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L’insostenibile “verità” dei cacciatori di bufale

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Dopo aver cancellato il profilo del professor Orsini, Wikipedia ha colpito ancora riscrivendo la storia della strage di Odessa in chiave completamente nuova, e dubitativa. Non si è trattato di un incendio doloso, ma di un “rogo”. Non sono stati i nazisti ucraini, ma forse degli ignoti anonimi. E magari, domani, scopriremo che a bruciare vivi non furono neppure degli ucraini russofoni, ma degli apolidi non meglio identificati. A furia di evocare Orwell e il suo capolavoro, 1984, lo stiamo inverando in ogni minimo dettaglio. Persino nella riscrittura del passato che era una delle caratteristiche principali del regime in cui viveva Winston Smith, il protagonista dell’immortale romanzo. Il quale, poverino, di lavoro faceva proprio questo: rintracciava vecchie, e scomode, notizie di stampa. E le “correggeva”.

Qui, però, ci interessa far notare che Winston era una vittima succube del regime. Invece, gli zelanti “sbianchettatori” dell’era corrente non lo sono affatto. Sono, a tutti gli effetti, complici del sistema. E hanno anche un nome, persino un po’ simpatico e ormai abbastanza noto: quello di “sbufalatori”. I cacciatori di bufale – per come ci vengono descritti  – sarebbero dei volonterosi “volontari” innamorati della “verità oggettiva”. Essi, a tempo perso e per pura passione, si divertirebbero a fare le pulci alle notizie di ogni provenienza per segnalare agli utenti del web gli errori, i bachi, le fake del circuito dell’informazione di massa; e, in particolare, di quella digitale.

Ebbene, se proverete a studiare a fondo la faccenda, vi accorgerete che il profilo dello sbufalatore medio è assai diverso, e lontano, dall’identikit romantico e corsaro, e dalla leggendaria fama di imparzialità irreprensibile, che lo circonda. Ci sono almeno tre caratteristiche cruciali quasi sempre immancabili negli infervorati missionari anti-bufala. Primo: essi sono, sistematicamente, schierati dalla parte del mainstream e si applicano, inesorabilmente, a individuare le magagne della cosiddetta “contro-informazione”. Il che, se ci pensate, è strano. Un paladino della verità dovrebbe sapere che la storia la scrivono i vincitori ed essere molto più attratto dallo smascherare le balle del potere (vincitore per definizione) e dei suoi tentacoli mediatici, piuttosto che quelle di chi il potere lo avversa. E non perché la controinformazione sia esente dal rischio bufala. Ma perché – come innumerevoli e recenti esempi  dimostrano – l’informazione sedicente ufficiale sforna bufale a sua volta, al ritmo di un caseificio campano.

Secondo: diversi sbufalatori dedicano alla loro opera molto tempo, ed evidentemente molte risorse. Ergo, non pochi sono anche pagati per fare il loro meritorio lavoro. E, atteso quanto sopra, non è difficile immaginare da chi. Terzo: gli sbufalatori non brillano quasi mai per evidente acume, ma quasi sempre per apparente ottusità. Si concentrano non sulla verità profonda ed effettiva (nonché taciuta e oscurata) delle trame del potere, ma semmai su dettagli spesso ininfluenti o secondari del quadro d’insieme. A loro basta trovare il famoso “pelo” sbagliato nell’uovo. Perché, poi, ciò gli consente di negare veridicità e sostanza all’uovo tutto intero.

Sono, insomma, degli straordinari manipolatori, impareggiabili nell’uso di un sottile, quanto perverso “sillogismo”: se dimostro che è falsa, o erronea, anche una sola delle mille cose che dici, allora lo sono anche tutte le altre novecentonovantanove. Per concludere, siamo ormai entrati, a pieno titolo, in un periodo storico in cui – più che dalle bufale – bisogna guardarsi dai loro cacciatori. Proprio come il protagonista di 1984 doveva guardarsi dalla psico-polizia.

Francesco Carraro

www.francescocarraro.com


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