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UN MASSACRO ESEMPLARE

 

La notizia del massacro perpetrato in Pakistan è su tutti i giornali e forse val la pena di vedere se ci insegni qualcosa.

Nel lontano passato è avvenuto che lo scopo di una guerra fosse quello di sterminare tutti i membri di un popolo e di appropriarsi il loro territorio ma, salvo eccezioni, questo genere di guerra è uscito dai costumi dei popoli civili moltissimo tempo fa. I romani addirittura trattavano i vinti con tanto rispetto che questi, invece di odiarli, presto si romanizzavano. L’unica eccezione contemporanea – per fortuna ancora allo stato di progetto – è lo Statuto di Hamas che indica fra gli scopi del futuro Stato quello di sterminare tutti gli israeliani.

Nella polemologia moderna è universalmente accettato il principio di Clausewitz per il quale “la guerra è la politica proseguita con altri mezzi”. Si vuole che il nemico si pieghi alla nostra volontà, anche se si sarebbe preferito che si piegasse senza obbligarci ad usare le armi. E infatti Tucidide ha spiegato che un eccesso di crudeltà induce l’avversario a preferire la morte alla resa, rendendo più difficile la vittoria: dunque è meglio moderarsi.

Il massacro dei nemici ha avuto occasionalmente lo scopo di minare la loro volontà di combattere. Ne abbiamo esempi recenti. Basterà ricordare i primi bombardamenti inglesi su Berlino, le V1 e V2 hitleriane, che seguirono, su Londra, i bombardamenti inglesi in Germania e in particolare su Dresda, e infine le bombe atomiche sul Giappone. Si è comunque trattato di uccisioni di massa, in cui chi uccideva non aveva nessun rapporto con chi era ucciso. Chi moriva almeno non vedeva in faccia chi lo mandava a morte, come invece avvenne ai tanti ebrei fucilati dai Sonderkommando hitleriani. In questo senso, Hitler sembra appartenere ad un passato quasi preistorico.

Tenendo conto della storia, noi occidentali, noi civili, noi pacifisti non possiamo considerarci del tutto innocenti. Dalla nostra parte abbiamo soltanto due circostanze: quei massacri (salvo quelli di Hitler) sono avvenuti nell’ambito di azioni di guerra; e comunque non riusciamo a ripensare ad essi senza un moto d’orrore e di condanna.

Il massacro compiuto dai talebani differisce per alcuni versi da tutto ciò che si è detto. Gli assassini hanno ucciso volontariamente dei bambini. Hanno ucciso le loro vittime ad una ad una, guardandole in faccia. Non hanno ucciso soltanto dieci o venti, bambini, ma per essere sicuri di ottenere la massima pubblicità, hanno deciso di battere dei record di barbarie. Infine non hanno ucciso nell’ambito di una guerra, ma nell’ambito di un’azione ferocemente terroristica.

E tuttavia non è ancora questo, il principale insegnamento dell’episodio. Di solito si vede il terrorismo islamico come un’azione violenta contro l’Occidente,  e qui invece è contro uno Stato assolutamente asiatico; attacca di solito gli infedeli e stavolta invece l’obiettivo è uno Stato che è si è staccato dall’India in nome dell’Islàm: dunque si può concludere che la caratteristica di questa azione non deve essere identificata partendo da chi la subisce – l’occidentale, il  cristiano o l’ebreo – ma partendo da chi la compie: e cioè il terrorista.

Il terrorista musulmano non è il membro di un esercito in guerra. Non ha in programma di vincere una battaglia. Nessuna guerra del resto è stata mai vinta col terrorismo. Le sue azioni violente non sono funzionali ad un’improbabile vittoria.  Egli ha lo scopo di incutere orrore e terrore, sentimenti che lui personalmente non prova. Come combattente, non essendo capace di infliggere la sconfitta, vuole infliggere il dolore. Somiglia a un pugilatore che, vinto sul ring, dia un calcio nelle parti basse dell’avversario e poi fugga. L’assoluto opposto del fair play. Il terrorista islamico è un personaggio frustrato, sleale, inumano e, secondo i termini delle Convenzioni di Ginevra, degno di essere ucciso a prima vista.

Purtroppo non è questa l’unica lezione della carneficina. Ciò che è stupefacente è il silenzio delle grandi masse musulmane. Molti, in occasione di analoghi fatti, ne hanno dedotto una tacita complicità: ma questo è improbabile. Pare impossibile che centinaia di milioni di persone possano desiderare un’azione come quella di ieri. Dunque è opportuno fare pietosamente una seconda ipotesi, e cioè che questi metodi di “azione politica” contro gli americani (Manhattan), contro gli occidentali (Madrid), contro i russi (Beslan), contro gli Israeliani e contro i pakistani siano sentiti in molti Paesi islamici come normali. E infatti neanche i loro governanti sentono il dovere retorico di esprimere condanna ed orrore.

Ciò spinge a rimanere perplessi rispetto alla psicologia di interi popoli, e ci dovrebbe indurre a divenire guardinghi, avendo a che fare con loro. Evidentemente, hanno parametri di civiltà diversi dai nostri.

Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it

17 dicembre 2014

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