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La Guerra civile dei Democratici USA: l’onda socialista e l’ombra di una scissione in vista del 2028
Terremoto nei Democratici USA: l’avanzata socialista fa tremare i vertici. Tra moderati in fuga e l’ombra tangibile di una scissione, il partito rischia il collasso e consegna un enorme vantaggio ai Repubblicani in vista del 2028.

I risultati delle recenti primarie di fine giugno 2026 a New York non sono stati semplicemente una “serata storta” per l’establishment del Partito Democratico americano. Si è trattato, a tutti gli effetti, di un colpo di avvertimento: l’insurrezione socialista all’interno del partito non solo è arrivata, ma è meticolosamente organizzata e, soprattutto, intenzionata a vincere. Il problema, per i vertici democratici, è che al momento sembrano non avere la minima idea di come arginare il fenomeno, innescando quella che ha tutti i contorni di una vera e propria guerra civile interna.
I Democratic Socialists of America (DSA) portano avanti da anni una strategia di logoramento e penetrazione all’interno del Partito Democratico. E ora, forti di una serie clamorosa di successi elettorali, i loro esponenti iniziano a dire ad alta voce ciò che prima veniva solo sussurrato. Il co-presidente del DSA di New York, Gustavo Gordillo, ha riassunto in modo cristallino la tattica: si candidano nelle liste democratiche, vincono le primarie ed entrano nei caucus istituzionali del partito. La differenza sostanziale? Non rispondono né all’apparato di partito né ai suoi finanziatori.
This is the DSA co-chair. Let me summarize what he says in this video:
We’re using the Democratic Party as a ballot-access vehicle, not because we share its goals. We build our own organization, get elected under the Democratic label, caucus with Democrats when it’s useful,… pic.twitter.com/zYwsv4J8Bt
— The Undercurrent (@NotTheirScript) June 24, 2026
Gordillo ha centrato il punto debole, o meglio, la contraddizione strutturale che affligge l’attuale identità del Partito Democratico: il tentativo, sempre più goffo, di rappresentare la classe operaia pur essendo foraggiato da donatori miliardari. Come osserva ironicamente il DSA, è semplicemente impossibile accontentare entrambi. Devi scegliere: o diventi socialista o resti democratico.
Il panico tra i moderati e i vertici
L’establishment, prevedibilmente, non l’ha presa bene. L’ex presidente del Comitato Nazionale Democratico, Jaime Harrison, ha invitato i candidati socialisti a non usare le risorse, l’infrastruttura e i volontari del partito se poi intendono “farlo saltare in aria”. Persino figure di spicco come il leader della minoranza alla Camera Hakeem Jeffries e il leader della minoranza al Senato Chuck Schumer, entrambi newyorkesi, si sono trovati del tutto impossibilitati a fermare questa marea elettorale e ora appaiono in seria difficoltà politica. I sostenitori dei candidati socialisti, inebriati dalle recenti vittorie, hanno scandito un non troppo velato “sei il prossimo” all’indirizzo dello stesso Jeffries.
Questa radicalizzazione sta rapidamente esaurendo la pazienza dell’ala moderata, che inizia a scaricare apertamente la colpa sui vertici. La senatrice Elissa Slotkin ha suggerito senza mezzi termini che l’attuale leadership dovrebbe farsi da parte, accusandola di voler accontentare tutti perdendo di vista un messaggio chiaro e comprensibile. Un approccio vago che si scontra fatalmente con quello adottato da Donald Trump nel 2024, il cui messaggio era semplice, focalizzato sulle tasche dei cittadini e, evidentemente, vincente.
Le cause dello “Tsunami Rosso” (ma di sinistra)
Cosa sta alimentando questa deriva a sinistra che falcidia figure storiche del partito? L’analisi dei flussi evidenzia diversi fattori concomitanti:
- L’effetto della seconda amministrazione Trump: Se il primo mandato del tycoon poteva essere venduto ai moderati dem come un’anomalia temporanea, il secondo ha convinto la base che il Partito Repubblicano sia permanentemente radicalizzato. Questo ha spinto una fetta degli elettori democratici a rifiutare i compromessi, premiando candidati disposti a uno scontro frontale piuttosto che al dialogo istituzionale.
- La frattura morale sul Medio Oriente: La questione israelo-palestinese è diventata un vero e proprio spartiacque. La base democratica si è posizionata nettamente contro l’azione militare a Gaza, mentre l’establishment continua a mantenere la storica linea filo-israeliana. Oggi, per un candidato democratico, il sostegno dell’AIPAC, l’associazione della lobby filo-israeliana, in una primaria urbana rischia di essere un’incudine al collo che affonda la campagna elettorale.
- Il cambio generazionale e le macchine politiche urbane: I giovani radicalizzati dalla campagna di Bernie Sanders nel 2016 oggi hanno superato i quarant’anni, ma non hanno minimamente moderato le loro posizioni. Nel frattempo, il DSA ha costruito una rete capillare di organizzazione politica nelle grandi aree urbane, ritornando a un modello di “politica di massa” e partecipazione dal basso che i democratici tradizionali avevano abbandonato a favore delle asettiche campagne televisive, finanziate dagli ingentissimi fondi forniti dai “Capitalisti illuminati”.
L’ipotesi di una scissione e lo spettro del 2028
Questa dinamica rischia di trasformarsi in un vero e proprio cortocircuito politico in vista delle elezioni presidenziali del 2028. L’avanzata inesorabile della fazione socialista pone il Partito Democratico di fronte a un bivio esistenziale. I candidati progressisti possono anche stravincere nelle roccaforti urbane di New York, Los Angeles, Chicago o Washington D.C., triturando i candidati sostenuti dai vertici. Tuttavia, il sistema elettorale americano, intrinsecamente concepito per favorire il bipartitismo, tende storicamente a premiare chi riesce a posizionarsi al centro e a conquistare il fantomatico “elettore mediano” negli Stati in bilico (i famosi swing states).
Idee politiche radicali come il definanziamento della polizia o lo smantellamento delle carceri, per quanto galvanizzanti per la base militante, respingono irrimediabilmente l’elettorato moderato, spaventato da quelle che percepisce come derive estremiste. Le imminenti primarie in Colorado dimostrano che il fenomeno sta uscendo dai confini delle metropoli costiere. Indipendentemente da chi vincerà quelle sfide, il danno d’immagine per il partito è già fatto: i candidati repubblicani avranno gioco facile a legare qualsiasi esponente democratico, anche il più moderato, alle agende più estreme e radicali dell’intera coalizione.
Ma lo scenario peggiore per i democratici si proietta sul 2028. Con la fine del secondo mandato di Trump, l’ex presidente non sarà più della partita. Il Partito Repubblicano, liberato dalla sua figura più polarizzante, si riorganizzerà e non tutti i potenziali successori hanno lo stesso potenziale divisivo del tycoon. In un quadro in cui il Partito Democratico dovesse subire una vera e propria Opa ostile da parte della sua ala socialista, la possibilità di una scissione formale o di un esodo silenzioso dei moderati diventerebbe un’ipotesi più che concreta. La divisione può anche essere territoriale: le grandi città sono già fortemente radicalizzate, ma nelle città medio-piccole, al contrario, il Partito Democratico potrebbe respingere l’ondata Socialista, accentuando la frattura.
In questo contesto, una figura come JD Vance — portatore di un conservatorismo populista ma maggiormente strutturato e presentabile — o Marco Rubio, un conservatore più tradizionale, potrebbe improvvisamente apparire un’opzione di gran lunga preferibile per un elettore centrista rispetto a un candidato democratico virante al socialismo radicale. Questo ragionamento vale a maggior ragione per la classe dei grandi donatori, i quali, posti di fronte a una forza politica che li definisce apertamente “nemici di classe”, non esiterebbero un secondo a chiudere i rubinetti finanziari o a dirottarli verso un repubblicano considerato il “male minore”.
La dirigenza democratica si trova così drammaticamente scollata dalla sua base e intrappolata in un paradosso. L’onda di sinistra sta montando impetuosamente, riportando in auge una partecipazione politica che mancava da decenni. Ma assecondare questa marea rischia di rompere definitivamente gli argini del partito, alienando l’America moderata e consegnando ai repubblicani le chiavi non solo del Congresso, ma anche della Casa Bianca.








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