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MATTEO RODOMONTE

 

Enrico Letta è un politico difficile da difendere. Ha delle qualità: è distinto e di bell’aspetto; parla almeno due lingue straniere; è certamente un politico di lungo corso. Ma i difetti non mancano. In mesi di governo non ha fatto niente di notevole: è riuscito a galleggiare, aumentare le tasse e rinviare la soluzione dei problemi. Per giunta affetta costantemente un ottimismo urticante che giorni fa definivamo disneyano. Insomma trasuda doppiezza e perbenismo democristiani. E tuttavia, c’è qualcuno più insopportabile dell’ignavo tronfio. Un personaggio di cui l’umanità ride da tempo immemorabile, senza riuscire a liberarsene. Cominciò Plauto, col Miles Gloriosus. Ne presentò un caso Tucidide, raccontandoci la storia di Cleone. In seguito abbiamo avuto Rodomonte, il modello per antonomasia, e tanti altri casi: per esempio il Mario Monti che nell’autunno del 2011 sputava veleno su Berlusconi dicendo: “Se fossi al suo posto, vedreste”. Infatti abbiamo visto.

Oggi il personaggio di turno è Matteo Renzi. Il giovanotto è simpatico e sembra spontaneo, ma ciò non basta per assolverlo. Come non si poté assolvere Mario Monti in nome della sua aria di compito professore. E tuttavia bisogna sgombrare il terreno da un  errore: Rodomonte non realizza le prodezze di cui si dichiara capace ma ciò non esclude che altri possa farlo. L’uomo eccezionale è raro ma esiste. Dunque non si può liquidare il nuovo segretario del Pd con un’alzata di spalle. Bisognerà vederlo all’opera.

Per il momento, la prima cosa che bisogna concedergli è di essere un grande comunicatore. Ha accumulato una lunga serie di successi d’immagine perché si esprime con un linguaggio piano, da amico in pizzeria, senza avvolgersi nelle circonlocuzioni fumose dei professionisti della politica. Inoltre, pur essendo espressione di un partito che per molti decenni fu il più militarizzato, è riuscito a farsi percepire come antisistema. Essendo giovane, invece di farsi prendere sottogamba, è riuscito a ribaltare il pregiudizio fino a far sentire se stesso come “nuovo” e gli altri come “vecchi” da rottamare. Ha sparso a piene mani la retorica dell’ottimismo e del coraggio, fino a farsi eleggere segretario del Pd, ed oggi, a meno di un mese da questo successo, si presenta come il più risoluto innovatore. Ma proprio qui, cominciando ad esagerare, rischia di rompersi il naso.

Le sue parole sono divenute arroganti e proterve. Rifiuta altezzosamente di essere appaiato ad altri “giovani” come Letta o Alfano: loro frutto degli apparati, lui munito di un’investitura popolare diretta. Come De Gaulle. Dichiara che sosterrà Letta soltanto se “farà le cose” che dice lui, il che corrisponde a minacciarlo di morte se non le farà. Secondo le stesse parole del suo accolito Davide Faraone: “Non basta un ritocco, un ‘rimpasto’, o si cambia radicalmente o ‘si muore’ ”. E il portavoce allinea gli errori che il Primo Ministro ha collezionato, soltanto dall’8 dicembre ad oggi, per dimostrare che è un inetto, uno che non ne azzecca una, uno che “fa marchette”, come una puttana.

Retorica da basso comizio elettorale, dirà qualcuno: ma retorica compromettente. Renzi infatti avalla le parole di  Faraone anche a proposito di “grandi riforme per il paese, con tempi certi di realizzazione” e rilascia mazzi di cambiali con scadenza marzo o aprile. Questo Rodomonte promette di fare, in pochi mesi, quello che nessun Presidente del Consiglio è riuscito a fare dalla fine della Seconda Guerra Mondiale: riforma costituzionale,  riforma della legge elettorale “condivisa”, riforma del lavoro ed altro ancora. Dimentica quanti, prima di lui, si sono accostati con altrettanta fiducia al nodo di Gordio e ne sono usciti scornati. O non sa quante resistenze incontra chi prova a cambiare qualcosa, o il successo della sua infantile retorica lo ha completamente ubriacato. Fino a poco fa ha avuto l’abilità di tenersi sulle generali, ma ora si compromette sul piano della concretezza e non basteranno a salvarlo i jeans e l’assenza di cravatta. Il popolo italiano è disperato, ha già votato per Grillo e a momenti voterebbe per il Diavolo, ma una volta che il suo uomo sarà al potere vorrà vedere i risultati. E come potrà il sindaco realizzare la metà di ciò che ha promesso, nel momento in cui irrita i pochi alleati di un governo in bilico e si mette contro il suo stesso partito? Probabilmente l’astro in ascesa era troppo sfavillante per essere esaminato attentamente, ma quando si pesano i risultati la bilancia non si lascia abbagliare. Promettere troppo è comunque un errore. Chi compie il miracolo di realizzare la metà di quanto ha promesso si vedrà ancora rimproverare di non aver realizzato l’altra metà.

Se questa diagnosi sia accurata o no, lo dirà la realtà. E dal momento che sono stati promessi “tempi certi e brevi”, prima che sia passato qualche mese tutti i dubbi saranno chiariti.

Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it

29 dicembre 2013

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