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L’impossibile scelta dell’Italia, tra fascismo fiscale finalizzato al pagamento del debito pubblico e fascismo nazionalista per rinnegare l’austerity

Ho scritto in passato sulla possibilità di instaurazione in Italia di una forma di fascismo fiscale finalizzato al pagamento del debito pubblico durante i prossimi annii, se non mesi (come conseguenza delle politiche europee dell’euro austero).

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L’intervento ha suscitato interesse generando un discreto feedback, e questo mi conforta. Per rendere più strutturata la discussione propongo di seguito un articolo di Sergio Romano, apparso sul Corriere della Sera del 25.09.2005 (pg. 25) che penso contenga alcuni riferimenti importanti per quanto in oggetto, ossia i riferimenti storici relativi alla riduzione del debito pubblico italiano durante il fascismo.

“…il nostro debito pubblico cominciò a crescere negli anni Ottanta e fu il risultato di una politica sociale e di spese clientelari che il Paese non poteva permettersi. Per più di dieci anni abbiamo vissuto al di sopra dei nostri mezzi e abbiamo finanziato il debito emettendo buoni del Tesoro che sono finiti in massima parte nelle mani dei risparmiatori italiani. Beninteso, per invogliarli a comperare la carta di uno Stato indebitato e traballante, fu necessario garantire interessi molto più elevati di quelli che gli altri Stati europei pagavano per le loro emissioni, e soprattutto svalutare periodicamente la lira. Mi capita d’ incontrare, ogni tanto, qualcuno che ancora rimpiange quegli anni e addebita all’ euro la colpa dei nostri guai. Mi chiedo se si renda conto del male che quel diabolico ingranaggio ha fatto alla reputazione dell’ Italia nel mondo finanziario. Oggi la situazione è migliorata. Ma l’ avanzo primario, vale a dire quella parte del gettito che rimane nelle tasche dello Stato quando ha finito di pagare gli interessi ai creditori e che serve a riscattare il debito, è andato progressivamente diminuendo. E’ questa la ragione per cui il nostro debito pubblico continua a rappresentare, grosso modo, il 110 per cento del prodotto interno lordo. Alla fine della Grande guerra il debito era costituito da tre grandi fattori: le enormi spese che il Paese aveva dovuto sostenere per le necessità del conflitto, la politica troppo generosa delle amministrazioni locali socialiste e cattoliche, la crescita incontrollata dell’ occupazione in alcune grandi amministrazioni pubbliche (soprattutto le Poste e le Ferrovie) dove sindacati e partiti avevano generosamente collocato i loro seguaci. All’ epoca del governo Giolitti (1920-1921), il ministro del Tesoro Filippo Meda cominciò il risanamento dei conti pubblici riducendo drasticamente i finanziamenti dello Stato alle amministrazioni comunali e provinciali. Ma queste si rivalsero aumentando la tassazione locale delle proprietà e dei consumi: provvedimenti, sia detto per inciso, che provocarono l’ indignazione dei contribuenti tartassati e favorirono l’ ascesa del movimento fascista, soprattutto nella valle Padana. Quando Mussolini prese il potere nell’ ottobre del 1922, la situazione, secondo alcuni storici economici, stava lentamente migliorando. Ma la vera svolta si ebbe allorché il ministro delle Finanze e del Tesoro Alberto De Stefani, rafforzato dai poteri che la Camera aveva concesso al nuovo governo, mise mano alla scure e riuscì là dove i governi precedenti avevano fallito. La sua riforma fiscale abolì parecchie esenzioni e favorì i redditi più elevati, ma introdusse una imposta progressiva sul reddito personale e incoraggiò gli investimenti stranieri. Per riformare le Ferrovie e le Poste, De Stefani fu ancora più energico. Fra l’ ottobre del 1922 e l’ aprile del 1924, soppresse 65.274 impieghi statali, di cui 45.566 nelle Ferrovie e 8601 alle Poste. Nello stesso periodo i conti delle Ferrovie passarono da un deficit di 1.431 miliardi a un profitto di 176 milioni. È giusto ricordare che quelle riforme furono fatte soprattutto a spese dei militanti dei partiti di opposizione e servirono a rafforzare il fascismo nella sua prima fase. Ma gli economisti riconoscono generalmente ad Alberto De Stefani il merito di avere messo ordine nei conti dello Stato e di avere permesso al Paese di attingere con maggiore credibilità al mercato dei capitali internazionali.”

Condivisibile o meno nella parte in cui si propongono considerazioni personali, resta una gran bella lettura se si eccettuano alcune – sebben rilevanti – imprecisioni nella definizione di avanzo primario; vale sempre la pena di leggere tutti gli interventi dell’ex Ambasciatore Romano.

Dunque, secondo lo scrivente dall’analisi storica proposta emergono spunti interessanti, direi anche similitudini con la situazione attuale: come primo punto si noti come il fascismo tradizionale sia stato innescato da movimenti popolari di protesta anti tasse, a seguito della protervia impositiva delle regioni e delle provincie a cui lo Stato aveva tagliato i fondi (vi dice qualcosa?). Parallelamente, come oggi, parte dei problemi deriva dalla presenza di un pesante debito pubblico, che andava – e va, nelle dovute forme e modi – tagliato. La visione di Romano, per altro parziale, vedeva la soluzione del debito pubblico solo attraverso l’eliminazione di posti di lavoro statali: questa visione è incompleta in quanto il Governo Mussolini attuò anche e soprattutto un prolungamento forzoso della scadenza dei titoli del debito pubblico statale (discorso di Pesaro, 18.08.1926, e conseguente decretazione del 6.11.1926) che, assieme all’inflazione, di fatto determinò l’abbattimento del debito pregresso, oltre a riportare il livello del cambio della lira a quota 90 contro la sterlina (la famosa Quota 90, obiettivo mediatico oltre che commerciale del fascismo dei tempi). In ogni caso anche qui vediamo delle possibili – in parte là da venire – similitudini con la situazione italiana attuale.

Quello che si può desumere da quanto sopra è che allora come oggi esiste la necessità di ripagare il debito pubblico in forma che può essere vessatoria nei confronti dei cittadini, come per altro espressamente indicato da Romano. Il driver di oggi non è però il cambio contro la sterlina – ossia un aspetto commerciale finalizzato alla crescita, anche allora la svalutazione della lira era un fattore critico di successo – ma piuttosto le imposizioni euro-austere finalizzate al mero pagamento del debito pubblico in un contesto legato alla presenza della moneta unica – a vantaggio, soprattutto se non unicamente, della Germania -, fattori che limitano le possibilità di azione (secondo molti osservatori oggi l’euro è troppo caro rispetto ad altre valute e non viceversa e questo rischia di fare implodere selettivamente le economie esportatrici più deboli, quelle che esportano prodotti a moderato valore aggiunto, Italia principalmente). Naturalmente le ripercussioni dell’austerità gravano principalmente sui paesi più deboli che, allo stesso tempo, stanno patendo sulla propria pelle anche il problema del credito asfittico e della conseguente domanda interna estremamente debole, dovuta a stagnazione se non depressione economica (anche questa riconducibile all’elevato livello di tassazione e di austerity euro-imposta da cui siamo partiti). Possiamo interpretare la vessazione fiscale là da venire come fascismo fiscale? Fate voi, secondo me è una più che concreta possibilità in quanto il giustificante pratico ed ideologico dell’austerity europea e di tutto quanto sta accadendo oggi nel Belpaese sta in politiche economiche e fiscali estremamente strutturate e testate da parte di Bruxelles/Berlino [memento il caso Grecia, con l’FMI che ha denunciato come effetto dell’austerity un moltiplicatore fiscale superiore a 1, …, vedasi nota v], e quindi sono costretto a derivare che chi sta imponendo l’applicazione di dette draconiane misure sappia perfettamente a cosa si stia andando incontro. Dunque, un fascismo fiscale di fatto imposto all’Italia dall’Europa, per il tramite di una classe politica accondiscendente (posso dire anche connivente?).

francobollo adolf benito

L’alternativa è quella di opporsi all’austerity che, per inciso, è ormai consolidato che non funzioni con il fine di innescare la crescita, come indicato da numerosissimi economistiii (ossia, l’austerity applicata ai paesi in crisi sta facendo diminuire il prodotto interno lordo in misura maggiore della riduzione del debito pubblico, causando di fatto un‘impennata del rapporto debito/GDP e non una riduzione!). Opporsi significherebbe coagulare il malcontento in un movimento/i e/o in persone che vogliano e, soprattutto, sappiano andare contro i dettami europei, fin anche ipotizzando l’uscita dalla moneta unica. E questo, si noti bene, comprende anche la misura – assieme ad altre – atta a prolungare in modo forzoso la scadenza del debito pubblico (si chiama ristrutturazione, come fece Mussolini nel ‘26), opzione oggi non così agevole come fu 80 anni or sono in quanto le leggi europee non permettono libertà di manovra (oltre ad aver già escluso in situazioni passate, leggasi Grecia , oneri per la BCE nel caso di una ristrutturazione del debito, ricordando che – guarda caso – la Banca centrale Europea di fatto detiene una buona parte del debito estero italiano acquistato nell’ambito di vari programmi di stabilizzazione monetaria), oltre a non poter in ogni caso contare in ambito euro sul contemporaneo effetto dell’inflazione per il fine dell’abbattimento del debito stesso. In buona sostanza ristrutturare il debito in modo forzoso contro i dettami europei rappresenterebbe un’azione “di forza” nei confronti del potere continentale e per fare questo dovrebbe esserci la volontà nazionale di uscire dagli schemi europei che giustificano l’austerity stessa, fatto che presupporrebbe la definizione di una coalizione di governo di stampo reazionario nei confronti dell’attuale direzione europea e finanche dei rigidi parametri di stabilità. E’ chiaro che un’eventuale ristrutturazione del debito, in ambito reazionario, comporterebbe anche la concreta possibilità di una parallela uscita dalla moneta unica.

images fascismo non passerà

Tale componente reazionaria potrebbe facilmente e sbrigativamente – oltre che utilitaristicamente – essere connotata dai media convenzionali (soprattutto internazionali) come, appunto, fascista, basta vedere come venga oggi etichettato il movimento di Marine Le Pen in Francia o Alba Dorata in Grecia (appunto, fascisti, ma con fini nazionalistici, entrambi propongono ad esempio l’abbandono della moneta unica ed un disconoscimento dei rigidi parametri di bilancio imposti dall’Europa a trazione tedesca con il fine di risollevare le economie nazionali oggi in crisi per altro non dimentichiamo che il M5S è stato ripetutamente definito fascista, specialmente da elementi vicini al PDiii, incredibile ed inaccettabile, opinione personale –). Sembra ormai chiaro che l’austerity, oltre a peggiorare le condizioni economiche ed i parametri usati dall’Europa per misurare il virtuosismo economico dei paesi che la subiscono (i periferici), stia portando un equivalente e concentrato vantaggio ai Paesi nord Europei, Germania in primis, ossia i paesi esportatori e con elevato credito disponibile (coincidenza delle coincidenze, o meglio semplice conseguenza, è che uno dei Paesi che sta maggiormente subendo gli effetti dell’austerity, l’Italia, stia vivendo una fase di violenta deindustrializzazione, partendo da una condizione iniziale di primo competitor della Germania in ambito manifatturiero continentale – leggasi, oltre a tutti gli effetti indicati, l’austerity sta anche eliminando il più grande competitor manifatturiero del colosso tedesco, mica male Frau Merkel! -).

Ed ecco quindi connotato un possibile quadro che può attendere l’Italia nei casi di assenza o meno di commitment all’austerità europea.

Vale la pena di concludere prendendo in considerazione le possibili reazioni europee, meglio dire euro-tedesche, ad un eventuale tentativo di venir meno agli accordi di bilancio e di stabilità dei conti da parte di un Paese membro. Chi scrive ritiene che, per questioni economiche, storiche e geostrategiche [gli interessi in gioco per la Germania sono enormi], questa possibilità sarebbe totalmente inaccettabile per il blocco tedesco. Dunque, visto che sarebbe men che meno accettabile un’uscita dalla moneta unica in modo unilaterale da parte di un qualsiasi membro dell’Unione, o si avvierebbero negoziati per un uscita soft/concordata o, conoscendo i tedeschi, si rischierebbe di veder sfruttato l’inevitabile malcontento nazionale che già oggi emerge con forza dal contesto sociale dei paesi in crisi al fine di giustificare qualche forma di protettorato economico – e anche militare, secondo indicazioni già fatte trapelare alla stampa in riguardo alla Greciaiv – finalizzato, solo per questione di forma, non tanto al mantenimento della moneta unica quanto piuttosto a garantire la stabilità di un paese definito come “cruciale” per la sicurezza continentale, visti ad esempio i suoi ampi e variegati confini con il nord Africa con relativi sbarchi di clandestini non autorizzati ad entrare nel territorio europeo (caso applicabile sia alla Grecia che all’Italia che alla Spagna). Per questa ragione chi scrive ritiene che l’unica possibilità di uscita dall’austerity per via di un abbandono anche solo minacciato della moneta unica debba essere perseguita tramite il previo pagamento del debito estero, in forme da concordare o quanto meno market oriented (in prima ipotesi si dovrebbe prendere in considerazione un riacquisto dei bond statali in mano agli stranieri a mark to market).

Se l’Italia vuole sperare di uscire dalla spirale depressiva in cui è finita, mettendo a rischio la sua stessa sopravvivenza come stato di diritto e, perché no, come stato indipendente, libero e democratico, deve fare qualcosa rapidamente ossia deve identificare quale sia la radice del problema e poi quale è il vero nemico da combattere, ricordando sempre che il nemico non può essere sé stesso (come invece sembra essere il caso attuale, secondo l’interpretazione data da alcune frange della politica delle larghe intese – probabilmente anche per interessi carrieristici personali, vedremo -, assuefacendo la popolazione all’ineluttabilità del disastro là da venire).

 

Mitt Dolcino

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Riferimenti e Note:

iii

iv

– Sleeping Demons, German Foreign Policy, 07 October 2013, 

http://www.german-foreign-policy.com/en/fulltext/58684

– Thomas Straubhaar: “Wir brauchen ein Protektorat”; www.tagesspiegel.de 06.05.2012

– Wolfgang Münchau: Willkommen in Weimar; www.spiegel.de 09.05.2012

– Griechenlands Schicksalswahl; Frankfurter Allgemeine Zeitung 18.05.2012

v

http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=2339

 

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