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PURTROPPO IL SALARIO MINIMO È LA DISOCCUPAZIONE

 

Il Senato statunitense ha bocciato la proposta di Obama di un salario minimo federale di 10,10$ l’ora. E si sono opposti anche alcuni senatori democratici. Ciò benché, nel Paese, la proposta in generale piaccia e alcuni Stati abbiano un salario minimo superiore anche di parecchio a quello federale proposto. La ragione per votare contro pare sia stata la previsione che quel provvedimento produrrebbe un aumento di paga per circa 900.000 lavoratori, ma farebbe perdere il posto di lavoro ad altri 500.000. Naturalmente, per avere una fondata opinione personale in materia, bisognerebbe essere specialisti della politica economica statunitense. Ma è lecito discutere un interrogativo che sta a monte, rispetto al fatto di cronaca: ha senso un salario minimo?

Chi vorrebbe questa base retributiva – e sono moltissimi – lo fa sostenendo una nobile tesi: “Non è giusto che qualcuno lavori per meno della tale somma. Dunque imporremo al datore di lavoro di versargli come minimo il tale importo”. Il ragionamento sembra imbattibile e tuttavia ha un piccolo difetto: chi dice che il datore di lavoro assumerà il lavoratore, al nuovo costo? E chi dice che lo manterrà, se già l’ha assunto?

L’imprenditore che ha bisogno di un dato lavoratore e non ha alternative (delocalizzazione, lavoro nero, robotizzazione) l’assumerà anche pagando più del salario minimo. È perché reputano di aver bisogno di loro che alcune grandissime imprese pagano ai top manager compensi mirabolanti. Qualcuno giudica queste somme scandalose, ma non bisogna dimenticare che chi gliele paga è un privato il quale reputa, pagandogliele, di ricavarne un profitto. Nessuno si sognerebbe di parlare di salario minimo per Marchionne.

Ma la regola vale anche al livello più basso. Se sono le nove di sera della Vigilia di Natale, si è rotto un tubo, la casa è allagata e vogliamo che l’idraulico venga a salvarci, bisogna essere disposti a pagargli due o tre volte quello che si sarebbe pagato un qualunque martedì mattina non festivo. E non è neanche detto che venga.

Il salario minimo avrebbe un senso se il lavoro fosse una certezza. Se cioè fosse sicuro che lo si avrà e lo si manterrà. Ma un posto si ha quando l’imprenditore ci guadagna. Se egli ha questo interesse, non sarà necessario imporgli nessun salario minimo: offrirà un salario anche maggiore. Se viceversa, vista la retribuzione obbligatoria, non vede una possibilità di guadagno, si limiterà a non assumere. Esistono infatti imprese marginali che, lungi dal fare lauti profitti, sono a rischio di antieconomicità. E dunque di chiusura.

Per la mentalità di molte persone, ci sono due dogmi: per quanto si lamentino, tutti gli imprenditori indistintamente fanno profitti enormi; e comunque, anche se non li fanno, devono assumere lavoratori e mantenerli indefinitamente. A momenti neanche il fallimento giustifica il licenziamento e infatti, se l’impresa è abbastanza grossa, si chiede la nazionalizzazione. In realtà bisognerebbe vietare molto severamente qualunque cartello che tenda a mantenere artificialmente bassi i salari, ma questo riguarda il diritto penale, per il resto devono valere le leggi del mercato. Finché ci saranno imprenditori privati non si potrà imporre loro di assumere lavoratori più di quanto si possa imporre ai cavalli di bere.

Questo argomento dimostra ancora una volta che la via dell’inferno è lastricata di buone intenzioni. Imponendo una paga minima, lo Stato non vieta tanto al datore di lavoro di pagare un salario inferiore, quanto al lavoratore di ottenere una qualsivoglia retribuzione, se non è assunto. Il vero salario minimo è la condizione di disoccupato, la cui retribuzione è zero.

Né lo Stato può dire: “Assumete al salario che volete, metto io di tasca mia ciò che manca fino al tale livello”. È vero che in questo si realizzerebbe veramente il salario minimo, ma le dichiarazioni mendaci e le truffe sommergerebbero lo Stato e l’erario non potrebbe mantenere la promessa. Per giunta i magistrati dovrebbero mandare in galera centinaia di migliaia di persone.

Il salario minimo è una stupidaggine fondata sull’idea che la domanda di lavoro sia rigida e che l’occupazione si crei per decreto. Nel recente Primo Maggio a Pordenone la leader della Cgil ha chiesto “maggiori investimenti” per il lavoro. Ella ignora sovranamente che oggi lo Stato potrebbe realizzare maggiori investimenti soltanto abolendo i semafori agli incroci.

Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it

2 maggio 2014

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