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IL NUCLEARE IRANIANO

 

Un articolo del Segretario di Stato John Kerry

Il 20 luglio, il termine ultimo per negoziare un accordo generale sul programma nucleare iraniano, si sta avvicinando rapidamente.  Durante tutto il tempo, questi negoziati hanno riguardato una scelta dei leader dell’Iran. Essi possono essere d’accordo sui passi necessari per assicurare al mondo che il programma nucleare del loro Paese sarà esclusivamente pacifico e non sarà usato per costruire un’arma, oppure possono sprecare una storica occasione di por termine all’isolamento economico e diplomatico dell’Iran e di migliorare le vite del loro popolo. La diplomazia e la responsabilità del potere sono caratterizzate da passi difficili, ma questo non dovrebbe essere uno di loro. I funzionari iraniani hanno affermato  ripetutamente e senza ambiguità che essi non hanno intenzione di costruire un’arma atomica e che le loro attività nucleari tendono esclusivamente a rispondere a bisogni civili. Assumendo che ciò sia vero, non è un’affermazione difficile da provare.

Gli Stati Uniti e i loro partner hanno dimostrato all’Iran quanto siano seri. Durante i negoziati per raggiungere il Piano Congiunto d’Azione noi abbiamo teso la mano agli iraniani e li abbiamo incontrati direttamente per capire che cosa gli iraniani desiderano dal loro programma nucleare. Insieme con i nostri partner internazionali, abbiamo contribuito a creare una soluzione che permetterebbe all’Iran di avere un programma nazionale esclusivamente per scopi pacifici. Ed abbiamo dimostrato che eravamo flessibili, offrendo uno sgravio finanziario. Lungo tutti questi negoziati, i negoziatori iraniani sono stati seri. L’Iran ha anche smentito le aspettative di alcuni tenendo fede agli obblighi assunti col Piano Congiunto d’Azione, la qual cosa ci ha concesso tempo e spazio perché dei negoziati di ambito generale potessero procedere. Specificamente, l’Iran ha eliminato le sue scorte di uranio arricchito ad alti livelli, ha limitato la sua capacità di arricchimento non installando o non facendo partire ulteriori centrifughe, si è astenuto dall’effettuare ulteriori passi nelle sue capacità di arricchimento di reattori di acqua pesante, e ha permesso nuove e più frequenti ispezioni. In cambio di ciò, l’Unione Europea e le grandi potenze più una (5+1) hanno fornito un limitato sgravio finanziario all’Iran, anche se l’architettura delle sanzioni internazionali e la grande maggioranza delle stesse sanzioni sono rimaste fermamente al loro posto.

Ora l’Iran deve scegliere. Durante i negoziati di ambito generale, il mondo non ha chiesto all’Iran nulla di più che sostenere le proprie parole con azioni concrete e verificabili. Lungo molti dei recenti mesi, abbiamo proposto una serie di misure ragionevoli, verificabili e facilmente realizzabili, che da un lato avrebbero assicurato che l’Iran non può ottenere un’arma nucleare e che il suo programma è limitato a scopi pacifici; dall’altro, che in cambio all’Iran sarebbe stato concesso un graduale sollievo dalle sanzioni collegate al nucleare. Che cosa sceglierà l’Iran? Malgrado molti mesi di discussioni, ancora non lo sappiamo. Certo sappiamo che esistono sostanziali discrepanze fra ciò che i negoziatori iraniani dicono di essere disposti a fare, e ciò che essi fanno per raggiungere l’accordo di ambito generale.  Sappiamo che al loro ottimismo ufficiale, riguardo al possibile risultato finale di questi negoziati, non hanno corrisposto, fino ad oggi, le posizioni che hanno chiaramente espresso dietro le porte chiuse.

Queste discrepanze non sono provocate da richieste eccessive da parte nostra. Al contrario, i negoziatori degli Stati Uniti e dei 5+1 hanno ascoltato con molta attenzione le domande e le preoccupazioni dell’Iran ed hanno mostrato fin dove possibile la flessibilità compatibile con i nostri scopi fondamentali in questi negoziati. Abbiamo lavorato molto da vicino con l’Iran per stabilire un percorso  per un programma che corrisponde a tutti i requisiti per scopi pacifici e civili.

Rimane una discrepanza, comunque, fra l’intento professato dall’Iran, riguardo al suo programma nucleare e,  ad oggi, il contenuto attuale di quel programma. Il dislivello fra ciò che l’Iran dice e ciò che ha fatto rende evidente perché questi negoziati sono necessari e perché, per cominciare, la comunità internazionale si è trovata d’accordo nell’imporre sanzioni.

La pretesa dell’Iran che il mondo dovrebbe semplicemente fidarsi delle sue parole ignora il fatto che l’Agenzia per l’Energia Atomica ha riferito che dal 2002 ci sono state dozzine di sue violazioni degli obblighi internazionali di non- proliferazione, a cominciare dall’inizio degli anni Ottanta. Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha risposto adottando quattro risoluzioni ai sensi del Capitolo VII. Esigendo che l’Iran compisse i passi necessari per mettere rimedio a tali violazioni. Questi argomenti non possono essere messi da parte; ad essi gli iraniani devono porre rimedio  se è vero che si deve raggiungere una soluzione di ambito generale. Queste non sono le attese di nessun Paese in particolare ma della comunità delle nazioni. Per concedere che le sanzioni siano tolte il mondo sta semplicemente chiedendo all’Iran di dimostrare che le sue attività nucleari sono ciò che esso dichiara che esse sono.

Nove mesi fa, il Presidente dell’Iran, Hassan Rouhani, ha scritto nel Post che “La politica internazionale non è più un gioco a somma zero ma un’arena multidimensionale dove la cooperazione e la competizione spesso si verificano simultaneamente… ci si aspetta che i leader del mondo siano le guide nel trasformare le minacce in occasioni”. È stato in questo spirito che il Presidente Obama ha impegnato gli Stati Uniti  nell’esplorazione della possibilità di una soluzione negoziata dello stallo nucleare iraniano. Ci siamo impegnati in questo processo negoziale perché pensavamo che avesse una reale possibilità di successo. E ancora ce l’ha, ma il tempo sta per finire.

Se l’Iran è capace di adottare queste scelte, vi saranno esiti positivi per il popolo iraniano e per la sua economia. L’Iran  potrà usare il suo notevole know-how scientifico per la cooperazione internazionale nel campo del nucleare civile. Le imprese potrebbero tornare in Iran, portando posti di lavoro, i capitali di cui c’è tanto bisogno e molti altri beni e servizi. L’Iran potrebbe avere un maggiore accesso al sistema finanziario internazionale. Il risultato sarebbe un’economia iraniana che comincia a crescere ad un ritmo significativo e sostenibile, facendo largamente progredire il livello di vita della popolazione iraniana. Se l’Iran non è disposto a far ciò, le sanzioni internazionali si aggraveranno e si approfondirà l’isolamento dell’Iran.

I nostri negoziatori lavoreranno costantemente, a Vienna, da ora al 20 luglio. Bisognerà forse fare una maggiore pressione sui tempi. Ma nessun prolungamento è possibile a meno che non ci sia l’accordo di tutte le parti, e gli Stati Uniti e i loro partner non consentiranno un prolungamento solo per permettere ai negoziati di trascinarsi ulteriormente. L’Iran deve mostrare un’autentica disponibilità a rispondere alle legittime preoccupazioni della comunità internazionale, nel tempo che rimane.

In questo mondo turbato non si ha spesso la fortuna che emerga la possibilità di raggiungere pacificamente un accordo che risponda alle necessità essenziali e pubblicamente proclamate da tutte le parti, di far sì che il mondo sia più sicuro, che si allentino le tensioni regionali e si permetta una maggiore prosperità. Abbiamo una simile occasione e uno storico successo è possibile. È una questione non di possibilità ma di volontà politica e di provare le proprie intenzioni. È una questione di scelte. Speriamo che tutti scelgano con saggezza.

(Traduzione di Gianni Pardo)

 (1)http://www.washingtonpost.com/opinions/iranian-nuclear-deal-still-is-possible-but-time-is-running-out/2014/06/30/8510fbe2-0091-11e4-8fd0-3a663dfa68ac_story.html?wpisrc=nl_headlines

BY JOHN KERRY June 30

John Kerry is secretary of state.

July 20, the deadline to negotiate a comprehensive agreement on Iran’s nuclear program, is fast approaching.

All along, these negotiations have been about a choice for Iran’s leaders. They can agree to the steps necessary to assure the world that their country’s nuclear program will be exclusively peaceful and not be used to build a weapon, or they can squander a historic opportunity to end Iran’s economic and diplomatic isolation and improve the lives of their people.

Diplomacy and leadership are marked by tough calls. This shouldn’t be one of them.

Iranian officials have stated repeatedly and unambiguously that they have no intention of building a nuclear weapon and that their nuclear activities are designed solely to fulfill civilian needs. Assuming that’s true, it’s not a hard proposition to prove.

The United States and our partners have demonstrated to Iran how serious we are. During the negotiations to reach the Joint Plan of Action, we extended our hand to the Iranians and met with them directly to understand what Iran wanted from its nuclear program. Along with our international partners, we helped chart a path that would allow Iran to have a domestic program for exclusively peaceful purposes. We proved that we were flexible in offering financial relief.

Throughout these talks, Iran’s negotiators have been serious. Iran has also defied the expectations of some by meeting its obligations under the Joint Plan of Action, which has allowed time and space for the comprehensive negotiations to proceed. Specifically, Iran has been eliminating its stockpile of higher levels of enriched uranium, limited its enrichment capability by not installing or starting up additional centrifuges, refrained from making further advances at its enrichment facilities and heavy-water reactor, and allowed new and more frequent inspections. In exchange, the European Union and the P5+1 have provided limited financial relief to Iran, even as the architecture of international sanctions and the vast majority of sanctions themselves remained firmly in place.

Now Iran must choose. During the comprehensive negotiations, the world has sought nothing more than for Iran to back up its words with concrete and verifiable actions. We have, over the past several months, proposed a series of reasonable, verifiable and easily achievable measures that would ensure Iran cannot obtain a nuclear weapon and that its program is limited to peaceful purposes. In return, Iran would be granted phased relief from nuclear-related sanctions.

What will Iran choose? Despite many months of discussion, we don’t know yet. We do know that substantial gaps still exist between what Iran’s negotiators say they are willing to do and what they must do to achieve a comprehensive agreement. We also know that their public optimism about the potential outcome of these negotiations has not been matched, to date, by the positions they have articulated behind closed doors.

These gaps aren’t caused by excessive demands on our part. On the contrary, the E.U. and P5+1 negotiators have listened closely to Iran’s questions and concerns and showed flexibility to the extent possible consistent with our fundamental goals for this negotiation. We have worked closely with Iran to design a pathway for a program that meets all of the requirements for peaceful, civilian purposes.

There remains a discrepancy, however, between Iran’s professed intent with respect to its nuclear program and the actual content of that program to date. The divide between what Iran says and what it has done underscores why these negotiations are necessary and why the international community united to impose sanctions in the first place.

Iran’s claim that the world should simply trust its words ignores the fact that the International Atomic Energy Agency has reported since 2002 on dozens of violations by Iran of its international nonproliferation obligations, starting in the early 1980s. The U.N. Security Council responded by adopting four resolutions under Chapter VII, requiring Iran to take steps to address these violations. These issues cannot be dismissed; they must be addressed by the Iranians if a comprehensive solution is to be reached. These are not just the expectations of any one country, but of the community of nations.

To gain relief from sanctions, the world is simply asking Iran to demonstrate that its nuclear activities are what it claims them to be.

Nine months ago, Iran’s president, Hassan Rouhani, wrote in The Post that: “International politics is no longer a zero sum game but a multi-dimensional arena where cooperation and competition often occur simultaneously. . . . World leaders are expected to lead in turning threats into opportunities.”

It was in that spirit that President Obama committed the United States to exploring the possibility of a negotiated solution to Iran’s nuclear standoff. We entered into this negotiating process because we believed it had a real chance to succeed.

It still does, but time is running short.

If Iran is able to make these choices, there will be positive outcomes for the Iranian people and for their economy. Iran will be able to use its significant scientific know-how for international civil nuclear cooperation. Businesses could return to Iran, bringing much needed investment, jobs and many additional goods and services. Iran could have greater access to the international financial system. The result would be an Iranian economy that begins to grow at a significant and sustainable pace, boosting the standard of living among the Iranian population. If Iran is not ready to do so, international sanctions will tighten and Iran’s isolation will deepen.

Our negotiators will be working constantly in Vienna between now and July 20. There may be pressure to put more time on the clock. But no extension is possible unless all sides agree, and the United States and our partners will not consent to an extension merely to drag out negotiations. Iran must show a genuine willingness to respond to the international community’s legitimate concerns in the time that remains.

In this troubled world, the chance does not often arise to reach an agreement peacefully that will meet the essential and publicly expressed needs of all sides, make the world safer, ease regional tensions and enable greater prosperity. We have such an opportunity, and a historic breakthrough is possible. It’s a matter of political will and proving intentions, not of capacity. It’s a matter of choices. Let us all choose wisely.

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