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Il mainstream alla prova dei fatti: a cosa servono le “riforme strutturali” – parte 3. Di Claudio Bernabe’

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La volta scorsa avevamo visto che il modello mainstream di Blanchard, in caso di scostamento di breve periodo rispetto al livello naturale di produzione, prevede un sofisticato meccanismo di convergenza che riporta il sistema economico nella situazione di equilibrio ex-ante avente, come unica differenza, una riduzione del livello dei prezzi (deflazione). Abbiamo altresì visto che, qualora si entri nella cosiddetta “trappola della liquidità”, cioè quando il tasso d’interesse diventa insensibile alle variazioni dei saldi monetari reali M/P, la AD diventa verticale.

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Quali conseguenze comporta?

Riprendiamo brevemente il ragionamento: se in vista della crisi gli imprenditori decidono di ridurre gli investimenti, la AD traslerà in AD’ cui corrisponderà un livello di produzione Y’ < Y e conseguentemente la disoccupazione aumenterà da u a u’. L’aumento della disoccupazione farà come al solito moderare le richieste salariali W e, presupponendo l’invarianza del margine di profitto , si avrà una riduzione proporzionale dei prezzi che passeranno da P a P’ mantenendo invariato il potere d’acquisto dei salari. Tale riduzione dei prezzi farà traslare la AS verso il basso portandosi in AS’, cui corrisponde un livello dei prezzi pari a P”< P'< P. Se ricordate, la traslazione della AS riportava tutto ai valori iniziali. Cosa è cambiato adesso? Questa volta lo spostamento della AS non è in grado di attivare il meccanismo di aggiustamento, il sistema resta “bloccato” e non torna ai livelli precedenti. Poiché la AD è verticale (vedi figura a fianco), qualsiasi traslazione della AS non è più in grado di modificare il valore della produzione: il nuovo punto di “equilibrio” raggiunto a seguito della riduzione (dei salari e) dei prezzi (cioè a seguito della traslazione della AS) risulta essere ancora pari a Y’ pertanto la produzione risulta stabilmente ridotta rispetto ai livelli pre-crisi e la disoccupazione risulta stabilmente aumentata, ancorata al valore u’. E quindi? La riduzione dei salari non ha alcun effetto su produzione e occupazione!!! Ci dicono che non torniamo ai livelli naturali di produzione e occupazione perché i salari sono rigidi verso il basso, ma i LORO modelli ci dicono che, anche se diminuissero, non avremmo nessun beneficio!!!

Inoltre, anche qualora si riuscisse ad uscire dalla trappola della liquidità, chi ci garantisce che una riduzione del tasso d’interesse incrementerebbe gli investimenti? é evidente che una riduzione del tasso d’interesse, a parità di altre condizioni, rende maggiormente appetibile il ricorso ai prestiti da parte degli imprenditori, ma è altrettanto evidente che le banche li concederanno solo se avranno la ragionevole certezza che verranno onorati attraverso la restituzione di capitale e interessi. In una situazione di profonda depressione, le aspettative potrebbero essere tali che le banche preferiscano non concedere prestiti, ciò comporterebbe la sostanziale insensibilità degli investimenti al tasso d’interesse (le banche non concedono prestiti, indipendentemente dal tasso d’interesse, perché temono che non vengano restituiti) e ci troveremmo nuovamente con la AD verticale. Per verificarlo basta porre d2 = 0 nell’espressione della AD vista la volta corsa (la d2 rappresenta infatti la sensibilità degli investimenti al tasso d’interesse).

Apprezziamo il filo logico del pensiero mainstream: ci dicono che siamo nella trappola della liquidità (non a caso Draghi è ricorso quantitative easing), che le banche non prestano denaro per il timore che non venga restituito, la matematica dei LORO modelli dice che la AD è divenuta verticale (o comunque non è necessariamente decrescente) pertanto la diminuzione dei salari nominali non può avere nessun effetto positivo sull’occupazione e sulla produzione, ma nonostante tutto ci dicono che occorre fare le riforme strutturali! Più o meno è come dire: la gamba è rotta, il cuore è sano, ma per guarire devi fare un trapianto di cuore. Insomma, le riforme sono un atto di fede! O c’è qualcos’altro sotto?

Sappiamo che in realtà, causa la legislazione a tutela dei lavoratori, il processo di riduzione dei salari W è viscoso, non avviene spontaneamente per cui il salario tende a restare vincolato al suo valore iniziale. In questa situazione, poiché i salari nominali W tendono a rimanere costanti mentre i prezzi scendono, si ottiene un aumento dei salari reali (il salario nominale W è rimasto invariato ma adesso posso comprare un numero maggiore di beni poiché i prezzi sono diminuiti). Chi ci rimette in questo gioco? Sicuramente chi aveva un lavoro e adesso non l’ha più. In quel caso la riduzione del salario è stata consistente visto che adesso il suo salario è nullo! Ma non solo. Poiché il salario reale, per chi ha ancora un lavoro, è aumentato portandosi a W/P’’, è probabile che l’imprenditore veda erodersi il suo margine di profitto (se i prezzi scendono e i salari nominali restano bloccati, vuole dire che i profitti diminuiscono).

Vediamo la situazione reale dell’Italia grazie ai dati forniti dall’ISTAT: si vede chiaramente che, mentre la percentuale sul PIL dei redditi nominali da lavoro dipendente è rimasta sostanzialmente costante a seguito della crisi, la percentuale sul PIL dei redditi nominali misti (al netto delle imposte sulla produzione e sulle importazioni e tenuto conto dei contributi) tende visibilmente a diminuire.

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Fonte: Istat.

è tuttavia interessante notare come negli ultimi decenni la povertà stia aumentando anche tra coloro che hanno un lavoro.

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