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Il ricatto assicurativo di Teheran: come l’Iran vuole mettere un “casello” sullo Stretto di Hormuz

L’Iran trasforma lo Stretto di Hormuz in un casello a pagamento con l’obbligo di assicurazioni di Stato. Tra il rischio delle mine e le sanzioni USA, il ricatto di Teheran rischia di far esplodere i costi globali del petrolio e scatenare il caos sulle rotte commerciali.

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Lo Stretto di Hormuz, quel braccio di mare largo appena 21 miglia ma da cui passa un quinto del consumo mondiale di petrolio, è tornato al centro della scacchiera geopolitica. E questa volta non si parla di missili o droni, ma di scartoffie, polizze e veri e propri “pizzi” di Stato.

Mentre sono in corso i colloqui fra Vance e inviati iraniani, l’Iran ha deciso di giocare una carta astuta quanto pericolosa: trasformare il controllo dello Stretto in un vero e proprio casello autostradale, usando le assicurazioni marittime come sbarra. Si tratta di una conseguenza secondaria del conflitto che si è da poco concluso, ma le sue ricadute pratiche sull’economia reale saranno molto più profonde e durature di quanto si pensi.

La mossa di Teheran è semplice. Con la scusa di una tregua di 60 giorni, la neonata “Persian Gulf Strait Authority” (PGSA) iraniana ha dichiarato ufficialmente “proibite” le normali rotte di navigazione in acque internazionali. Per passare, le navi commerciali dovranno d’ora in poi registrarsi presso l’agenzia e sottoscrivere obbligatoriamente un’assicurazione approvata dall’Iran. Sembra un dettaglio puramente burocratico, ma in realtà si tratta di un tentativo di estorsione su scala globale, ideato per mettere le mani su fondi essenziali, e in questo hanno imitato le sanzioni internazionali, che impedivano l’uso dei servizi assicurativi occidentali

Il trucco dell’assicurazione “gratuita”

Per addolcire la pillola, Teheran offre questa assicurazione in modo “gratuito” per la finestra iniziale di 60 giorni. Nessuno però cade nella trappola. Il mandato iraniano si riserva esplicitamente il diritto di imporre premi altissimi nel prossimo futuro. L’obiettivo dell’Iran è limpido: acquisire importanti risorse finanziarie tassando le migliaia di navi che ogni anno devono forzatamente transitare per Hormuz.

Gli assicuratori occidentali hanno respinto immediatamente la proposta. Società storiche e colossi del settore vedono minacciata la propria posizione commerciale e avvertono che cedere a questo ricatto è impossibile per il settore privato. Sottoscrivere polizze con entità iraniane, inoltre, comporterebbe la violazione diretta delle rigide sanzioni del Tesoro americano (OFAC), non ancora cancellate. Nessuna compagnia di navigazione legittima si metterà mai nelle mani di un sistema legale, come quello iraniano, in cui i paesi occidentali nutrono una fiducia pari a zero.

I danni per l’economia globale e l’effetto “Collo di bottiglia”

L’impatto economico di questo stallo è vasto. Se l’Iran dovesse riuscire a imporre il proprio “pedaggio”, vedremmo un immediato aumento dei costi di trasporto, che andrebbe a scaricarsi in modo diretto sui prezzi dell’energia e, di conseguenza, sull’inflazione e sulle tasche dei consumatori occidentali. Un incremento dei costi operativi in uno snodo vitale da cui passano oltre 20 milioni di barili di greggio al giorno significa una spinta sui prezzi che le banche centrali, proprio ora, vogliono evitare.

Inoltre, questo meccanismo non piacerà affatto ai vicini del Golfo:

  • Mancanza di vie d’uscita: Nazioni come Qatar, Bahrein e Kuwait non hanno facili alternative per aggirare il blocco.
  • Risorse bloccate: Per questi paesi, esportare gas naturale liquefatto (GNL) e greggio evitando Hormuz è quasi impossibile. L’idea di dover sottostare a Teheran per vendere le proprie risorse porterà a forti malumori regionali.
  • Chi può si copre le spalle: Iraq, Emirati Arabi e Arabia Saudita hanno deciso di investire potentemente per avviare il petrolio e le merci su altre direttive, verso l’Oceano Indiano, il Mar Rosso o il Mediterraneo, realizzando oleodotti e sistemi ferroviari.

Il blocco crea anche un forte grattacapo strategico per l’Europa e gli Stati Uniti. L’Occidente sperava che la rapida riapertura di Hormuz facesse scendere le quotazioni del greggio. Questo calo avrebbe fornito il margine di manovra economico necessario per inasprire ulteriormente le sanzioni contro il gas e il petrolio russi, limitando i danni sulle bollette dei cittadini europei e americani. Tutto questo però richiede il superamento di questi problema non secondario

Il problema delle mine e la reazione dei mercati

A complicare ulteriormente la vicenda c’è la sicurezza fisica. Le acque internazionali dello Stretto rimangono fittamente disseminate di mine iraniane. Il traffico attuale è ridotto ai minimi termini: in un recente fine settimana sono passate solo 55 navi contro le oltre 130 giornaliere del periodo pre-bellico. E quelle poche passano attraverso uno stretto canale vicino all’Oman, scortate dalla marina americana. Tuttavia, paradossalmente, gli USA non possiedono al momento una capacità locale immediata di sminamento, compito che viene storicamente affidato agli alleati europei, Italia in primis, e qui capite l’irritazione estrema di Trump verso il nostro paese. Continuare a parlare con discorsi da bar o da parrucchiere non permette di capire la gravità della rottura.

Per tamponare questa profonda crisi, il libero mercato sta reagendo in autonomia. Lloyd’s of London ha lanciato di recente un enorme consorzio assicurativo, guidato dal gigante americano Chubb. Questa iniziativa mette a disposizione fino a 200 milioni di dollari per i danni allo scafo, 200 per la responsabilità civile e altrettanti per il carico, arrivando a coprire circa l’ottanta percento delle navi mercantili che scelgono la rotta protetta in Oman. Ma, come sottolinea un diplomatico europeo, finché non si procederà allo sminamento completo, nessun accordo cartaceo avrà senso: armatori e capitani non rischieranno di far esplodere le proprie imbarcazioni.

Una nuova arma economica contro il mercato

Questa dinamica mostra cosa succede quando uno Stato tenta di intervenire con la forza sulle dinamiche del libero scambio, alterando i costi di un settore primario. Dal punto di vista economico, imporre una “polizza di Stato” equivale all’inserimento di una tassa occulta che frena l’offerta. In un contesto in cui la spesa generale è già sotto pressione per via di tassi di interesse complessi, aggiungere un balzello al commercio petrolifero deprime l’economia reale.

Il casello che l’Iran sta cercando di costruire è una vera arma economica. Mentre le navi cinesi, alleate di Teheran, passano tranquille senza pagare nulla, il resto del mondo deve scegliere: subire la mossa o rassegnarsi a un collo di bottiglia permanente.

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