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La poltica monetaria inglese tra il ’67 ed il 1970 (di Valerio Franceschini)

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Tra coloro che avevano un ruolo nel reindirizzare la politica nel 1971, tre gruppi di idee si manifestavano come probabilmente più importanti, e riguardavano rispettivamente gli obiettivi della politica monetaria e i nuovi e vecchi metodi per realizzarli.

E’ importante richiamare che a quel punto la politica monetaria era vista non in termini monetaristi, ma piuttosto come parte della gestione della domanda.

Nel giudicare la spinta della politica monetaria nel contesto dei ‘70, si deve riconoscere che in periodo di inflazione i tassi di interesse da soli non erano stati una guida efficace e che alti tassi di interesse non indicavano necessariamente la politica più adatta; per questa ragione era opportuno dare uno sguardo anche alla crescita degli aggregati monetari.

In generale, era stato fatto a lungo, per la politica già da tempo focalizzata sul tasso di crescita dei prestiti bancari. Per un po’ dopo il 1967 un obiettivo preciso per l’espansione del credito interno (domestic credit expansion), era per la verità stata accettata l’esempio del Fondo Monetario Internazionale come un condizione per fornire assistenza finanziaria.

Quindi, sebbene l’obiettivo della politica era visto come il controllo della crescita di moneta, nel 1971 questo era vago e impreciso.

Dall’inizio, l’enfasi era sull’aggregato (M3 o successivamente £M3).

Questa era parzialmente dovuta alla preoccupazione con i prestiti bancari, da una parte per la breve esperienza con l’espansione del credito domestico ed infine dal vantaggio visto nelle politiche monetarie rispetto quelle fiscali.

Quando l’espansione divenne rapida nel 1973, fu la crescita dell’ampio aggregato che creò allarmismi con il Corset che fu imposto alla fine di quell‟anno per arrestare tale crescita.

Il secondo importante elemento era il desiderio di porre fine ai controlli sul credito bancario. Era stata precedentemente sottolineata la critica degli accordi di cartello delle banche di compensazione di Londra, e questo fu seguito da un profondo dibattito pubblico che evidentemente influenzò molto la Banca.

I controlli sul prestito bancario erano visti come concorrenza preventiva e guidando il business lontano dalle clearing banks e in qualche misura quindi come inefficaci; dalla preventiva allocazione dovuta al prezzo, stavano inoltre creando una misallocation delle risorse. Queste cambiamenti potrebbero essere stati sopravvalutati, ma i controlli sui prestiti erano visti come ormai datati.

Quando i controlli furono aboliti, le banche furono d’accordo nell’abbandonare gli accordi di cartello che legava i loro tassi di deposito con i tassi della Banca: era ugualmente inteso che i tassi di prestito delle banche avrebbero cessato di essere rigidamente legati al tasso della Banca.

Il terzo elemento della nuova politica era il controllo monetario, già ottenuto da controlli diretti, avrebbe dovuto ora essere ottenuto attraverso tassi di interesse. Questo era più di un salto verso l’ignoto di quanto possa apparire. Il tasso della Banca era certamente lo strumento ben provato e tradizionale della Banca Centrale. Ma le fluttuazioni che poteva indurre nel tasso di interesse di breve periodo erano stati tradizionalmente usati per influenzare il flussi di capitale di breve periodo, e quindi le riserve o il tasso di cambio. Ora dovevano essere utilizzati per modificare il tasso di crescita dell’aggregato monetario.

Ciò sarebbe stato possibile, mediante una recente ricerca, per l’evidenza econometrica al momento suggerita, che il denaro avrebbe potuto essere controllato da variazioni dei tassi di interesse.

L’apparente relazione tra crescita monetaria e tassi di interesse, comunque, si ruppe del tutto dopo il 1971, e non si ripropose.

Altri accordi stipulati nel 1971 necessitano di essere menzionati perché, sebbene non siano durati, sono stati molto importanti in quel periodo (e lo schema Corset in seguito si basava su di essi).

Un minimo coefficiente di riserva degli asset era previsto per le banche: a tutte le banche era richiesto di possedere una quota (12,5%) delle passività dei loro depositi in sterline in attività specifiche che era normalmente pronta per la conversione in denaro, attraverso operazioni di mercato aperto o di prestito.

Accordi già esistenti con i quali la Banca poteva chiedere alle banche di fare uno Special Deposit, col quale era possibile variare il tasso degli asset di riserva e, fino al 1976 un notevole aumento del tasso delle banche centrali era di solito accompagnato da una chiamata di depositi speciali.

Questi accordi furono intesi come un ulteriore mezzo attraverso il quale il tasso della Banca poteva essere fatto per sortire effetti importanti, obbligando il sistema bancario a prendere prestiti dalla banca centrale per ricostruire le sue riserve impoverite.

Se c’erano diversi modi in cui le banche, dato il tempo di aggiustamento, potevano fabbricare attività di riserva, i depositi speciali sono stati a volte probabilmente utili nel rendere i tassi delle banca centrale effettivo. Ma chiaramente, si sono dimostrati molto meno utili di quanto originariamente previsto e, insieme al coefficiente di riserva, furono in seguito abbandonati lasciando le banche (oltre a tutti i requisiti prudenziali) senza vincoli per quanto riguarda la dimensione delle riserve.

Valerio Franceschini

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