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Matt O’Brien: La Lituania è Ufficialmente Saltata a Bordo di quel Titanic che è l’Euro

Articolo da Voci dall’estero, Blog validissimo, di cui suggeriamo la lettura 

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Matt O’Brien nel suo blog sul Washington Post spiega l’incredibile decisione della Lituania di aderire a un’eurozona ormai palesemente condannata al naufragio. Sebbene ci sia qualche ragione per il gesto compiuto (molti contratti di debito in Lituania sono comunque formulati in euro), la decisione di saltare a bordo del Titanic dopo che questo ha già urtato l’iceberg resta una decisione folle dal punto di vista economico, e conferma come l’euro abbia a che fare più con la politica che con l’economia. 

 di Matt O’Brien – 2 gennaio 2015

Non capita tutti i giorni che qualcuno di propria volontà salti a bordo del Titanic dopo che ha già colpito l’iceberg. Ma questo è proprio ciò che ha fatto la Lituania, ora che è diventata ufficialmente il 19° membro dell’eurozona. Non sbattete contro la porta mentre entrate!

Scherzi a parte, però, questa è un’ulteriore evidenza che l’euro, che più che una moneta è un dispositivo infernale per trasformare le recessioni in vere e proprie depressioni, ha sempre avuto molto più a che fare con la politica che con l’economia. L’ironia è che proprio mentre la politica sta spingendo dentro nuovi paesi, è la stessa politica che sta minacciando di buttar fuori i vecchi— e di far naufragare tutto.

Nel caso della Lituania, la politica consiste di quattro parole: rendersi liberi dalla Russia. Ciò, in definitiva, riassume gli ultimi 100 anni della loro storia. La Lituania ha ottenuto l’indipendenza nel 1918,  quando i sovietici consolidarono il loro potere concordando la pace coi tedeschi. Poi la perse nel 1940, quando sovietici e nazisti si misero d’accordo per spartirsi l’Europa dell’est, e infine la riconquistò nel 1991, quando la pattumiera della Storia diede il suo tardivo benvenuto all’URRS. Le vecchie paure, però,  ritornano a galla, adesso che Putin ha fatto dell’irredentismo la politica estera della Russia. Non è infatti una coincidenza che il sostegno del popolo lituano all’ingresso nell’euro sia passato dal 41 percento del 2013 al 63 percento di oggi, sull’onda dell’incursione russa in Ucraina.

La libertà, insomma, vale pure una depressione indotta dall’euro.

O almeno speriamo, perché questo è quel che ha fatto la Lituania. Ha agganciato la sua valuta all’euro già nel 2002, perciò è da 12 anni che sta importando la politica monetaria dell’eurozona. E, proprio come gli altri paesi baltici, è finita abbastanza male. La Lituania è entrata nell’abbuffata del credito — il suo deficit delle partite correnti ha raggiunto un incredibile 14 percento del PIL nel 2007 — dato che i tassi d’interesse, troppo bassi per la sua economia ancora arretrata, hanno spinto in alto i prezzi delle case, se non proprio nella stratosfera, almeno al livello delle nuvole più basse.

Ma poi è scoppiato il caso Lehman, e nessuno aveva più voglia di prestar loro ulteriore denaro. I prezzi delle case sono crollati, e così il resto della loro economia che, dopo anni di indebitamento estero, aveva raggiunto dei livelli salariali non più competitivi. La Lituania si è così ritrovata davanti a una scelta: o svalutare, rinunciando così alle speranze di entrare nell’euro, oppure tagliare spese e salari. Ora, i libri di testo di economia vi direbbero che la via d’uscita più semplice — la svalutazione — è anche la migliore. (La virtù dimenticata della via d’uscita più semplice è che essa, in effetti, è proprio una via d’uscita).  Ciò perché alla gente, ci crediate o no, non piace molto vedersi tagliato il salario, e quindi siete costretti a licenziarli per costringerli ad accettare. E tutta questa sofferenza economica potrebbe essere del tutto vana, dato che la gente farà sempre più fatica a ripagare dei debiti che di fatto non diminuiscono quando contemporaneamente diminuiscono i loro salari.

Questo però non era un caso da libro di testo, dato che le famiglie lituane si erano fortemente indebitate in euro. Ciò implica che svalutare renderebbe i loro mutui ancora più difficili da restituire, proprio come avverrebbe col taglio dei salari. È così che, nella scelta tra due mali, la Lituania ha optato per quello che l’avrebbe avvicinata all’Europa e allontanata dalla Russia. Ha mantenuto la moneta agganciata all’euro e tagliato la spesa pubblica. Come risultato, si è avuto un picco del 17 percento di disoccupazione — un numero che, nonostante l’emigrazione su larga scala degli scorsi anni, è tuttora a doppia cifra.

È facile sottovalutare l’euro. Dal punto di vista economico non ha alcun senso, ed è solamente la politica che gli ha impedito di crollare a pezzi. Ciò perché, come abbiamo già detto, l’euro è un monumento di carta alla pace e alla prosperità, che ha assunto un’autorità morale nell’Europa del dopoguerra. Ma l’autorità morale non si mangia, e a meno che non ci sia la preoccupazione di un’invasione russa, la gente non è disposta a lasciarsi affamare in eterno in nome dell’idea di “Europa”. Per ogni Lituania che si affretta a saltare a bordo, c’è una Grecia che cerca le scialuppe di salvataggio per fuggire da quel Titanic che è l’euro.

L’Europa, in altre parole, deve trovare il modo di mettere fine ad una depressione che è diventata peggiore di quella degli anni ’30. Se non ci riesce, l’euro potrebbe essere tanto irreversibile quanto il Titanic era inaffondabile.

 

 

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