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Economia

Quei dieci segnali incoraggianti che escono fuori dal nuovo Dpef 2026

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Mentre il duro colpo del deficit al 3% per poche centinaia di milioni, e a causa ancora della coda del famigerato superbonus contiano, ecco arrivare comunque buone notizie per i conti pubblici italiana dal nuovo documento di programmazione economica e finanziaria del 2026. Il nuovo Documento di finanza pubblica, infatti, consegna una lettura complessivamente favorevole dello stato dei conti italiani. Il quadro delineato mette in evidenza dieci elementi positivi, che vanno dal rafforzamento del surplus primario alla riduzione dello spread, fino al miglioramento dei giudizi delle agenzie di rating e alla traiettoria di rientro del deficit.

Il primo dato politico-economico riguarda il surplus primario, cioè la differenza tra entrate e spese al netto degli interessi sul debito. Nel 2025 è salito allo 0,8% del Pil, rispetto allo 0,5% del 2024. La previsione indica un’ulteriore accelerazione: 1,2% nel 2026, fino al 2,4% nel 2029. È un passaggio cruciale, perché proprio il rafforzamento dell’avanzo primario viene indicato come la leva principale per riportare il rapporto debito/Pil su un sentiero discendente.

Un secondo elemento riguarda la gestione ordinaria dei conti. Le entrate complessive sono cresciute del 4,8%, più delle spese, aumentate del 4,1%. Il differenziale positivo suggerisce un miglioramento strutturale, non limitato a una singola posta contabile, ma legato all’equilibrio tra risorse incassate e uscite correnti.

Bene anche il fabbisogno di cassa del settore statale, che si attesta al 5,5% del Pil nel 2025, risultando inferiore alle previsioni e stabile rispetto all’anno precedente, nonostante l’impatto dei crediti edilizi. Quarto punto che denota la brillantezza dei “fondamentali” economici è quello, ben noto, dello spread, ai minimi storici: col governo Meloni il differenziale Btp-Bund si è ridotto a circa 90 punti base, ben al di sotto della media decennale di 162. Un dato che riflette una maggiore fiducia degli investitori internazionali nel sistema Italia. Ne consegue il miglioramento, da tre anni a questa parte, del rating (punto 5), il livello di “affidabilità” dei conti pubblici e in particolare del debito: nel 2025 tutte le principali agenzie di rating (S&P, Fitch, Moody’s e DBRS) hanno migliorato il giudizio sull’Italia. Un evento raro, che non si verificava in modo simultaneo da oltre dieci anni.

Il costo del debito, nonostante la crescita dello stock nominale, è rimasto sotto controllo. La spesa per interessi si è mantenuta al 3,9% del Pil, lo stesso livello del 2024. Il risultato è stato favorito dal calo dei rendimenti sulle nuove emissioni: il tasso medio all’emissione è sceso a circa 2,75%, contro il 3,41% dell’anno precedente.

Un altro punto positivo riguarda gli investimenti fissi lordi delle amministrazioni pubbliche, aumentati del 9,6%. La spinta arriva soprattutto dall’accelerazione dei progetti legati al PNRR. Gli investimenti pubblici in rapporto al Pil sono saliti al 3,8% e sono attesi in ulteriore crescita fino al 2027.

Infine, il DPF conferma la traiettoria verso l’uscita dalla procedura per disavanzo eccessivo. Con un deficit previsto al 2,9% nel 2026, l’Italia potrebbe uscire dalla procedura nel 2027. Il rientro, secondo il documento, sarebbe avvenuto a un ritmo più rapido rispetto a quanto inizialmente programmato.

Ecco allora che alla luce di tutto ciò si capisce quanto sia stata la delusione del governo per un dato, quello de deficit, che è da addebitare in larghissima parte ai conti del superbonus,  Senza quella componente il deficit si sarebbe collocato al 2,7%, tre decimi sotto la soglia europea del 3%: 8,4 miliardi di euro di bonus edilizi ancora fruibili nel 2025 sulla base della legislazione previgente sono emersi in misura superiore alle attese e hanno pesato per circa lo 0,4% del pil sulla spesa in conto capitale; al netto di questa voce, di natura transitoria.

 

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