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Il PIL, questo idolo imperfetto che guida (male) le politiche economiche

Oltre la dittatura dei numeri: perché il PIL non misura la vera ricchezza dell’Italia e come l’ossessione per i parametri UE sta ignorando il benessere reale dei cittadini.

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C’è un numero che, più di ogni altro, condiziona il giudizio sui Paesi, orienta le politiche economiche, legittima scelte spesso dolorose e viene utilizzato come metro universale del successo o del fallimento di una nazione: il Prodotto interno lordo. Cresce il Pil, e tutto sembra andare nella direzione giusta. Rallenta, e scattano allarmi, correzioni, richiami alla disciplina. Ma la domanda fondamentale, quella che raramente viene posta nei consessi ufficiali, resta sempre la stessa: il Pil misura davvero la salute di un Paese?

La risposta, se si abbandona per un momento il conformismo statistico dominante, è molto meno rassicurante di quanto si voglia far credere. Il Pil non è un indicatore di benessere, non è una misura della qualità della vita, non è una bussola affidabile della coesione sociale. È, più semplicemente, una grandezza contabile che somma il valore monetario dei beni e dei servizi finali prodotti in un dato periodo. Nulla di più. Eppure, su questa base limitata si costruiscono giudizi politici, si definiscono vincoli, si impongono strategie.

È il trionfo di una riduzione semplificatoria che scambia il mezzo per il fine. Già negli anni Sessanta Robert Kennedy aveva colto il punto con straordinaria lucidità: il Pil misura tutto, tranne ciò che rende la vita degna di essere vissuta. A distanza di oltre mezzo secolo, quella critica appare ancora più fondata. Un Paese può registrare tassi di crescita positivi e, nello stesso tempo, assistere all’impoverimento del ceto medio, all’aumento delle disuguaglianze, alla precarizzazione del lavoro, al deterioramento dei servizi pubblici e alla perdita di fiducia nel futuro. È davvero questo il profilo di un sistema economico “sano”?

Il nodo è strutturale: il Pil non distingue tra attività che migliorano il benessere collettivo e attività che ne rappresentano una degenerazione o una risposta a eventi negativi. Le spese per ricostruire dopo una calamità naturale aumentano il Pil. L’inquinamento genera costi sanitari e interventi di bonifica che alimentano il Pil. L’espansione degli apparati di sicurezza, spesso legata a un peggioramento delle condizioni sociali, contribuisce al Pil. In altre parole, la contabilità nazionale registra come “crescita” anche ciò che, nella realtà, è un costo sociale.

Siamo di fronte a un indicatore cieco rispetto alla qualità dei fenomeni che misura. Ma ancora più significativo è ciò che il Pil ignora. Non contabilizza il lavoro domestico, non riconosce il valore della cura familiare, non incorpora il capitale sociale, non misura la qualità delle relazioni, non coglie il grado di fiducia che tiene insieme una comunità. Una parte rilevantissima della ricchezza reale di una nazione resta così invisibile. Se la stessa attività viene monetizzata, diventa Pil; se resta nell’ambito delle relazioni sociali, scompare dalle statistiche. È una convenzione contabile, non una rappresentazione fedele della realtà.

Il problema, tuttavia, non è soltanto teorico. È profondamente politico. L’ossessione per il Pil finisce per deformare le scelte di policy. Quando l’obiettivo prioritario diventa la crescita di una percentuale nel breve periodo, si aprono spazi per politiche che gonfiano artificialmente la domanda senza rafforzare la struttura economica. Debito improduttivo, incentivi temporanei, espansioni di spesa prive di moltiplicatori reali, bolle speculative: tutto può contribuire ad aumentare il Pil, almeno nel breve termine. Ma spesso si tratta di crescita apparente, che rinvia e amplifica squilibri futuri.

Il caso europeo è emblematico e, per certi versi, paradigmatico. Da anni l’Unione Europea costruisce la propria architettura di governance su parametri rigidamente ancorati al Pil: deficit/Pil, debito/Pil, spesa/Pil. Una griglia contabile che pretende di racchiudere in formule standardizzate economie profondamente diverse per struttura produttiva, dinamica demografica, propensione al risparmio e resilienza sociale. Il risultato è una semplificazione estrema che spesso sfocia in politiche pro-cicliche, restrittive e scollegate dalle esigenze reali dei cittadini.

È l’Europa delle percentuali, non delle persone.

In questo quadro, il Pil diventa non solo un indicatore, ma uno strumento di disciplina. Un vincolo che orienta le scelte nazionali verso obiettivi numerici piuttosto che verso risultati sostanziali. Si governa per rispettare rapporti contabili, non per migliorare le condizioni materiali della popolazione. Il paradosso è evidente: si può “aggiustare” il Pil e peggiorare il Paese reale.

Un ulteriore limite, spesso sottovalutato, riguarda la qualità della crescita. Due economie possono registrare lo stesso incremento del Pil, ma con dinamiche completamente diverse. Nel primo caso, la crescita può essere trainata da investimenti produttivi, innovazione e aumento dei salari reali. Nel secondo, può derivare da consumi a debito, rendite e occupazione a bassa qualità. Il dato aggregato non distingue tra queste traiettorie. Eppure, le implicazioni di lungo periodo sono radicalmente diverse.

Ridurre la complessità economica a un’unica variabile significa, inevitabilmente, perdere informazione rilevante. Un Paese realmente in salute è quello in cui il lavoro è stabile e adeguatamente retribuito, il risparmio non viene eroso, il ceto medio non si assottiglia, i giovani possono pianificare il proprio futuro, i servizi pubblici funzionano e il sistema produttivo investe in modo sostenibile. Sono questi i veri indicatori di solidità. Il Pil li intercetta solo in modo parziale e spesso distorto.

Per questo motivo, continuare a trattarlo come misura assoluta equivale a perpetuare una visione riduttiva e, in ultima analisi, fuorviante. Non si tratta di abbandonare il Pil, ma di ridimensionarlo. Deve tornare a essere ciò che è: uno strumento contabile tra i tanti, non il giudice supremo delle politiche economiche. Va affiancato da indicatori che misurino la distribuzione del reddito, la qualità dell’occupazione, la sostenibilità demografica, la solidità patrimoniale delle famiglie, l’efficienza dei servizi e la coesione sociale.

Continuare invece a sacralizzarlo significa accettare una narrazione che privilegia l’apparenza statistica rispetto alla realtà sostanziale. Una nazione non è la somma delle sue transazioni. È la qualità della vita dei suoi cittadini, la stabilità delle sue istituzioni, la forza del suo tessuto sociale. Se questi elementi si deteriorano mentre il Pil cresce, non siamo di fronte al progresso, ma a una distorsione.

Ed è su questa distorsione che, troppo spesso, si fondano le politiche economiche europee.

Antonio Marian Rinaldi

Antonio Maria Rinaldi è stato direttore generale di SOFID,  capogruppo finanziaria di ENI e presidente di Trevi Holding, oltre che Professore di Finanza aziendale presso l’Università di Pescara e di Politica Economica presso la Link University. Europarlamentare dal 2019 al 2024.

 

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