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Note sulla Costituzione. L’ART.36 E LA RETRIBUZIONE DEL LAVORO

NOTE SULLA COSTITUZIONE – VIII

Art.33 e Art.36

Se, incontrando un amico, gli si dicesse quasi distrattamente: “Tua madre non fa la puttana, vero?”, si potrebbe anche ricevere un pugno sul naso. Eppure nessuno ha affermato che la signora eserciti quell’antica professione. Anzi si è fatta l’ipotesi opposta. E tuttavia il semplice parlarne risulta offensivo.

La Costituzione, all’art.33, commette una topica consimile. Comincia con queste parole: “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”. Visto che si preoccupa di dirlo, c’è da pensare che permettere queste libertà le sia  costato uno sforzo: sicché la norma, mentre vorrebbe essere liberale, risulta allarmante.

Il terzo comma, oltre a sentire il bisogno di dire che non vieta qualcosa, commette un errore logico: “Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”. È l’aggiunta finale, ad essere sorprendente. Se si ha il diritto di fare qualcosa, per esempio andare in bicicletta, che senso ha aggiungere che questo va fatto senza oneri per lo Stato? La verità è che i costituenti, nello scrivere quella norma, pensavano alle scuole cattoliche e intendevano vietare allo Stato di favorirle. Cosa illiberale: con quale diritto limitare la libertà dei futuri Parlamenti, in una materia non essenziale?

Inoltre la norma costituisce un errore economico. Dal momento che la scuola pubblica si vuole tendenzialmente gratuita, ed opera dunque in perdita, ogni ragazzo che va in una scuola privata toglie un peso economico allo Stato. Dunque le scuole private non solo non sono un onere per lo Stato, ma rappresentano un vantaggio economico. Se si desse loro la metà di ciò che un alunno costa nelle scuole di Stato, ci guadagnerebbero tutti: i contribuenti e il risultato dell’insegnamento. Infatti, se manca la concorrenza, non si nota più l’eventuale scadimento del livello educativo. E noi siamo in coda alle classifiche europee. Se invece ci fossero molti licei buddisti o mormoni in cui si studiasse meglio che nei Licei Scientifici Statali, avremmo un risparmio economico, un contraltare culturale e uno stimolo al miglioramento.

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L’Art. 36 è uno di quelli in cui meglio si vede la natura utopistica e sinistrorsa della nostra Costituzione. Ecco il primo capoverso: “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. Già le parole “in ogni caso” sono un capolavoro: se la retribuzione deve essere proporzionata alla quantità del lavoro, non ogni prestazione lavorativa (per esempio lavare il parabrezza ad un solo automobilista) sarà sufficiente a nutrire una famiglia.

Il “lavoro” è il modo in cui gli esseri viventi si procacciano la sopravvivenza. Il lavoro della leonessa si chiama predazione, il lavoro dell’uomo delle caverne si chiamava caccia e raccolta. Presto però ci si accorse che se uno era bravo a cacciare e un altro era bravo a pescare, si otteneva di più se uno cacciava per due e l’altro pescava per due. Nacquero così la divisione tecnica del lavoro e lo scambio. Cioè il lavoro retribuito non direttamente dal risultato dell’attività ma dalla possibilità di offrire una utilità per ottenerne in cambio un’altra.

In occasione di una riparazione casalinga, ciò che viene dato all’idraulico non è in rapporto con le necessità della sua famiglia ma con l’utilità che ne ricava il committente. Se quel giorno l’artigiano non avesse nessun altro lavoro, non potrebbe chiedere duecento euro per una prestazione di venti minuti solo perché quel giorno la sua famiglia ha bisogno di duecento euro. Nell’ambito del mercato del lavoro, la retribuzione corrisponde all’utilità di chi deve pagarlo. Nessuno, soprattutto nel caso del contratto a tempo indeterminato, può assumere un lavoratore che non gli renda più di quello che gli costa. Salvo lo Stato, naturalmente: ma ciò perché esso può compensare la differenza sottraendo denaro ad altri cittadini, con le tasse.

L’articolo 36 sostiene un’assurdità. Se al lavoratore la paga non basta, che diminuisca le sue esigenze, che abbia due lavori, che faccia la rivoluzione, al limite, ma non potrà obbligare nessuno ad assumerlo col salario che vuole lui.

Non si può pretendere di commisurare il ricavato del lavoro ai bisogni del lavoratore piuttosto che alla sua utilità, anche se ciò corrisponde allo stadio finale dell’utopia comunista. Sarebbe come aspettarsi che la gente compri da un negoziante che pratica prezzi alti a preferenza di un altro che pratica prezzi bassi solo perché il primo ha bisogno di vendere per assicurare alla propria famiglia un’esistenza libera e dignitosa.

Cercare di stravolgere le leggi dell’economia è tanto ragionevole quanto saltare dal secondo piano per mettere in discussione la legge di gravità.

8. Continua

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

19 agosto 2012

 

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