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L’ASTENSIONE SBAGLIA BERSAGLIO

 

Dopo le elezioni, i commentatori politici si buttano a formulare diagnosi per quanto riguarda i singoli partiti e i possibili flussi elettorali, e prognosi per gli sviluppi della politica nazionale. Per la gente, che magari si è già espressa con l’astensione, le dotte dissertazioni dei giornali sono mortalmente noiose.

Non sempre è stato così. Quando si ricominciò a votare, dopo la guerra, le percentuali erano altissime, intorno al 90%. Non soltanto il voto era una novità e un dovere quasi sanzionato dalla legge (si scriveva nei documenti “non ha votato”), ma i cittadini credevano veramente che dal loro voto dipendesse il destino della nazione.

Per la verità, almeno per qualche decennio, è stato proprio così. In Italia c’era il partito comunista più grande del mondo libero che faceva il possibile per toglierci la libertà e farci divenire una colonia di Mosca. Ma – a parte questo fenomeno – si è costantemente dimenticato che il destino di qualunque Paese dipende soprattutto dalla geografia, dalle risorse naturali, dalla situazione internazionale, dalla storia e dal comportamento medio dei cittadini stessi. Cioè da fattori che sono totalmente indipendenti dalla guida politica. E l’errore è stato diligentemente coltivato dagli stessi interessati. Nel corso delle innumerevoli campagne elettorali i candidati si sono sempre proposti come la soluzione di tutti i problemi irrisolti.

Non era vero, ovviamente, e non poteva esserlo. Così, col tempo da un lato ha cominciato a salire il livello della delusione e dall’altro ha cominciato a calare il numero dei votanti. Molti cittadini si sono convinti che votare non servisse a niente. Che tutti i politici si equivalevano, quanto a incapacità e spesso quanto a disonestà. Dunque l’astensione poteva almeno servire a togliergli l’alibi di avere avuto il loro voto: “Se governate male, non potete dire che lo fate per mia delega”.

Questo atteggiamento è andato crescendo fino a costituire un allarme nazionale e tuttavia la delusione non è stata sufficiente a cambiare la convinzione che i politici debbano e possano risolvere i grandi problemi del Paese. Se non lo fanno, sono degli imbroglioni, dei millantatori, forse hanno soltanto approfittato del potere per arricchirsi. Questo festival dell’indignazione fa completamente dimenticare l’ipotesi che quanto gli elettori speravano fosse impossibile. La disonestà è consistita nel promettere, non nel mantenere.

Oggi in media tutti i cittadini sono delusi, ma gli aventi diritto al voto si dividono in due categorie, quelli che la prossima volta pensano di eleggere candidati migliori degli attuali politici, e quelli che non votano più, perché disperano di trovarne: tutti i politici sono ugualmente imbecilli e disonesti. E ambedue le categorie non si accorgono che il difetto sta a monte.

Il destino di una nazione democratica dipende più da cause obiettive, e in particolare dall’opinione pubblica, che dal comportamento della dirigenza. È vero, ad esempio, che la creazione di un enorme debito pubblico è stata un inescusabile errore, ma questo errore, a suo tempo, il popolo italiano è stato lungi dal deprecarlo. Gli italiani allora credevano che il denaro bastasse stamparlo, e molti dei contemporanei lo credono ancora. È per questo che oggi ci troviamo a pagare un’ottantina di miliardi l’anno d’interessi, se continua ad andar bene. Anni fa in Germania gli operai hanno votato per abbassarsi il salario (riforme “Hartz”) da noi questo genere di prodezze è inconcepibile. Per giunta nei decenni recenti abbiamo delegato all’Unione Europea materie su cui prima l’Italia era sovrana, per esempio la moneta, e dunque lo spazio di governo, indipendentemente da chi lo guida, si è ancora assottigliato. Ecco perché in totale si ha la sensazione che il Paese non sia governato.

Gli italiani continuano a incolpare i politici dei loro problemi, senza comprendere che per ragioni obiettive essi sono meno importanti di ciò che si crede. Essi non sono in grado di risolvere i grandi problemi e, se ci provano, come negli Anni Ottanta del secolo scorso, possono fare danni anche maggiori.  Il meglio che si potrebbe sperare da loro sarebbe che non cerchino di rendere l’Italia ricca, felice e protetta e che soltanto ci tassino un po’ meno. Visti i risultati del loro attivismo, non staremmo chiedendo troppo.

L’astensionismo non dipende soltanto da un insufficiente civismo, dipende anche dall’errore di credere all’onnipotenza del governo. Questo abbaglio impedisce di vedere che la salvezza andrebbe cercata altrove. I cittadini dovrebbe rimboccarsi le maniche e invocare un nuovo modello di società economica, molto meno irresponsabile, molto meno accomodante e molto meno soccorrevole di quello attuale. Ma questa è una speranza irrealistica.

Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it

25 novembre 2014

 

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