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L’Europa teme che le banche manchino di ammortizzatori liquidi per coprire i prestiti in sofferenza – By Landon Thomas Jr. NYT

Mentre l’Europa fatica attraverso la sua ultima tornata di stress test bancari, un numero crescente di analisti ha già raggiunto la propria conclusione: le banche dell’Eurozona hanno bisogno di ulteriore denaro.

Per sostenere le loro ragioni, alcuni analisti hanno rispolverato una oscura metrica bancaria americana che mette in evidenza una misura secondo la quale in Europa un numero sempre crescente di prestiti in sofferenza minaccia di travolgere gli ammortizzatori bancari esistenti.

La misura, chiamata il “rapporto Texas” (Texas ratio), è stata sviluppata da un analista che ha coperto i guai finanziari delle banche americane verso la fine del anni ’80 e l’inizio dei ’90. Durante quel periodo numerose istituzioni finanziarie con sede in Texas sono crollate sotto il peso di pessimi crediti immobiliari.

Una parte di quello che ha reso attraente la Texas ratio, per gli analisti ed i regolatori, è la sua semplicità. Quando il rapporto tra i prestiti in sofferenza e le equity ed il contante in riserva eccede il 100% si suggerisce che la banca sia pronta per fallire o in disperato bisogno di nuovo capitale – come era il caso delle banche del Texas negli anni ’80.

“Abbiamo trovato che è un indizio molto buono nel dire che le banche potrebbero fallire” ha detto Gerard S. Cassidy l’analista bancario che ha introdotto la formula e ha coniato il nome. “È un rapporto che tutti possono capire”.

SE Ladon Thomas Jr

Ora, come la Banca Centrale Europea si prepara a diventare il primo regolatore bancario nell’eurozona, la misura in cui i creditori delle economie in difficoltà come Spagna, Italia, Portogallo e Grecia abbiano denaro sufficiente per proteggersi contro ogni genere di prestito in sofferenza è emersa come una questione cruciale per gli investitori, le banche ed i regolatori.

La BCE pubblicherà i risultati della sua indagine semestrale di 128 tra le più grandi banche d’Europa il 17 ottobre. Ma comunque fino ad allora, con le montanti preoccupazioni che la banca centrale ci andrà giù dura in particolare con quelle banche che hanno problemi nei libri contabili, gli investitori e gli analisti si sono già affrettati a determinare quali istituti di credito siano più a rischio e pericolo.

E con le banche europee che condividono le medesime caratteristiche con le banche del Texas degli anni ’80 – crediti immobiliari in sofferenza e poche riserve di liquidità – la Texas ratio è emersa come uno strumento analitico popolare.

Questa primavera, analisti bancari per Nomura a Londra hanno usato la Texas ratio per evidenziare le 11 banche del sud Europa che erano maggiormente esposte come prestiti in sofferenza relativamente al contante che avevano a portata di mano.

Delle 11 banche che eccedevano la soglia del 100% tre banche si sono distinte con rapporti del 150% ed oltre: Piraeus Bank in Grecia, Banco Popolare in Italia e Banco Popular Espanol in Spagna.

Il signor Cassidy, che segue le istituzioni finanziarie degli Stati Uniti per RBC Capital Markets a Portland, Me., non pretende di essere un esperto di banche europee – anche se usa ancora la misura per esaminare le banche americane. Ma non è sorpreso che i suoi pari che seguono le banche nei paesi della zona euro in difficoltà abbiano cominciato ad usarla.

È un ottimo modo, ha detto il signor Cassidy, per chiedere la cosa più importante ad un analista bancario o quella su cui un investitore voglia più aver risposta: “la banca ha abbastanza soldi?!”

Naturalmente come tutte le formule finanziarie la Texas ratio non è infallibile. Per esempio il Banco Espirito Santo in Portogallo, che è crollato due mesi dopo che è uscito il rapporto di Nomura, non era nella lista delle banche con un rapporto (ratio) in zona di pericolo. E non vi è ancora segnale che Pireaus o le altre due banche siano messe male, nonostante oneri sui prestiti inesigibili che eccedono quelli delle loro pari.

Inoltre, Piraeus in Grecia e Popular in Spagna sono state entrambe sottoposte ad un controllo di ritardo particolarmente intenso da stress test del settore privato, intrapreso per calmare le paure circa le banche in questi paesi.

Eppure, per quel che riguarda le banche deboli che saranno costrette a raccogliere più denaro come i prestiti in sofferenza aumenteranno, gli investitori – una volta desiderosi di accumulare questi stock sulla base di speranze di recupero – hanno cominciato a invertire la rotta. Fin dagli inizi di giugno, Piraeus e Popolare in Italia sono in calo di un quarto, mentre Popular in Spagna ha perso il 16%.

L’uso della Texas ratio sottolinea anche il gap sempre in aumento tra le banche europee e le loro controparti americane, evidenziando così il contrastante approccio tenuto dai regolatori bancari qui ed in Europa.

Secondo i dati più recenti il rapporto medio per tutte le banche degli Stati Uniti è del 15%, con giganti come JP Morgan Chase e Citigroup che vantano metriche molto salutari: il 16% per JPMorgan ed il 13% per Citigroup.

Per contro, le più grandi banche dell’eurozona che pure pretendono di avere ambizioni globali hanno ratio più alte – e probabilmente sarebbero considerate portare maggior rischio. Santander e BBVA in Spagna hanno rapporti di circa il 70%; UniCredit in Itali si attesta al 90%; BNP Paribas ha la misura più bassa al 41%. Deutsche Bank ha uno dei punteggi più bassi in Europa, al 14%, ma questo sottostima il suo rischio, perché la maggior parte delle sue attività comprendono i titoli trattati più rischiosi come derivati e obbligazioni.

Per più di due anni, gli analisti esterni hanno sostenuto che le banche europee, comparate alle loro pari americane, soffrono di un fondamentale deficit di capitale. Adrian Blundell-Wignall, che sovraintende alla ricerca finanziaria presso l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo (OCSE) a Parigi è stato è stato una delle voci più critiche con riguardo a questo.

E l’anno scorso, degli economisti all’Istituto Danese per gli Studi Internazionali hanno tirato fuori un report che evidenzia quanto le riserve di liquidità fossero basse nelle banche europee, specialmente in Francia e Germania.

Dal 2010 i regolatori europei hanno promosso due stress test completi entrambi i quali sono stati discreditati dopo che le banche lo avevano fallito ben prima che ognuno fosse completato.

Le banche centrali locali dei paesi più duramente colpiti dalla crisi – Spagna, Irlanda, Cipro e Grecia – hanno impiegato delle società finanziarie esterne per fare degli stress test indipendenti.

A Cipro ed in Grecia, questi rapporti hanno attirato delle critiche sulla loro indipendenza. Il più recente di questi, un ampio studio pubblicato a marzo da Black Rock, che stimava come le banche greche avessero bisogno di soli 6 miliardi di euro in nuovo contante, è stato criticato da uno dei principali creditori della Grecia, il Fondo Monetario Internazionale, per essere troppo ottimista.

“Il quadro che hanno dipinto è troppo ottimista”, ha detto Jens Bastian, un analista finanziario con sede ad Atene. “Gli eventi a cui assistiamo non supportano queste scenari ottimistici”.

Il signor Bastian ha recentemente lavorato per quella che è la cosi detta Troika – la BCE, la Commissione europea ed il FMI – supervisionando le finanze greche. E fa notare che a marzo nel report di Black Rock i prestiti in sofferenza in Grecia erano il 28%.
Ora, dice, “siamo oltre quel livello e siamo sopra la soglia del 34%, approssimativamente per un totale di dai 75 ai 77 miliardi di euro”.

Un banchiere senior greco, che ha parlato in condizioni di anonimato, ha detto che si aspettava che la BCE chiedesse alle maggiori quattro banche in Grecia un aumento da 5 a 8 miliardi di euro.

Funzionari greci hanno detto che in questa situazione le banche potrebbero bussare ai mercati internazionali come fatto con successo dalla Piraeus e da altre all’inizio di quest’anno.

Ma con i prestiti in sofferenza che si spingono sempre più in alto e con gli investitori più cauti nell’investire nelle banche europee a rischio, garantire il denaro necessario potrebbe non essere cosi facile questa volta.

Fonte: New York Times

Traduzione a cura di Luca Pezzotta di Economia Per I Cittadini

 

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