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EconomiaEnergia

Petrolio: l’illusione dei mercati e la dura realtà delle scorte

Il prezzo del petrolio crolla sotto i 77 dollari dopo l’accordo USA-Iran, ma le scorte globali si stanno esaurendo a ritmi drammatici. Ecco perché i mercati rischiano un brusco risveglio.

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Gli operatori del mercato petrolifero sono passati dal scontare la peggiore interruzione dell’approvvigionamento della storia moderna a scontare una ripresa che non si è ancora verificata. Questo rischia di creare una situazione molto pericolosa in cui i prezzi invitano a consumi adeguati a una quantità di petrolio che non esiste sul mercato. I dati sulle scorte consiglierebbero molta più cautela.

Giovedì il greggio Brent è sceso sotto i 77 dollari al barile, il livello più basso dai primi giorni della guerra in Medio Oriente, dopo che Stati Uniti e Iran hanno firmato un memorandum d’intesa volto a riaprire lo Stretto di Hormuz e ad avviare 60 giorni di negoziati per un accordo più ampio. Quindi è rimbalzato a 79 dollari, come mostra Tradingeconomics:

Il problema è che i dati fondamentali del mercato petrolifero non sono affatto così positivi e questa caduta potrebbe essere troppo anticipata.

Gli analisti di Argus Media, Goldman Sachs, Energy Aspects, Vortexa, Kpler e persino il FMI hanno tutti lanciato questa settimana versioni dello stesso avvertimento: la riapertura dello Stretto di Hormuz non equivale al ripristino dei normali flussi petroliferi.

Le petroliere hanno ancora bisogno di assicurazioni. Le compagnie di navigazione restano caute. Le mine devono ancora essere bonificate. Le interruzioni della produzione in tutto il Golfo non possono essere semplicemente invertite dall’oggi al domani.

Nel frattempo le scorte di petrolio continuano a diminuire.

L’Agenzia Internazionale per l’Energia stima che le scorte globali si stiano riducendo a un ritmo di quasi 4 milioni di barili al giorno dall’inizio della guerra a fine febbraio. Le scorte di greggio statunitensi sono diminuite drasticamente nelle ultime settimane (oltre 50 milioni di barili in 9 settimane), mentre i livelli di stoccaggio a Cushing, nodo operativo USA,  si attestano su un livello che la maggior parte degli analisti ritiene essere il minimo operativo.

Questa realtà aiuta a spiegare perché alcuni analisti ritengano che il mercato sia ormai ipervenduto.

Anche le previsioni più pessimistiche per il prossimo anno ipotizzano un graduale ritorno dell’offerta, non un’immediata inondazione di greggio. E i paesi che hanno trascorso mesi a prosciugare le scorte strategiche e commerciali dovranno alla fine sostituire quei barili. Questa è la realtà del mercato effettivo, non quella virtuale guidata dalle operazioni di trading.

Il mercato sembra considerare un accordo preliminare come se fosse un piano di ripresa già completato. Peccato che questa sia molto più lenta a realizzarsi e i future stiano, per ora, vendendo ancora petrolio che non c’è.

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