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L’Europa torna a parlare con Mosca: era ora, ma forse è già troppo tardi
Il grande strappo di Bruxelles: l’Unione Europea rompe il divieto e torna a trattare in segreto con il Cremlino. Una mossa drammatica per salvare l’industria continentale dal baratro, mentre gli Stati Uniti si girano dall’altra parte.

L’Unione Europea sembra finalmente essersi svegliata da un lungo letargo diplomatico. Nelle ultime settimane, un membro dello staff di António Costa, attuale Presidente del Consiglio Europeo, ha aperto un canale di comunicazione diretto con il Cremlino. Si tratta di una mossa importante che rompe il rigido muro di silenzio con la Russia, in vigore ormai dal 2022. I contatti sono stati brevi e preliminari, ma dimostrano una verità che non si può più ignorare: l’Europa ha degli interessi concreti da difendere e non può più farlo tappandosi le orecchie.
Perché questo cambio di rotta proprio adesso?
La spinta a riaprire i tavoli arriva, in modo quasi inaspettato, dalla stessa Ucraina. Il presidente Zelenskyy ha recentemente chiesto a Bruxelles di prendere in mano la situazione in prima persona. Il motivo pratico è evidente e legato ai nuovi equilibri globali. Gli Stati Uniti, con l’amministrazione di Donald Trump ora concentrata su un patto di cessate il fuoco con l’Iran, stanno rivolgendo lo sguardo altrove. L’Europa, abituata per anni a delegare le scelte difficili all’alleato americano, si trova ora costretta a badare a se stessa.
Il vero peso economico dell’isolamento energetica
Dietro questa mossa diplomatica c’è una forte e cruda necessità economica. Le ricadute di questi anni di chiusura totale sono pesantissime. L’Europa ha rinunciato all’energia russa a basso costo, sostituendola con alternative molto più care. Il risultato netto è che la nostra industria fa un’enorme fatica a competere, i costi di produzione sono saliti e la crescita è ferma. Poi la crisi di Hormuz ha spiegato in modo molto chiaro quanto sia rischioso volersi distaccare dal maggior fornitore energetico.
Per far ripartire l’economia continentale serve stabilità. Uno Stato moderno, se vuole proteggere i propri cittadini, deve poter investire, stimolare la domanda interna e aiutare le imprese a creare lavoro. Ma tutto questo è impossibile se manca la pace. Continuare con l’isolamento significa condannare le nostre fabbriche a chiudere. Aprire al dialogo, quindi, non vuol dire cedere, ma essere realisti. Era ora che Bruxelles prendesse in mano la cornetta del telefono. Anzi, il grande rischio è che sia quasi troppo tardi per recuperare la ricchezza persa.
Un’Europa spaccata a metà
Come da tradizione, l’Unione Europea si divide su come affrontare il problema.
- Il blocco del dialogo: La Francia di Emmanuel Macron appoggia i contatti, consapevole che la geografia non si può cambiare e che la pace richiede compromessi.
- Il blocco della chiusura: Polonia e Paesi Baltici si oppongono in modo feroce. Un diplomatico nordico ha addirittura definito “delirante” il tentativo di parlare con Mosca.
In conclusione, cercare di dialogare con Vladimir Putin è diventato un atto di sopravvivenza per evitare che l’Europa resti marginalizzata soprattutto dal punto di vista dei costi energetici nei confronti dei competitori.. Anche se in ritardo, e mentre le armi ancora sparano, questa apertura era necessaria. Ora bisognerà vedere se le parole si trasformeranno in fatti concreti e se aiuteranno a giungere a una pace definitiva.







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