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L’errore nucleare che continua a costarci caro

L’abbandono del nucleare post-Chernobyl costa all’Italia un rincaro in bolletta del 40%. Mentre importiamo energia estera, una recente missione italiana in Canada sui nuovi mini-reattori (SMR) potrebbe riaprire i giochi per la nostra industria.

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Sull’onda emotiva del disastro di Chernobyl – verificatosi in una centrale sovietica ormai obsoleta, progettata con tecnologie antiquate e con sistemi di sicurezza estremamente deboli rispetto agli standard occidentali – l’Italia imboccò una strada radicale. Nel clima di allarme creato dall’incidente del 1986, il referendum del 1987 sancì di fatto l’uscita del nostro Paese dal nucleare.

Una decisione presentata allora come prudente e responsabile. Con il senno di poi si è rivelata invece una delle scelte energetiche più costose e penalizzanti per l’Italia.

Il nostro Paese chiuse unilateralmente una porta fondamentale per il proprio fabbisogno energetico proprio mentre i principali partner europei facevano la scelta opposta. Francia, Belgio, Svizzera e altri Paesi continuarono a investire nel nucleare per garantirsi energia stabile, programmabile e relativamente economica. L’Italia invece decise di chiamarsi fuori.

La conseguenza è stata strutturale: un costo dell’energia sistematicamente più elevato rispetto ai nostri principali concorrenti industriali. Mentre le economie con una forte quota nucleare potevano contare su prezzi più stabili e competitivi, l’Italia si è progressivamente ritrovata con una bolletta energetica tra le più alte d’Europa.

Il paradosso è evidente. L’Italia non ha eliminato il nucleare dal proprio sistema energetico: ha semplicemente smesso di produrlo. Continuiamo infatti ad acquistare grandi quantità di elettricità prodotta da centrali nucleari situate a poche decine di chilometri dai nostri confini, soprattutto in Francia e Svizzera.

E questa scelta ha anche un costo economico preciso. L’energia elettrica che importiamo dall’estero – in larga parte prodotta proprio da centrali nucleari – ci costa mediamente fra il 30/40% in più rispetto a quanto viene pagata nei Paesi che la producono. In sostanza acquistiamo energia nucleare prodotta oltre confine pagandola molto più cara di quanto costi ai sistemi industriali che la generano.

In altre parole abbiamo rinunciato ai benefici industriali e strategici del nucleare senza eliminare alcun rischio reale. Le centrali restano lì, appena oltre il confine. L’unica differenza è che paghiamo di più l’energia che producono.

Non solo. Molti degli impianti nucleari oggi operativi in Europa sono stati costruiti tra gli anni Settanta e Ottanta e quindi utilizzano tecnologie ormai datate. Se l’Italia avesse proseguito il proprio programma nucleare avrebbe potuto realizzare centrali di nuova generazione, progettate con standard di sicurezza enormemente più avanzati rispetto a quelli degli impianti costruiti decenni fa.

Il risultato della scelta compiuta quasi quarant’anni fa è stato quindi un duplice svantaggio: crescente dipendenza energetica dall’estero e perdita di competitività. Non solo per il sistema produttivo, costretto a sostenere costi energetici più alti rispetto ai concorrenti europei, ma anche per le famiglie italiane, che si trovano a fare i conti con bollette sempre più pesanti.

Quella decisione arrivò proprio all’inizio della grande stagione della globalizzazione, quando la competizione internazionale sui costi di produzione diventava sempre più intensa. L’energia rappresenta una componente decisiva per la competitività industriale e partire con uno svantaggio strutturale significa compromettere la capacità di competere sui mercati globali.

Negli anni questo errore si è amplificato. L’Italia è diventata uno dei Paesi europei più dipendenti dalle importazioni di energia, in particolare di gas. Le crisi geopolitiche – dalla guerra russo-ucraina fino alle nuove tensioni in Medio Oriente – hanno dimostrato quanto questa vulnerabilità pesi sull’economia nazionale.

Eppure l’Italia disponeva – e dispone tuttora – di competenze scientifiche e ingegneristiche di primissimo livello nel campo nucleare. Università, centri di ricerca e imprese italiane hanno contribuito allo sviluppo di tecnologie avanzate riconosciute a livello internazionale.

Per questo assume un significato particolare la recente missione istituzionale in Canada della Commissione Attività produttive della Camera dei deputati, guidata dal presidente Alberto Gusmeroli, insieme ai deputati Christian Di Sanzo e Luca Squeri, con la partecipazione dell’amministratore delegato di RSE Franco Cotana, del presidente dell’Associazione Italiana Nucleare Stefano Monti, del direttore di ISIN Francesco Campanella e del direttore della Divisione nucleare del MASE Nicola Ippolito.

La delegazione ha visitato in Ontario il sito nucleare di Darlington, dove oltre a quattro reattori già operativi è in costruzione uno dei primi SMR, i cosiddetti Small Modular Reactor, destinati a rappresentare una delle tecnologie più promettenti della nuova generazione nucleare.

È forse solo un segnale, ma potrebbe indicare che qualcosa finalmente si muove anche nel dibattito italiano. Perché la realtà è ormai evidente: rinunciare al nucleare non ha reso l’Italia più sicura. L’ha soltanto resa più dipendente, più costosa e meno competitiva.

E il conto di quell’errore ideologico continua, ancora oggi, ad arrivare puntualmente nelle bollette di imprese e famiglie.

Antonio Maria Rinaldi

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