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L’UMORISMO INVOLONTARIO DELLA CORTE COSTITUZIONALE

 

Più volte(1) la Corte Costituzionale è stata criticata per avere emesso sentenze che non rilevavano un puntuale contrasto col dettato della Costituzione ma avevano un chiaro senso politico, arrivando a decisioni fondate su un uso estensivo, per non dire artificioso, dei principi generalissimi della Carta. Ciò si è verificato ancora una volta a proposito della fecondazione eterologa, di cui la Carta non si sogna nemmeno di occuparsi: e l’esame delle motivazioni non fa che confermare le critiche.

La Consulta giustifica la propria decisione sulla “Legge 40” con alti principi. Il diritto “di diventare genitori e di formare una famiglia che abbia anche dei figli – leggiamo – costituisce espressione della fondamentale e generale libertà di autodeterminarsi”. Suona bene ma non significa niente. Nessuno infatti contesta questo diritto. Come nessuno contesta il diritto di battere il record regionale sui cento metri piani. Ma se uno fisicamente non ce la fa, non è che possa rivolgersi alla Corte Costituzionale per vedersi assegnare il titolo di recordman. E ancor meno la legge può autorizzare, per esercitare il diritto ad essere genitori, a rapire il neonato altrui. Qui non si tratta del “diritto” di avere dei figli, ma della “possibilità” di averli. Cosa che, per milioni di anni e fino ad un tempo molto recente, è dipesa semplicemente dalla fisiologia. Se l’esercizio di un diritto dipende da una capacità personale che non si ha, non si vede in che senso possa interferire l’ordinamento giuridico.

Seconda argomentazione. Il divieto della fecondazione eterologa, per la Corte, rappresentava “una lesione della libertà fondamentale della coppia destinataria della legge 40 di formare una famiglia con dei figli, senza che la sua assolutezza sia giustificata dalle esigenze di tutela del nato”. Lasciato da parte il diritto d’avere figli, qui si parla di assenza di “esigenze di tutela del nato”. Cosa del tutto opinabile. Personalmente siamo d’accordo sulla sostanza della decisione, ma i cattolici potrebbero sostenere che proprio su questo punto inciampa la decisione della Consulta. Infatti il figlio ottenuto con la fecondazione eterologa, non essendo un vero figlio naturale, potrebbe un giorno avere tutti i problemi cui dà luogo l’adozione. Con essa ci sono ragazzi che hanno lo status di figli ma sanno di non esserlo e continuano a chiedersi chi sono i loro veri genitori; se essi li avrebbero amati più o meglio di quelli (falsi) che hanno e se la loro infelicità non dipenda da questo vizio d’origine. Saranno fisime, saranno pregiudizi, saranno problemi inventati, ma per gli interessati sono reali.

Il grande problema dei genitori adottivi è che rischiano sempre di sentirsi accusare di non essere buoni genitori, “come sarebbero stati quelli naturali”. E i cattolici potrebbero sostenere che la situazione anomala creata dalla fecondazione eterologa mette in pericolo la salute mentale e la serenità del figlio. Ecco le “esigenze di tutela del nato”. Che i credenti  abbiano ragione o torto non è cosa che vada stabilita dalla Consulta, in questo campo deve decidere il popolo sovrano, cioè il Parlamento. La Costituzione dice forse qualcosa, a proposito di fecondazione artificiale, adozione e problemi consimili?

C’è infine un ultimo argomento al quale molte persone saranno sensibili. Ciò che prima in Italia era vietato non lo era all’estero e dunque le coppie abbienti hanno facilmente potuto aggirare il divieto. Ma non tutti potevano permettersi il viaggio e ciò ha prodotto, a parere della Consulta, “un ingiustificato, diverso trattamento delle coppie affette dalla più grave patologia, in base alla capacità economica”. Se questo è ciò che la Consulta intende evitare, domani qualcuno potrà presentarsi dal concessionario della Rolls Royce dicendo: “Per l’automobile che voglio la mia capacità economica mi consente di investire quindicimila euro e non di più, e voi non potete discriminarmi in base alla capacità economica. Dunque datemi una berlina della vostra marca a questo prezzo, diversamente mi rivolgo alla Corte Costituzionale”.

Scherzi a parte, l’intera vita dei cittadini contiene discriminazioni in base alla capacità economica. Diversamente, o tutti dovrebbero permettersi tutto o nessuno dovrebbe permettersi niente. Neanche nella Cina di Mao si è mai potuta raggiungere una simile uguaglianza. Francamente l’argomento è troppo risibile per essere inserito in una sentenza di Corte Costituzionale.

La verità è che la Corte Costituzionale voleva legiferare in questo campo e l’ha fatto. Non secondo il diritto, ma secondo convinzioni etico-politiche che si reputa autorizzata ad imporre alla nazione.

Gianni Pardo, pardo.ilcannocchiale.it

11 giugno 2014

(1)http://pardo.ilcannocchiale.it/2014/04/10/il_legislatore_al_palazzo_dell.html ed ancor prima, nel 2010, http://www.lsblog.it/index.php/heri-dicebamus?view=article&id=30067

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