiungere quantitativamente moneta nuova per farlo.

Esistono due strade per rintrodurre le monete nazionali.

Nella prima, si procede a un cambio forzoso, emettendo una lira per ogni euro in circolazione in un dato Paese, ritirando e distruggendo questi ultimi. Se, il giorno dopo il cambio, la neolira fosse lasciata libera di fluttuare e si svalutasse, non ci sarebbe alcuna creazione di nuova moneta in aggiunta a quella già esistente prima della conversione, e le variazioni dei prezzi determinate dalle variazioni del tasso di cambio sarebbero solo l’effetto d’un ritrovato equilibrio. Non è la mia soluzione preferita, perché dà comunque troppo ruolo nell’esecuzione all’arbitrarietà della politica, e crea momenti di singolarità sistemica. Tra le altre cose, potrebbe esser abusata contestualmente da chi intende operare, oltre all’uscita dall’euro, una stampa di nuova moneta.

La seconda, da me preferita, è la «soluzione McLeod» di cui ho già scritto, che permetterebbe d’introdurre una nuova moneta con un meccanismo graduale e di mercato. Il cambio variabile tra le due monete garantisce che qualsiasi offerta in eccesso d’una neovaluta porti a un deprezzamento della stessa nei confronti dell’euro. In quest’ipotesi, ciascun individuo sarebbe libero di scegliere la moneta da usare cercando di tutelare al meglio i propri averi. I vari agenti del sistema economico potrebbero «calibrare» meglio in base alla propria situazione di mercato, perché non tutte le aziende si trovano nella stessa situazione.

Qualunque soluzione si scelga, l’importante è tenere a mente che la situazione attuale, qualora non modificata con un abbassamento del costo del lavoro lordo per le imprese, porterà ineluttabilmente alla distruzione del tessuto produttivo di questo Paese. Nell’opinione dello scrivente, non esistono né le condizioni politiche né i tempi tecnici per agire con politiche di riforma. Rimane solo la leva monetaria. Né, come fautore del libero mercato, posso auspicare che si crei un problema maggiore — un superstato europeo burocratizzato e ipertrofico — per risolvere problemi causati da scelte errate della stessa classe politica che vorrebbe ancor piú Stato.

Il nuovo equilibrio risultato dal break-up della zona euro ci vedrà probabilmente piú poveri. Purtroppo, è il prezzo di decisioni stupide prese in passato, per le quali non esistono vie d’uscita vincenti: si può solo contenere il danno. Chiunque, sia egli europeista o euroscettico, vi dica d’aver una soluzione vincente a questa crisi può esser solo un venditore di fumo.

Andrea Benetton

 

 

By GPG Imperatrice

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