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Maastricht: l’architettura che ha programmato il declino europeo
L’analisi spietata dell’economista: l’Europa è prigioniera di dogmi politici spacciati per regole economiche. Perché la mancanza di una Golden Rule e il mandato limitato della BCE stanno distruggendo la crescita.

L’Unione europea non è vittima di crisi esterne o di fatalità storiche: è prigioniera di un impianto giuridico che ha trasformato l’economia in una disciplina punitiva. Maastricht e il TFUE (trattato di Lisbona) non sono più trattati di cooperazione, ma strumenti ideologici che hanno istituzionalizzato l’austerità, compresso la crescita e normalizzato la disoccupazione come variabile di aggiustamento. Continuare a difenderli equivale a difendere un fallimento strutturale.
- Il primo errore, originario e mai corretto, è aver reso sacri numeri arbitrari: 3% di deficit e 60% di debito. Non sono leggi economiche, ma dogmi politici elevati a rango costituzionale. Applicati in modo rigido, hanno imposto politiche pro-cicliche che hanno aggravato ogni recessione e ritardato ogni ripresa, distruggendo capacità produttiva e capitale umano. Nessuna grande economia al mondo governa così il proprio ciclo economico. Solo l’Europa ha scelto di legarsi le mani e di chiamare questa rinuncia “rigore”.
- Secondo: l’assenza di una vera golden rule sugli investimenti pubblici non è un errore tecnico, ma una scelta deliberatamente distruttiva. Mettere sullo stesso piano la spesa corrente e gli investimenti significa impedire agli Stati di costruire infrastrutture, capitale umano, sicurezza energetica, ricerca e difesa comune. Un sistema che vieta l’investimento pubblico non tutela il futuro: lo consuma. Questa impostazione va rovesciata alla radice, non corretta ai margini con eccezioni temporanee.
- Terzo: l’unione monetaria è stata costruita senza una capacità fiscale centrale. È un’anomalia storica che nessuna area valutaria avanzata ha mai accettato. Una moneta unica senza bilancio federale, senza stabilizzatori automatici, senza strumenti anticiclici comuni è un meccanismo che produce divergenze strutturali e le rende permanenti. Ogni crisi trasferisce ricchezza, occupazione e potere economico da una parte all’altra dell’area euro. Non è solidarietà mancata: è un errore di progetto.
- Quarto: i dogmi del “no monetary financing” e del “no bail-out” sono stati elevati a verità morali intoccabili. In realtà hanno alimentato la frammentazione finanziaria, amplificato le crisi e reso ogni shock una minaccia esistenziale per l’euro. Sono regole pensate per diffidare degli Stati, non per salvaguardare l’unione. Vanno riscritte per consentire strumenti comuni di debito e interventi straordinari quando è in gioco la stabilità sistemica, senza ipocrisie giuridiche e senza finzioni semantiche.
- Quinto, decisivo: il mandato della Banca Centrale Europea è politicamente distorto. La stabilità dei prezzi è diventata un alibi per ignorare occupazione, crescita e coesione sociale. Il TFUE deve introdurre target occupazionali espliciti e vincolanti accanto all’inflazione. Senza un obiettivo di piena occupazione, la disoccupazione diventa la variabile di aggiustamento dell’euro. Questo non è tecnicismo: è una scelta di modello sociale.
- Infine, l’asimmetria delle regole è intollerabile. I Paesi in deficit sono costretti all’aggiustamento permanente; quelli in surplus non hanno obblighi equivalenti. Così l’unione non corregge gli squilibri: li cristallizza. Nessuna area monetaria può funzionare in questo modo senza produrre stagnazione economica e tensioni politiche crescenti.
La verità è semplice: Maastricht e TFUE non vanno “interpretati meglio”. Vanno cambiati radicalmente. Difenderli oggi non significa essere europeisti, ma custodi di un assetto che ha prodotto bassa crescita, disoccupazione di massa e sfiducia democratica. Senza una riscrittura politica dell’architettura economica, l’Europa non perderà solo competitività: perderà consenso, coesione e futuro. I trattati sono stati scritti a Maastricht, non sul Monte Sinai.
Domande e risposte
Perché i parametri del 3% e del 60% sono considerati dannosi? Questi parametri sono definiti dannosi perché privi di fondamento scientifico ed applicati in modo rigido. In economia, imporre tagli alla spesa (austerità) durante una fase di recessione per rispettare un numero arbitrario è una politica “pro-ciclica”: aggrava la crisi invece di risolverla. Questo riduce la crescita, aumenta la disoccupazione e, paradossalmente, rende ancora più difficile ripagare il debito pubblico, ottenendo l’effetto opposto a quello desiderato.
Che cos’è la “Golden Rule” sugli investimenti e perché servirebbe? La “Golden Rule” è una regola contabile che prevede di scorporare gli investimenti pubblici produttivi dal calcolo del deficit. Oggi l’UE tratta la spesa per costruire un ponte o una scuola (che crea ricchezza futura) allo stesso modo della spesa per la burocrazia. Introdurre la Golden Rule permetterebbe agli Stati di indebitarsi per fare investimenti strategici (infrastrutture, ricerca, transizione energetica) senza violare i vincoli di bilancio, stimolando così la crescita a lungo termine.
Perché il mandato della BCE è considerato asimmetrico rispetto alla Federal Reserve? La Banca Centrale Europea ha come obiettivo primario, sancito dai trattati, il mantenimento della stabilità dei prezzi (controllo dell’inflazione). La Federal Reserve americana, invece, ha un “doppio mandato”: deve controllare l’inflazione e massimizzare l’occupazione. I critici, come Rinaldi, sostengono che l’impostazione della BCE porti a politiche monetarie troppo restrittive che sacrificano posti di lavoro e benessere sociale pur di mantenere l’inflazione bassa, ignorando le necessità dell’economia reale.








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