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Quarant’anni dopo il golpe il Cile al voto nell’eterna ombra del 1973

Michelle Bachelet ed Evelyn Matthei

Nel ballottaggio tutto al femminile che decreterà il nuovo presidente del più ricco paese dell’America Latina si respira un po’ di aria vecchia in un paese che, per quanto decisamente più prospero del resto del continente, sembra non riuscire ancora a mettersi completamente alle spalle la drammatica storia del golpe del ’73 e della feroce dittatura di Augusto Pinochet.

Il fatto che la Svizzera dell’America Latina senta ancora la pesante ombra della plumbea dittatura pinochettista è dimostrato dall’identità delle due signore che si stanno contendendo il prossimo soggiorno quadriennale a Palacio de La Moneda. Le due sfidanti sono infatti ancora profondamente legate a quella drammatica esperienza. La candidata del centro-sinistra, l’ex presidente  Michelle Bachelet è infatti figlia del generale dell’aviazione Alberto Bachelet, oppositore del regime di Pinochet e per questo barbaramente torturato fino alla morte, mentre la sua avversaria di centro-destra, il ministro del lavoro uscente Evelyn Matthei è figlia di un altro generale dell’aviazione Fernando Matthei, ministro della Sanità all’epoca della sanguinaria giunta militare e accusato di aver contribuito alle peggiori nequizie della giunta militare.

La sfida di per se non è particolarmente avvincente. L’esito del ballottaggio sembra oggettivamente scontato, la Bachelet è largamente favorita con un vantaggio apparentemente incolmabile sulla sua sfidante. Al primo turno l’ex presidente ha sfiorato l’elezione immediata ottenendo il 47% dei suffragi contro il 25% della portabandiera dell’amministrazione in carica e stando ai sondaggi l’abissale distacco a favore della Bachelet potrebbe addirittura aumentare al ballottaggio. Ciò che credo sia interessante a quarant’anni esatti dai drammatici eventi che ancora condizionano fortemente la politica e il dibattito nel paese latino-americano è approfondire nei limiti del possibile ciò che avvenne in quegli anni. Cercare di inaugurare un piccolo percorso di approfondimento che percorra la tragica e curiosa storia del Cile dall’avvento dell’amministrazione Allende fino ai giorni nostri.

LA VITTORIA DI ALLENDE E IL GOLPE DEL ’73

Le elezioni presidenziali del 1970 sancirono una clamorosa novità nel panorama politico non solo cileno, ma addirittura mondiale. Salvador Allende, il portabandiera della coalizione di sinistra Unidad Popular, risultava infatti il primo leader marxista eletto a capo di uno stato. L’elezione di Allende fu per la verità piuttosto controversa e per certi versi paradossale.

File:Fotografia Eduardo Frei Montalva.jpg

Eduardo Frei

Il Cile usciva dalla non esaltante esperienza dell’amministrazione Democristiana di Eduardo Frei. L’ascesa della Democrazia Cristiana al potere nel 1964 aveva generato parecchie aspettative. La formazione centrista di ispirazione cattolica aveva spezzato il pluridecennale duopolio di Conservatori e Radicali, proponendo un ambizioso programma di riforma sociale che aveva nella riforma agraria e nella parziale nazionalizzazione delle miniere di rame i suoi punti salienti. Queste riforme vennero parecchio annacquate e disattese. La riforma agraria non ebbe il successo sperato mentre la nazionalizzazione indiretta del rame, tramite l’acquisto governativo di azioni delle compagnie proprietarie, venne percepita come troppo moderata dalla sinistra cattolica. Alle elezioni parlamentari del 1969 la DC venne duramente punita. Pur mantenendo il ruolo di primo partito del paese la DC perse la maggioranza assoluta che deteneva dal ’65.

Nel 1970 l’alleanza di centro-destra tra democristiani e conservatori che aveva sostenuto Frei nel ’64 si spaccò. Alle presidenziali i cattolici presentarono come proprio candidato Radomiro Tomic, mentre i conservatori, critici riguardo la politica di Frei, schierarono l’ex presidente Jorge Alessandri. La spaccatura del fronte moderato fece sì che Salvador Allende, a capo di una composita coalizione di sinistra comprendente socialisti, comunisti, radicali, cattolici di sinistra e movimenti trotzkisti riuscisse ad ottenere la maggioranza relativa dei voti. Allende, che nel corso della campagna aveva ricevuto copiosi aiuti da URSS e Cuba, risultava in testa col 37% dei voti contro il 35% di Alessandri, sostenuto e sovvenzionato dagli USA, e il 28% di Tomic. Se la legge elettorale cilena del 1970 avesse previsto il ballottaggio come oggi, molto probabilmente Salvador Allende sarebbe stato sconfitto, ma la legge cilena dell’epoca non prevedeva il ballottaggio.

Salvador Allende

La legge cilena dell’epoca stabiliva che, in caso nessun candidato ottenesse la maggioranza assoluta dei consensi, allora la decisione spettasse al Congresso. La decisione del Congresso nella tradizione cilena era una pura formalità, difatti in questo genere di casi era prassi consolidata per il parlamento eleggere alla presidenza il candidato che aveva ottenuto la maggioranza relativa dei suffragi.

Il pericolo di vedere il Cile slittare nell’orbita sovietica, e il timore della nazionalizzazione di molti settori in mano al capitale statunitense, mise in allarme gli ambienti della Casa Bianca. Il governo statunitense cercò di evitare l’elezione di Allende, proponendo lauti compensi ai parlamentari della Democrazia Cristiana in cambio di un appoggio ad Alessandri. I parlamentari cattolici però non cedettero alle pressioni del governo di Washington e avvallarono l’elezione di Allende a Palazzo della Moneta. La CIA tentò allora il “Piano B”, ovvero provocare un’insurrezione militare prima dell’insediamento di Allende. Il comandante in capo dell’esercito, René Schneider venne assassinato, nella speranza di attribuire l’assassino alla sinistra radicale e provocare di conseguenza una reazione delle forze armate, il tentativo di golpe fallì.

Non avendo la maggioranza al Congresso “Unidad Popular” era costretta a dialogare con la DC, che deteneva la maggioranza relativa. All’interno della coalizione di sinistra il dialogo coi democristiani era sostenuto dall’ala moderata del Partito Socialista e dal Partito Comunista, i quali sostenevano una “via cilena al socialismo” con una graduale trasformazione del Cile in stato socialista, l’ala sinistra del PS e l’ala trotzkista della coalizione invece ripudiavano il dialogo con i democristiani e volevano l’istantanea rivoluzione. In particolare la sinistra extraparlamentare del MIR (Movimiento de Izquierda Revolucionaria) sosteneva addirittura la lotta armata contro lo stato borghese.

Inizialmente la linea del dialogo sembrò prevalere sia nella coalizione di sinistra che all’interno della DC, dialogo culminato con la nazionalizzazione delle industrie del rame, misura approvata all’unanimità dal Congresso. L’economia inizialmente andò molto bene, trainando la sinistra ad una buona affermazione alle amministrative. Nel Giugno del 1971 però le cose cominciarono a precipitare. Il primo segnale fu l’assassinio di Edmundo Zujovic, ministro degli interni dell’amministrazione Frei, da parte di un gruppo di estrema sinistra. La Democrazia Cristiana accusò Allende e il governo di sinistra di tollerare i guerriglieri trotzkisti e da allora tra il parlamento a maggioranza democristiana e l’amministrazione socialista è guerra aperta. Non contribuirono alla distensione del clima la visita di Fidel Castro, che diede atto a critiche riguardo la possibile transizione verso un regime in stile cubano, e il progetto di nazionalizzazione dell’industria della carta, con DC e conservatori che accusarono Allende di voler controllare indirettamente la stampa.

Cacerolazo contro Allende

Tra 1972 e 1973 il Cile entra in una dura spirale recessiva e l’inflazione galoppa arrivando a percentuali a tre cifre, gli Stati Uniti come rivalsa per una serie di nazionalizzazioni senza indennizzo tagliano drasticamente gli aiuti al Cile, il Cile è infiammato dai cacerolazo e dalle proteste del ceto medio. In particolar modo gli scioperi degli autotrasportatori e le serrate dei commercianti paralizzano il Cile. Dilaga la guerriglia delle formazioni di destra e di sinistra. Il prezzo del rame, la cui industria è il traino fondamentale del paese, subisce un brusco ribasso. La bilancia dei pagamenti è in profondo rosso e le riserve valutarie si stanno prosciugando. I generi alimentari scarseggiano e il “Mercato Nero” spopola. Tra il Congresso e Allende si inaugura un estenuante braccio di ferro. La stessa coalizione di sinistra è tutto meno che unita e Allende è costretto a continui rimpasti. Gli Stati Uniti nel frattempo tagliano drasticamente gli aiuti al Cile.

La Democrazia Cristiana e le destre cavalcano le proteste contro il governo Allende. Alle elezioni parlamentari del 1973 la DC e il Partido Nacional stringono un patto elettorale, sperando di ottenere la maggioranza dei due terzi necessaria per revocare il mandato ad Allende. Il piano fallisce, le elezioni del ’73 sanciscono una situazione di stallo. Il blocco tra cattolici e conservatori ottiene la maggioranza assoluta col 56% dei suffragi contro il 44% della Unidad Popular, ma la maggioranza del blocco di centro-destra non è sufficiente  per mettere in stato d’accusa il presidente. A Giugno del 1973 c’è il primo tentativo di golpe che viene però stroncato. L’ondata degli scioperi e delle serrate continua, e il capo dell’esercito, il generale Prats, leale alla costituzione e contrario al golpe è costretto a dimettersi e viene sostituito da Augusto Pinochet. Il tracollo definitivo avviene l’11/09 del ’73 quando l’aviazione e i carriarmati dell’esercito bombardano La Moneda. Allende si toglie la vita durante il golpe preferendo il suicidio al salvacondotto verso Cuba offerto dai militari. Augusto Pinochet, il cui golpe era stato organizzato e aiutato dalla CIA, si insedia come presidente della giunta golpista.

IL REGIME DI PINOCHET, TRA NEO-LIBERISMO E REPRESSIONE SANGUINARIA

Augusto Pinochet

Il golpe che del ’73 è passato alla storia come violento e sanguinario e altrettanto violento continuò ad essere il regime di Pinochet. Si stima che circa 3.000 oppositori politici trovarono la morte durante i sedici anni del governo militare. La polizia segreta del regime arrivò perfino a uccidere gli oppositori all’estero, come nei celebri casi di Oscar Prats e Orlando Letelier.

Il regime di Pinochet è noto, oltre che per il teatro degli orrori sopracitato, per il cosiddetto “Miracolo Cileno”. Secondo gli apologeti del regime militare il Cile conobbe un periodo di prosperità che aiutò il paese sudamericano a diventare il più ricco del continente. Diciamo che le cose non stanno del tutto così. I risultati economici del regime sono in realtà piuttosto contraddittori.

Non essendo molto esperto di economia Pinochet si circondò di un gruppo di tecnocrati formati all’università di Chicago fieri adepti di Milton Friedman. Chiamati spregiativamente “Chicago Boys”, i discepoli di Friedman imposero al paese una “cura da cavallo”. Le spese governative vennero tagliate del 20%, vennero aumentate le imposte indirette e larga parte delle aziende nazionalizzate vennero restituite ai proprietari con la notevole eccezione delle miniere di rame (miniere che Pinochet dichiarò inalienabili nella costituzione del 1980) . L’effetto della cura dei Chicago Boys fu inizialmente un autentico disastro. Il Cile venne dissanguato dalla recessione globale del ’75 (-11% di PIL) e la disoccupazione triplicò arrivando al 16%. Insomma, robe da rimpiangere Allende.

Tra il 1976 e il 1981 però la situazione economica sembrò riprendersi. Il PIL crebbe a ritmi del 7% l’anno e la disoccupazione cominciò a calare, così come l’inflazione ritornò a livelli a una cifra (dal 600% del ’73 al 9% del 1981) . Sebbene la ripresa economica cilena presentasse diverse criticità, soprattutto dal punto di vista della disuguaglianza sociale, si cominciò a parlare di “miracolo cileno”.

Nel 1980, forte della ripresa economica e del consenso della classe media Pinochet proclamò la nuova costituzione del Cile, e la fece approvare direttamente dalla popolazione. Ma nel 1982 arriva la sberla. Il Cile viene disastrato da una nuova recessione biennale che vede il paese perdere il 15% del PIL in appena due anni e la disoccupazione arrivò al 20%. Il settore delle esportazioni era stato soffocato dalla sopravvalutazione artificiale della moneta e il paese stava accumulando pesanti passivi nella bilancia dei pagamenti. Il boom del ’76-’81 era una bolla causata da una forte crescita dell’indebitamento privato dei ceti medio-alti. L’opposizione saggiò l’occasione per detronizzare il dittatore organizzando scioperi e proteste che il regime reprime puntualmente nel sangue.

A causa della crisi Pinochet fu costretto a una capriola all’indietro con triplo avvitamento. Friedman viene temporaneamente abbandonato e Keynes viene rispolverato dal cassetto. Il governo nazionalizzò le banche decotte assumendo larga parte dei debiti privati e il Peso cileno viene slegato dal “peg” col Dollaro. Il temporaneo abbandono del neoliberismo riportò il segno positivo nell’economia cilena. Superata l’emergenza nominò alle finanze Hernan Buchi nel 1985. Hernan Buchi è accreditato come il fautore del “Secondo Miracolo Cileno”. Combinando la svalutazione del peso con politiche di controllo e razionalizzazione della spesa statale Buchi creò le condizioni per l’impetuosa ripresa che caratterizzò l’ultima parte del regime con picchi di crescita del 10%, i più alti del continente sudamericano, e con una disoccupazione rapidamente riassorbita dal 20% del 1983 al 5% del 1989. Ancora più importante l’impegno di Buchi per diversificare l’economia cilena e rendere competitiva la sua industria in tutti i settori, riducendo la dipendenza dall’esportazione del rame.

Manifesto della “Concertacion” per il referendum

Forte del successo economico il generale Pinochet affrontò, in accordo con la nuova costituzione, un plebiscito sulla sua persona nel 1988 convinto di vincerlo in carrozza. Se avesse vinto il referendum Pinochet sarebbe rimasto al potere fino al 1997. Le opposizioni si organizzarono in un unico fronte, la “Concertacion de partidos por el No”. La coalizione comprendeva la Democrazia Cristiana, il Partito Socialista e i social-democratici del Partito per la Democrazia. La propaganda politica venne legalizzata e all’opposizione vennero concessi spazi paritari nei media. Incredibilmente la campagna della “Concertacion”, recentemente dipinta dal film “NO” candidato all’Oscar come miglior film straniero nel 2013, riuscì a vincere. Il 56% dei cileni, contro ogni previsione, decise che era ora di chiudere la pagina di Pinochet. Recalcitrante il generale, fu costretto a cedere il potere e a organizzare nuove elezioni nel Dicembre del 1989. Pinochet strappò comunque diverse concessioni. Pinochet riprese il ruolo di comandante in capo dell’esercito fino al 1998 e la sua nomina a senatore a vita come ex presidente subito dopo, venne garantita l’immunità per i crimini commessi dai militari, venne consentita la nomina di senatori a vita da parte del presidente e venne impedito il licenziamento dei dipendenti pubblici assunti durante il regime.

IL RITORNO ALLA DEMOCRAZIA E L’EGEMONIA DELLA CONCERTACION

Il democristiano Patricio Aylwin guidò la Concertacion alla vittoria nelle prime elezioni del dopo-Pinochet. Il candidato della DC, appoggiato anche dai socialisti, battè nettamente il portabandiera della destra pinochettista, il ministro dell’economia Hernan Buchi. Lo scontro finì già al primo turno col 55% dei consensi per Aylwin contro il 29% di Buchi. Si aprì un dominio ventennale della coalizione di centro-sinistra che durò fino al 2010. La Concertacion vinse le successive tre elezioni presidenziali con il democristiano Eduardo Frei (’94), il liberale Ricardo Lagos (’00) e la socialista Michelle Bachelet (’06). Il boom economico che aveva caratterizzato l’ultima parte della dittatura cilena continuò durante l’era democratica, salvo la breve recessione del ’99. Il Cile a metà anni ’90 divenne il paese con il reddito pro-capite più alto dell’America Meridionale, posizione che mantiene da allora. Dal 1990, anno di inaugurazione della graduatoria, il Cile mantiene stabilmente anche il primato regionale dell’Indice di Sviluppo Umano e il tassò di povertà cileno (11%) è il più basso del continente. Le amministrazioni di centro-sinistra hanno mantenuto l’impianto economico della dittatura correggendolo però con diverse misure di sussidi a favore delle fasce più deboli e disagiate della società e un aumento della spesa pubblica per la sanità e l’istruzione.

Il capitolo più controverso dei governi democratici riguarda i rapporti con la dittatura e con l’ingombrante presenza di Augusto Pinochet. Patricio Aylwin inaugurò una commissione di inchiesta sui crimini del regime, ma la Corte Suprema, composta da giudici fedeli a Pinochet, impedì di revocare l’amnistia. Lo stesso Pinochet, da comandante in capo dell’esercito, agitò i militari quando alcune inchieste giudiziarie minacciarono di far luce su casi di corruzione.

Nel 1998, chiusa l’esperienza come comandante dell’esercito e divenuto senatore a vita Pinochet si recò in Inghilterra per delle cure e venne arrestato su mandato del procuratore spagnolo Baltasar Garzon. L’arresto causò tensioni tra il Cile, il Regno Unito e la Spagna col governo Frei che riteneva il tutto un affronto alla sovranità cilena. L’affaire Pinochet causò diverse discussioni anche nel Regno Unito. La Camera dei Lord discusse della questione che si risolse solo due anni più tardi quando il ministro degli esteri del governo Blair, Jack Straw, rifiutò la richiesta spagnola di estradizione e rispedì Pinochet in Cile. Dopo il ritorno in Cile però il Congresso gli tolse l’immunità e il generale dovette cominciare a difendersi in patria per i suoi crimini. Nonostante la mancanza dell’immunità Pinochet morì nel 2006 senza essersi mai dovuto difendere per i suoi crimini. Nel 2004 alcuni documenti provenienti dagli USA provarono l’esistenza di diversi conti segreti del generale contenenti denaro proveniente da attività illecite. Insomma, oltre che un macellaio era pure un ladro.

L’AMMINISTRAZIONE PIÑERA

Nonostante la popolarità mostruosa di Michelle Bachelet al termine del suo mandato presidenziale, la destra cilena ottenne nel 2010 la sua prima vittoria nell’era democratica. La popolarità della Bachelet non fu sufficiente a nascondere i numerosi casi di corruzione che avevano investito la Concertacion. Sebbene la corruzione in Cile sia nettamente inferiore alla media del continente Sudamericano l’indignazione popolare portò al potere Sebastian Piñera, esponente della Renovaciòn Nacional, uno dei due partiti della destra cilena (l’altro è l’Uniòn Democrata Independiente). Il fratello di Piñera, Josè, è stato ministro del lavoro nella dittatura di Pinochet e da quella posizione è stato l’architetto del sistema pensionistico privato. Nonostante il legame familiare con l’esecutivo militare Piñera ha cercato di distanziarsi dalla scomoda ombra del regime pinochettista. Piñera è noto per essere un imprenditore di successo con interessi in diversi campi dall’immobiliare al settore dei trasporti e delle carte di credito, fino alla TV e al calcio (è azionista del Colo Colo Santiago, il più celebre club cileno). La sua fortuna personale, stando a Forbes, ammonta a due miliardi e mezzo di dollari americani.

La presidenza di Piñera non è stata particolarmente apprezzata dai cileni. Nonostante un record economico che farebbe invidia a mezza Europa (crescita media del 6% e disoccupazione in calo dal 9 al 5%) la larga maggioranza dei cittadini non approva l’operato del presidente. L’impopolarità del presidente è dovuta a diversi fattori. Piñera è stato protagonista di numerose gaffes, chiamate ironicamente “piñericosas”, inoltre la presenza di diversi dirigenti d’azienda privati nell’esecutivo ha dato adito a critiche di conflitti di interesse. L’esecutivo ha dovuto affrontare il terremoto del Marzo del 2010 e il salvataggio di 33 minatori intrappolati da un crollo nell’Agosto del 2010.

Gli anni successivi sono stati marcati dalle proteste, in particolar modo è maturato un forte malumore riguardo la gestione dell’istruzione universitaria. L’istruzione universitaria è stata fortemente privatizzata negli anni ’80, ma questo modello è oggi fortemente criticato. L’istruzione universitaria è molto costosa e questo induce le famiglie a un forte indebitamento. Inoltre molte delle università private sorte negli anni ’80 sono state accusate di violare apertamente la legge. In teoria le università private non dovrebbero avere scopo di lucro, nei fatti però non è così.

L’amministrazione Piñera è stata travolta dalle proteste, proteste che per la verità erano già cominciate durante l’amministrazione Bachelet. Il presidente ha tentato di rispondere alle richieste degli studenti, annunciando un aumento della spesa nel settore universitario e una lotta senza quartiere alla violazioni della legge sullo statuto “no profit” delle università private. Le risposte dell’amministrazione non sono state giudicate sufficienti dai dimostranti, che hanno continuato le proteste per tutto il 2012, e dall’opinione pubblica che ha bocciato senza appello l’operato del governo conservatore. Le proteste degli studenti si sono affiancate anche alle proteste contro l’aumento delle tariffe del gas e contro la costruzione di una diga nella regione dell’Aysen percepita come inutile.

In vista delle elezioni la Concertaciòn ha richiamato Michelle Bachelet, ora nuovamente eleggibile (1), e ha promesso di accogliere le richieste degli studenti, annunciando la totale gratuità del sistema universitario. Fiutata l’aria ostile verso il modello economico pinochettista, che aveva sostanzialmente avvallato per un ventennio, ora la Concertaciòn critica anche il sistema pensionistico e la Bachelet propone di affiancare un fondo pensione pubblico ai fondi privati, troppo esposti alle fluttuazioni del mercato secondo i critici. Il nuovo vento ha influenzato anche la destra. L’UDI, il partito più conservatore della coalizione post-pinochettista, dopo aver a lungo elogiato le doti del mercato, sta infatti riscoprendo la dottrina sociale della Chiesa e l’economia sociale di mercato e la candidata delle destre, pur essendo contraria alla completa gratuità del sistema universitario, propone un forte aumento dei sussidi e dei prestiti statali agli studenti già esistenti.

La strada verso il ritorno a “La Moneda” della Bachelet, oltre che dall’impopolarità dell’amministrazione uscente, è stata ulteriormente facilitata dal suicidio delle destre. Il candidato più forte della coalizione di destra, il ministro dell’attività mineraria Laurence Golborne, s’è dovuto ritirare dopo una serie di scandali di corruzione. Il ministro dell’economia Pablo Longueira, s’è improvvisamente ritirato dopo aver vinto le primarie per questioni di salute. S’è quindi imposta la scelta del ministro del lavoro Evelyn Matthei dell’UDI, personaggio estremamente polarizzante. Pur potendo vantare, come ministro del lavoro in carica, un tasso di disoccupazione che farebbe schiattare d’invidia i suoi colleghi di mezzo mondo la Matthei s’è rivelata incapace di tenere testa alla rivale ottenendo un magrissimo 25%, il peggior risultato della destra nell’era post Pinochet. Non solo, il risultato della Matthei è di ben 11 punti inferiore rispetto a quello ottenuto dai partiti di destra alle elezioni parlamentari tenute nello stesso giorno.

Le elezioni di domani in sostanza saranno interessanti, non tanto per il risultato ampiamente scontato, quanto per ciò che potrebbe scaturire dopo. Sarà estremamente interessante vedere se sul serio Michelle Bachelet e la Concertaciòn, contrariamente a quanto fatto nel ventennio 1990-2010, metteranno in discussione il modello economico cileno costruito da Pinochet oppure se rimangeranno tutte le promesse fatte in campagna elettorale. Ai posteri l’ardua sentenza

Julien Sorel 

(1) In Cile il mandato presidenziale non può essere rinnovato. Un ex presidente può però nuovamente candidarsi dopo aver “saltato un giro”.

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