CinaEconomia
Pechino ci riprova: il nuovo piano per attrarre capitali esteri basterà a fermare la fuga?
Pechino vara un nuovo piano in 15 punti per frenare la fuga dei capitali stranieri, aprendo sanità e finanza. Ma tra promesse governative e il crollo dell’auto tedesca in Cina, le multinazionali restano caute.

Mentre i flussi di Investimenti Diretti Esteri (IDE) verso il Dragone continuano a mostrare la corda, Pechino decide di correre ai ripari. Con una mossa che sa tanto di “offensiva del fascino” quanto di pragmatica necessità, tre dei pesi massimi dell’amministrazione cinese — il Ministero del Commercio (MOFCOM), la Commissione Nazionale per lo Sviluppo e le Riforme (NDRC) e il Ministero delle Finanze — hanno calato sul tavolo un nuovo piano d’azione congiunto. L’obiettivo? Stabilizzare e rilanciare l’afflusso di capitali stranieri in vista del 15° Piano Quinquennale (2026-2030).
La narrazione ufficiale, veicolata attraverso i media statali, dipinge un quadro di entusiasmo e nuove opportunità. Ling Ji, viceministro del Commercio, ha snocciolato numeri che ricordano quanto la Cina abbia bisogno dei capitali stranieri: alla fine del 2025 le imprese a capitale estero attive nel Paese erano 533.000, contribuendo per circa 2.500 miliardi di yuan all’anno (oltre 370 miliardi di dollari) in entrate fiscali. Parliamo di circa un settimo del totale nazionale, un pilastro fondamentale non solo per le casse dello Stato, ma per il mantenimento dei livelli occupazionali e la stabilità delle catene del valore in un momento in cui la domanda interna cinese non brilla certo per vivacità.
Le promesse sul tavolo
Il piano si articola su 15 misure che, sulla carta, promettono di spalancare porte finora socchiuse o del tutto sbarrate. Tra i settori chiave interessati dalle liberalizzazioni troviamo:
- Sanità e Biotecnologie: Ampliamento dei programmi pilota per consentire ospedali interamente di proprietà straniera in un numero maggiore di regioni.
- Servizi Finanziari: Maggior supporto alle istituzioni estere per l’utilizzo di strumenti di gestione del rischio (come i futures sui titoli di Stato) e agevolazioni per le quotazioni delle aziende straniere sui mercati azionari continentali.
- Istruzione e Formazione: Apertura alla partecipazione straniera in istituti di formazione professionale e università di alto livello in ambito scientifico, ingegneristico e medico.
A fare da corollario a queste aperture settoriali c’è la rinnovata promessa di garantire il “trattamento nazionale” per le imprese straniere, assicurando parità di condizioni negli appalti pubblici. Una musica per le orecchie delle camere di commercio internazionali. Lorenzo Riccardi, a capo del Board dell’EU SME Centre, ha accolto positivamente l’iniziativa, sottolineando l’importanza del coordinamento tra i vari ministeri per garantire un ambiente più prevedibile, soprattutto per le piccole e medie imprese europee attive nel manifatturiero avanzato, nell’intelligenza artificiale e nella transizione verde.
Il divario tra teoria e pratica: l’ombra tedesca
Tuttavia, come spesso accade nell’Impero di Mezzo, il diavolo si nasconde nei dettagli dell’implementazione locale. La vera domanda che serpeggia nei board delle multinazionali non è “quali sono le regole oggi?”, ma “come verranno applicate domani?”.
L’incertezza normativa, unita alle crescenti tensioni geopolitiche, rappresenta un freno formidabile agli investimenti. Non basta aprire un mercato se chi vi entra rischia di trovarsi stritolato da logiche extra-economiche o da un ecosistema locale che, sotto traccia, favorisce i campioni nazionali. L’esperienza recente delle case automobilistiche tedesche è, in questo senso, emblematica per qualsiasi potenziale investitore. Storicamente dominanti e pioniere del mercato cinese, le aziende dell’auto teutonica si sono trovate improvvisamente marginalizzate, schiacciate da una concorrenza locale ferocissima, cresciuta rapidamente grazie a massicci sussidi statali e a una transizione elettrica (guidata da giganti come BYD) che ha colto l’Europa di sorpresa. Non solo: avendo portato standard produttivi europei hanno aperto il mercato del vecchio Continente alle auto cinesi, ormai compatibili con le europee.
Una questione di fiducia (e di rendimenti)
Dal punto di vista macroeconomico, la mossa di Pechino è corretta: di fronte a una crescita anemica e al rischio di una deflazione da debito, attrarre capitali esteri significa importare tecnologia, stimolare l’occupazione di alta gamma e iniettare liquidità senza dover gravare ulteriormente sui bilanci pubblici già tesi degli enti locali.
Eppure, il capitale è per sua natura cinico e pavido. Cerca rendimento e certezza del diritto. Se i margini di profitto si assottigliano a causa di un mercato interno cinese depresso e ipercompetitivo, e se il rischio politico percepito rimane alto, un piano d’azione di 15 punti potrebbe rivelarsi solo un palliativo. Le istituzioni di Pechino stanno suonando la melodia giusta, ma per far tornare gli investitori a ballare, la Cina dovrà dimostrare che il pavimento non è scivoloso.








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