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IL RESSENTIMENT

C’è qualcosa che va oltre l’invidia: il ressentiment

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A volte, per sostenere una tesi, si è obbligati alla citazione. “Non lo dico solo io, che non sono nessuno, lo dice anche Tizio”. E ciò porta al ridicolo di un articolo di giornale che ne cita un altro. Ma quando la tesi è audace, si ha bisogno di tutori, anche se oggi si direbbe di sponsor.

Secondo Michele Ainis(1) in Italia lo Zeitgeist, lo spirito del tempo, propaga a destra e a manca una dottrina: il pauperismo. “Significa che la povertà non è più una sciagura, bensì un modello, un esempio, un ideale”. Naturalmente l’editorialista sa benissimo che nessuno ha l’ideale di essere povero. Intende piuttosto che c’è una “nuova frattura che divide gli italiani: da un lato, il cittadino sospetto; dall’altro, il cittadino perfetto”. Il primo è il ricco, il secondo è il povero (“meglio se nullatenente”). Non solo stiamo male, scrive, ma abbiamo perso la speranza di riprenderci e “l’unico risarcimento consiste nel tirare dentro gli altri, tutti gli altri, nella miseria che inghiotte il nostro orizzonte esistenziale”.

Tesi assolutamente condivisibile ma incompleta. Nessuno è abbastanza demente per augurare a tutti la povertà ma impera la convinzione, vagamente evangelica, che “benestante” significhi immorale. Se qualcuno ha qualcosa più di noi è perché l’ha rubata (come gli imprenditori), o l’ha ottenuta senza meritarla (per via di corruzione), o meritandola solo in parte (come i compensi di certe persone importanti). La conseguenza è che la gente gongola ogni volta che una persona nota – non soltanto ricca – finisce nel mirino dei magistrati. E si arriva al tripudio in caso di arresto.

Tutto ciò non riguarda soltanto l’economia. Non si tratta di “tirare dentro tutti gli altri nella nostra miseria”, perché per questo basterebbe il sequestro dei beni. La gente vuole il carcere, vuole il sangue. E ciò dimostra che la molla ultima del fenomeno non è la povertà: è l’invidia. Naturalmente, dal momento che quel vizio capitale è impresentabile, si ricorre al proverbio per il quale “chi vuole annegare il suo cane dice che è appestato”. Non potendo confessare che vorremmo vederli soffrire e basta, diciamo che i “ricchi” meritano di soffrire in nome della morale e del diritto. Ma la sostanza traspare: chi sta meglio di noi sicuramente non merita la sua posizione e forse la meriteremmo noi. Anche se non abbiamo dimostrato nessuna speciale qualità, salvo la nostra stessa povertà. Ma la nostra povertà è prova della nostra superiore moralità e del nostro superiore merito.

Qui si può fare un passo oltre. La gente si scandalizza quando apprende che per secoli il suffragio non è stato universale. Che i poveri erano discriminati in quanto tali. Ma gli ottimati non erano folli. Pensavano che ha più interesse alla salvezza della repubblica chi possiede qualcosa, piuttosto che chi non possiede nulla. Questi non teme il rischio e l’avventura, perché chi è disperato spesso si convince che il cambiamento non possa essere che per il meglio. Dunque gli abbienti reputavano che i proletari analfabeti  – coloro che hanno soltanto dei figli, come dice l’etimologia – avrebbero votato per i peggiori demagoghi: ed ecco la ragione per cui bisognava tenerli lontani dalle urne. Augusto addirittura limitò le manomissioni (le liberazioni di schiavi) perché si creavano folle di liberi incapaci di votare con discernimento.

Qualunque società, incluso il pollaio delle galline, si struttura in strati. I più forti – tali a qualunque titolo – dominano, e i meno validi – anch’essi, a qualunque titolo – sono dominati. Ma i dominati non accettano facilmente l’idea che la loro condizione derivi dal loro intrinseco valore. Dunque, per salvare la loro autostima, proclamano sé stessi morali mentre squalificano i dominatori e gli attribuiscono imbrogli e crimini: gli unici che possono spiegare la loro vittoria. In ciò si incoraggiano gli uni gli altri, e il loro punto di vista diviene quello della morale corrente, dal momento che essa non deriva dalla riflessione filosofica o giuridica ma dal consenso dei molti.

Da questo stato d’animo nasce un corrosivo ressentiment, per usare il termine reso famoso da Nietzsche. Un risentimento, un acre rancore forse peggiore dell’invidia. L’invidioso infatti vorrebbe essere nella posizione dell’invidiato, mentre il frustrato vuole metterlo al proprio livello e se possibile più giù: in carcere. L’odio per Berlusconi non avrebbe mai raggiunto le dimensioni di una passione nazionale, se egli non fosse stato ricco.

Il ressentiment acquista proporzioni gigantesche in democrazia perché diviene corrente il concetto che i molti non abbiano soltanto il diritto di governare, ma abbiano ragione perché molti. Ed ecco che – dimentichi dell’apologo di Menenio Agrippa – la voglia di tirar giù tutto e mettere in galera l’intera élite diviene smania nazionale, aspirazione travolgente, nichilismo economico, giustizialismo forcaiolo, Movimento Cinque Stelle.

Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it

17 maggio 2014

(1) http://www.corriere.it/politica/14_maggio_17/cittadino-perfetto-cittadino-sospetto-259b495e-dd89-11e3-9bca-c6f1cdc28cdd.shtml

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