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L’Italia (im)possibile: aumentare le pensioni diminuendo il debito pubblico

Ad impossibilia nemo tenetur, dice il vecchio brocardo latino. Quindi “nessuno è tenuto a fare cose impossibili”.

Dovrebbe essere tenuto, aggiungo io.

L’antica saggezza latina infatti non vale per l’Italia contemporanea. Dobbiamo trovare soluzioni razionali a problemi assurdi. Tipo: aumentare i consumi, ma anche il risparmio. Diminuire i debiti ma aumentare il credito. Aumentare la spesa sociale ma tagliare il welfare.

E’ assurdo, ma è così. Lo sa chiunque si avventuri nelle politiche economiche le quali, non sapendo che pesci pescare, cercano di dilazionare il redde rationem, sperando che la Bce, la Fed o chi per lei, ci mettano una toppa e tutto torni magicamente a posto.

Io ci spero, ma non ci credo.

Sicché mi son convinto che bisogna aggiornare il brocardo. Siamo tenuti a fare l’impossibile, se vogliamo avere la possibilità di un futuro che non sia quello che immaginano banchieri ed economisti.

Futuro tristissimo, peraltro: un mondo dove regnano l’insaziabile incapienza dei debitori e l’avida aritmetica dei creditori.

Questa riflessione mi ha spinto ad affrontare una prima radicale contraddizione che rappresenta un’altrettanto radicale necessità:

Dobbiamo aumentare le pensioni diminuendo al contempo il debito pubblico.

Bum.

Il Sacro Graal. Oppure l’uovo di Colombo.

Poiché, come ho più volte detto e ripetuto non sono economista né esperto di alcunché, mi contento di tracciare una linea di ragionamento con alcuni dati di contorno. Dopodiché chiedo a voi, che siete molto più bravi di me a fare i conti e a frugare nei cavilli tecnici, di darmi una mano. Se il gioco vi appassionerà potremo insieme farne qualcosa di più di un modesto post.

Perché questo gioco di società? Perché deve essere chiaro a tutti che ne usciremo, dall’impossibilità in cui ci siamo ficcati, solo se ognuno darà un contributo. E le idee e la propria expertise sono già un ottimo inizio. Quindi, per favore, battete un colpo.

Dunque, che sia necessario aumentare il valore delle pensioni in Italia è chiaro a chiunque conosca pure per sommicapi la questione.

In Italia coltiviamo il curioso paradosso per il quale abbiamo una spesa per trattamenti pensionistica gigantesca e una gran parte di rendite miserrime. Parliamo di oltre 270 miliardi nel 2012, in costante crescita sul Pil, al 17,28%, che alimentano circa 16,6 milioni di pensionati che in media percepiscono 16.314 euro l’anno di rendite.

L’Istat ci dice che il 42,6% dei questi pensionati percepisce un reddito da pensione inferiore a mille euro al mese, il 38,7% tra i mille e i duemila, il 13,2% tra i duemila e i tremila, il 4,2% fra i tremila e i 5mila e l’1,3% oltre i 5mila al mese. Per chi non avesse voglia di fare i conti, l’1,3% di 16,6 milioni equivale a 215.800 persone. Quelli che mezza Italia vuole super tassare (peraltro senza riuscirci).

A fronte di questi incassi abbiamo la circostanza che la pensione sia equiparata al reddito da lavoro dipendente. Di conseguenza che sia soggetta allo stesso tipo di tassazione con tanto di ritenuta alla fonte che l’Inps effettua a titolo di imposta sul reddito delle persone fisiche. Dalla ritenuta sono escluse le prestazioni assistenziali erogate dall’Inps come le pensioni sociali, gli assegni sociali, le prestazioni agli invalidi.

Le aliquote Irpef che i pensionati pagano replicano quelle dell’Irpef sul lavoro, quindi oscillano dal 23% per le pensioni fino a 15mila euro, al 43% per le pensioni superiori a 75mila.

Sappiamo altresì che sul totale di 270 miliardi di pensioni pagato nel 2012, quelle di assistenza pesano il 7,9%, quelle di invalidità il 4% e quelle indennitarie l’1,7. Quindi queste non sono soggette a ritenuta fiscale. Parliamo di circa 36 miliardi che dobbiamo togliere dal nostro monte pensioni perché esentasse.

In sostanza, pure malcontato com’è (sono grato se qualcuno farà calcoli più precisi) abbiamo un monte di spesa pensionistica pari a circa 233 miliardi che produce un gettito fiscale.

Non conosco i dati di questo gettito fiscale nel 2013, però è noto quello del 2012, così come viene riportato dal Bilancio del sistema previdenziale presentato nel giugno scorso dal sito Itinerari previdenziali.

Nel 2012 la spesa pensionistica complessiva, al netto della quota GIAS (ossia dell’assistenza) pari a 31,6 miliardi, era stata di 211,103 miliardi di euro, cresciuta del 3,3% sul 2011 e del 6,2% sul 2010, solo in parte coperte dalla massa dei contributi, pari a 190 miliardi. Su questi 211 miliardi e rotti lo Stato ha incassato di tasse 45,9 miliardi. Credo quindi che non saremmo troppo lontani dal vero se affermassimo che nel 2013 il prelievo fiscale sulle pensioni ha portato circa 50 miliardi.

A fronte di questo incasso fiscale, lo Stato trasferisce all’Inps una quota rilevante di risorse. Di fronte a tutto ciò le previsioni dei vari Def, che vedono in costante crescita la spesa per prestazioni sociali non possono che inquietare.

Questa situazione la potremmo raccontare così: lo Stato spende tanto per le sue prestazioni sociali, pensioni in testa, e al tempo stesso la grande maggioranza di queste rendite sono basse. L’ennesima contraddizione nella quale si agita questo paese.

Detto ciò proviamo il nostro gioco di società. Il miglior modo per far aumentare le pensioni è defiscalizzarle, in tutto o in parte.

Se però lo Stato volesse defiscalizzare queste pensioni, dovrebbe trovare i 50 miliardi di incassi fiscali che gli verrebbero a mancare. E l’unico modo che io vedo plausibile è favorire uno scambio virtuoso fra il patrimonio dei pensionati e il loro reddito.

Provo a delineare la fisionomia di questo scambio.

Bisogna recuperare queste risorse agendo su una delle voci più corpose del nostro bilancio pubblico: la spesa per interessi sul debito, che ormai veleggia intorno agli 80 miliardi di euro l’anno, che equivale a un rendimento implicito di circa il 4% sullo stock di debito che abbiamo accumulato, ossia circa 2.000 miliardi di cui più o meno un terzo all’estero.

Su quest’ultima quota, perciò, paghiamo oltre 25 miliardi l’anno di interessi che, espatriando, non producono alcun effetto positivo sulla nostra macroeconomia, senza contare che una tale esposizione estera ci rende molto sensibili alle oscillazioni dei mercati internazionali, e quindi agli spread. Reinternalizzare questo debito, insomma, ci renderebbe di sicuro più stabili, specie se contrattato a tassi molto bassi.

Servono quindi circa 700 miliardi. Ce li abbiamo?

Gli ultimi dati di Bankitalia ci dicono che la ricchezza finanziaria netta degli italiani a fine 2012 quotava circa 2.775 miliardi. Quindi i soldi ce li abbiamo. E sappiamo anche, sempre perché ce lo dice Bankitalia, che per ragioni storiche una parte consistente di queste risorse è concentrata nella fascia più attempata della popolazione. Quindi sembra del tutto logico che sia questa fascia di popolazione, che poi è la stessa che ha bisogno di vedere migliorata la propria posizione di rendita pensionistica, a partecipare a questo aggiustamento.

Sarebbe sbagliato, però, pensare a un “esproprio”. Nessuna patrimoniale, quindi. La soluzione dovrebbe essere di tipo cooperativo. Ossia bisogna collegare il vantaggio (lo sgravio fiscale) a uno svantaggio, ossia un prestito patrimoniale. Prestito: attenzione, non tassa.

Lo svantaggio sarebbe nelle condizioni del prestito. Ossia nel tasso d’interesse. Quest’ultimo dovrebbe essere collegato al tasso Bce, quindi a zero, e per una durata di almeno venti anni.

In sostanza lo Stato dovrebbe emettere dei “bond Italia”, a tasso zero riservati inizialmente alla popolazione dei pensionati, collegandoli a un beneficio fiscale progressivo, con ampi incentivi a sottoscriverli, ma con libera facoltà di aderire.

In cambio della sottoscrizione, gli anziani avrebbero diritto per tutta la durata dell’obbligazione allo sgravio fiscale corrispondente, che deve essere ponderato al fine di renderlo marginalmente più efficace sulle pensioni più basse. Chi ha di meno, insomma, ma contribuisce, deve avere un vantaggio maggiore di chi ha di più.

In tal modo, dovendo esaurire uno sgravio fiscale di 50 miliardi, pari cioé al totale delle tasse che lo Stato incassa dalle pensioni, io potrei risparmiare la stessa cifra collocando a tasso zero presso gli anziani italiani fino a 1.250 miliardi di euro di bond pubblici. Tale soluzione avrebbe anche il vantaggio di poter reinternalizzare il debito pubblico all’estero, che così tanti patimenti ci ha dato.

I bond verrebbero ripagati al termine del periodo al loro valore nominale, “tassati” quindi solo dell’inflazione del periodo che, essendo molto lungo, è presumibile verrà patita dagli eredi, ma non dal sottoscrittore. La qualcosa potrebbe essere intesa come una sorta di tassa di successione, anche se i titoli di stato ne sono esenti, a quanto mi risulta. Il che, ne converrete, è alquanto curioso. Se eredito venti milioni di euro in Btp, qualcosina dovrei pure darla allo Stato. O no?

Per completare l’opera bisognerebbe creare un mercato di queste obbligazioni, e qui entrano in gioco le banche, che le renda quindi vendibili, in modo da poter liquidare le somme all’anziano qualora gli occorrano. Vendendoli però si vende il diritto allo sgravio fiscale ad esso connesso. Ciò implica che altre categorie potrebbero godere dell’agevolazione fiscale caricandosene però il costo. In tal modo anche altre persone fisiche o società potrebbero utilizzare i “bond Italia” per migliorare la propria posizione fiscale.

Lo scopo del gioco, come spero sia chiaro, è aumentare le entrate mensili dei pensionati, ma in generale il reddito di chi compra i bond, senza gravare sul bilancio dello Stato, ma anzi andando ad intaccare lo stock di debito che, nel lungo periodo verrà eroso “naturalmente” per la quota sottoscritta dall’inflazione. Quindi anche se nominalmente il debito rimarrà lo stesso, sarà molto diverso da adesso. E soprattutto rimarrà in casa.

Senza contare che restituirebbe ben altra flessibilità al bilancio dello Stato rispetto a quella miserella che i nostri politici tentano di contrattare con Bruxelles. Poiché l’Italia deve rifinanziare circa 250-300 miliardi di euro di debito l’anno, l’operazione potrebbe essere costruite e realizzata nell’arco di un triennio, in modo da digerirla senza troppo scosse.

Mi rendo conto che le mie sono riflessioni approssimative, o, peggio, sballate. E conto sulla vostra benevolenza per precisare, sottolineare e correggere.

Ma quello che ho provato a fare qui è delineare una linea di intervento. Una proposta fuori dalla righe per uscire finalmente dalla logica asfittica dell’avanzo primario, che conduce da nessuna parte e solo a prezzo di grandi fatiche.

L’idea di usare i nostri soldi, che abbiamo accumulato negli anni anche grazie al debito pubblico, per tirarci fuori dai guai, poi, mi sembra l’unica praticabile. Solo che dobbiamo sceglierlo, non ci può venire imposto da uno Stato che, a torto o ragione, ha pochissima credibilità. Dovremmo farlo per noi. Non per lo Stato. Per questo serve un interesse che vada oltre a quello dello Stato che, credo stia a cuori a pochissimi oggi, e anhe vada aldilà del mero interesse monetario.

Ricordarci che siamo una comunità, questo il punto. E sostituire la logica dell’agente economico razionale , che cerca di massimizzare il proprio profitto (finanziario), con quella, meno frequentata ma di sicuro più autentica, di persone che vivono sotto lo stesso cielo.

Fuori dall’econom(an)ia c’è un mondo di cui nessuno ci parla mai.

Voi che dite?

Scopri TheWalkingDebt il blog di Maurizio Sgroi

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