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OPS Trevi: l’operazione che mette in luce l’assenza di una politica industriale dello Stato
OPAS di ICOP su Trevi: l’operazione è nell’interesse dell’industria italiana e degli azionisti?

L’Offerta Pubblica di Scambio promossa da ICOP su Trevi offre lo spunto per una riflessione che va ben oltre la singola operazione societaria. Il punto, infatti, non è stabilire se l’OPS sia industrialmente valida o meno ma chiedersi se il sistema pubblico voglia valorizzare fino in fondo il percorso che esso stesso aveva contribuito ad avviare.
Quando, tra il 2018 e il 2019, Trevi attraversò una gravissima crisi finanziaria che ne metteva a rischio la stessa sopravvivenza, Cassa Depositi e Prestiti ebbe il merito di comprendere che non si trattava soltanto di salvare un’impresa, ma di preservare un patrimonio di competenze e di know-how costruito in decenni di attività. Attraverso CDP Equity sostenne il piano di ricapitalizzazione e affidò il rilancio del gruppo a un management di altissimo profilo tecnico e finanziario.
Quella scelta si è rivelata vincente.
Nel giro di pochi anni Trevi è tornata a essere un gruppo competitivo, ha riportato in ordine i propri conti, ha ricostruito la redditività, ha rafforzato il portafoglio ordini e, con il recente aumento di capitale da 100 milioni di euro, ha definitivamente consolidato la propria struttura patrimoniale. Oggi opera in oltre novanta Paesi e continua a rappresentare una delle principali eccellenze mondiali nelle fondazioni speciali e nell’ingegneria del sottosuolo.
È proprio da questo successo che nasce il vero interrogativo.
Se Cassa Depositi e Prestiti aveva giustamente intuito che un patrimonio industriale di questo livello non dovesse andare disperso, perché quella stessa visione non può continuare a svilupparsi nella fase successiva?
Il risanamento puo’ rappresentare non il punto di arrivo, ma il punto di partenza di una strategia industriale di medio-lungo periodo. Una strategia capace di creare un grande polo nazionale, insieme ad altre società operanti nel settore delle infrastrutture e dell’ingegneria, riconducibili direttamente o indirettamente al sistema delle partecipazioni pubbliche.
Un polo di eccellenze italiane nel quale ogni società avrebbe continuato a mantenere la propria indipendenza ed identità industriale, operando però all’interno di una piattaforma comune in grado di sviluppare sinergie, massa critica e capacità finanziaria.
È proprio la dimensione e la presenza nel mondo che oggi rappresenta uno dei principali limiti delle imprese italiane sui mercati internazionali.
Le competenze non mancano. Il know-how neppure. Molte aziende italiane sono ai vertici mondiali nei rispettivi settori. Ciò che spesso manca è la forza patrimoniale, organizzativa necessaria e la presenza locale stabile per competere nelle grandi gare internazionali, dove i principali concorrenti sono gruppi statunitensi, francesi, tedeschi e britannici dotati di dimensioni ben superiori.
Un polo nazionale trasversale costruito mettendo a sistema queste eccellenze potrebbe colmare proprio questo divario, consentendo all’Italia di presentarsi sui mercati esteri con una capacità competitiva completamente diversa, in un comparto destinato a crescere nei prossimi decenni grazie agli investimenti nelle infrastrutture, nella transizione energetica e nella sicurezza del territorio.
L’OPS di ICOP non cambia questa realtà.
Darà probabilmente vita a un operatore italiano privato più forte dell’attuale sfruttando la consolidata presenza di Trevi nel mondo, ma difficilmente a un gruppo con le dimensioni necessarie per confrontarsi ad armi pari con i grandi player mondiali. È qui che emerge la differenza tra un’aggregazione privata, del tutto legittima, e una strategia industriale nazionale.
Non vi è alcuna critica nei confronti di ICOP. Un operatore privato ha individuato un’opportunità industriale e intravvedendo la possibilità di espandersi beneficiando del mercato in cui opera Trevi ha deciso di coglierla. È la naturale logica del mercato.
La riflessione riguarda piuttosto come vuole reagire il principale azionista di Trevi.
Dopo aver contribuito al salvataggio dell’azienda e averne sostenuto il rilancio, non sarebbe opportuno chiedersi quale ruolo strategico quella società potrebbe svolgere all’interno di un progetto industriale più ampio?
Anche perché Trevi possiede una divisione il cui valore va ben oltre quello espresso dalla capitalizzazione di Borsa. Basti pensare a Soilmec, fra i principali leader mondiali nella progettazione e produzione di macchine per perforazioni e fondazioni speciali, il cui patrimonio tecnologico rappresenta una componente essenziale del valore industriale di Trevi.
L’operazione, inoltre, è costruita essenzialmente “carta contro carta”, attraverso uno scambio di azioni. Una modalità perfettamente legittima nelle operazioni straordinarie, ma che conferma come sia possibile acquisire il controllo di una società ormai risanata facendo leva soprattutto su un’operazione societaria, dopo che il settore pubblico aveva sostenuto il rischio della fase più difficile.
Anche la posizione espressa dal Ministero dell’Economia sembra limitarsi ad apprezzare gli effetti favorevoli per una aggregazione con capitali privati, senza cogliere l’occasione per aprire una riflessione più ampia sulla valorizzazione ulteriore di un asset partecipato dallo Stato, sulla possibilità di costruire, attraverso il sistema delle partecipazioni pubbliche, un grande polo nazionale delle infrastrutture e dell’ingegneria.
È probabilmente questo il vero nodo della vicenda.
La politica industriale non si esaurisce nel salvare un’impresa strategica quando è in difficoltà. Si misura soprattutto nella capacità di valorizzarla quando torna a creare ricchezza, trasformandola in uno strumento di crescita per l’intero sistema produttivo.
Nel caso di Trevi, Cassa Depositi e Prestiti ha dimostrato lungimiranza nella fase più difficile. Ciò che sarà necessario è la prosecuzione di quella stessa visione, trasformando un brillante intervento di salvataggio nell’occasione per costruire un progetto industriale di dimensione internazionale.
È probabilmente questa la vera riflessione che l’OPS di ICOP consegna oggi al dibattito economico italiano: non se l’operazione sia valida o meno, ma se il Paese abbia rinunciato, troppo presto, a un’ambizione ben più grande.
Antonio Maria Rinaldi







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