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L’Ungheria cambia volto, ma non anima: Péter Magyar, l’anti-Orbán che difende i confini
Péter Magyar ha scalzato Viktor Orbán, ma l’Europa esulta troppo presto: sui migranti, il petrolio russo e le alleanze, il nuovo premier di Budapest è molto più simile al suo predecessore di quanto sembri.

L’Ungheria ha voltato pagina, o forse ha solo cambiato la copertina del libro. L’ascesa di Péter Magyar alla guida del governo di Budapest, dopo i lunghi sedici anni dell’era di Viktor Orbán, è stata salutata da molti salotti europei come una liberazione. Eppure, a guardare bene sotto la superficie narrativa, la realtà politica ed economica ungherese racconta una storia diversa, che mostra una grandissima continuità con il passato.
Magyar ha certamente il merito di voler smantellare un apparato di potere ormai incrostato. Chiedere le dimissioni dei fedelissimi del suo predecessore, dalle posizioni apicali fino alla presidenza, e proporre un limite di otto anni per il mandato da Primo Ministro, sono passi sani per ripristinare uno Stato di diritto logorato. Un ricambio della classe dirigente era fisiologico e necessario. Inoltre, questo “ritorno alla normalità” istituzionale ha un peso economico enorme: è la chiave per sbloccare i vitali fondi europei, finora congelati da Bruxelles. Ma chi si aspetta una rivoluzione progressista a Budapest rimarrà deluso.
Sviscerando le recenti interviste del premier, emerge un quadro limpido: Magyar è, nella sostanza, un Orbán meno rigido e più presentabile, ma con radici politiche profondamente affini.
Ecco i punti salienti della “nuova” linea ungherese:
Migrazione e confini fermi: Nessun passo indietro. Magyar rivendica apertamente che Orbán “aveva ragione nel 2015“. L’Ungheria non accetterà i ricollocamenti previsti dal nuovo patto europeo (CEAS), offrendosi però di proteggere le frontiere esterne dell’UE. La linea dura rimane intatta.
Energia e pragmatismo industriale: Lo strappo immediato dal petrolio russo è, per Magyar, un’utopia per un Paese senza sbocco sul mare. Le ricadute economiche di un blocco improvviso sarebbero devastanti: impennata dei costi energetici, perdita di competitività delle fabbriche e un’inflazione incontrollabile. La diversificazione delle fonti ci sarà, ma con i tempi dettati dalla realtà logistica, non dalle scadenze ideologiche. Alla fine capisce quello che non capiscono i leader dell’Europa occidentale.
Il rifiuto dei “cordoni sanitari”: Il nuovo premier critica l’abitudine di isolare le forze politiche estreme dietro un “muro di fuoco”, ritenendo che questo non faccia altro che rafforzarle. Un approccio che riflette un netto scetticismo verso le élite occidentali, accusate di ignorare i problemi reali dei cittadini e che non verrà preso bene dalle élite socialisteggianti di Bruxelles.
La vera, grande frattura con l’epoca precedente riguarda la geopolitica. Magyar non blocca più gli aiuti europei all’Ucraina e definisce chiaramente Mosca come l’aggressore, ma comunque non partecipaerà alla copertura del prestito da 90 miliardi all’Ucraina. Il pragmatismo prevale: niente armi o soldati ungheresi al fronte, delegando la sicurezza alle grandi potenze.
Se togliamo dall’equazione la guerra in Ucraina e un approccio meno aspro su alcune normative di superficie (come quelle sui diritti civili), l’ossatura del governo Magyar rimane conservatrice, a un livello da far apparire la Meloni una progressista sfrenata. Ha cambiato i suonatori e ha accordato gli strumenti agli standard europei — come dimostra il dialogo aperto con il Cancelliere tedesco Friedrich Merz — ma lo spartito di fondo, fatto di difesa dell’identità nazionale e degli interessi economici sovrani, è rimasto esattamente lo stesso.







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