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Il grande trucco dell’oro: come far apparire 159 miliardi di dollari dal nulla tra India e Svizzera

Come un’azienda indiana avrebbe usato una raffineria d’oro ticinese per gonfiare i bilanci. L’inchiesta della vigilanza e il crollo in Borsa.

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Nel dorato mondo dell’alta finanza, trasformare una solida azienda di servizi in un colosso globale del fatturato richiede una certa dose di fantasia contabile, ma il “Pacco” è sempre dietro l’angolo e qualche volta riesce. È esattamente quello che sta emergendo dal mastodontico scandalo che collega l’India al Canton Ticino, passando per le scrivanie di Lucerna.

Sotto la lente d’ingrandimento della SEBI (l’autorità di vigilanza dei mercati indiana) è finita Rajesh Exports, la quarta azienda indiana per volume d’affari. L’accusa? Aver gonfiato i propri bilanci per la sbalorditiva cifra di 159 miliardi di dollari tra l’aprile 2020 e il marzo 2025.

Il meccanismo di questa “magia” finanziaria si basa su un’asimmetria fondamentale tra l’economia reale, fatta di lavoro e produzione, e la finanza di carta. Il fulcro dell’operazione è la Valcambi, storica raffineria d’oro di Balerna (Ticino), controllata da Rajesh Exports tramite una holding basata a Lucerna (Global Gold Refineries AG).

La Valcambi è un’eccellenza industriale svizzera: lavora oltre sette tonnellate d’oro al giorno, fonde il metallo, crea lingotti e li spedisce a banche centrali e investitori. Come ogni azienda manifatturiera e di servizi, i suoi ricavi reali derivano dal valore aggiunto della lavorazione. Secondo i regolatori indiani, in cinque anni la Valcambi ha generato ricavi reali per circa 358 milioni di dollari. Vista la sua attività un margine interessante, ma non eccessivo.

Come si arriva allora a 159 miliardi? Semplice: secondo la SEBI, la controllante indiana non ha messo a bilancio le commissioni di raffinazione, ma l’intero valore dell’oro transitato per gli stabilimenti svizzeri. Un po’ come se un corriere mettesse a bilancio il valore dei diamanti che trasporta, anziché il costo della spedizione.

Questa architettura societaria ha permesso di moltiplicare i numeri su carta, ma le ombre sul gruppo indiano non si fermano qui. Il rapporto della SEBI evidenzia altre anomalie preoccupanti:

  • Le miniere fantasma: Rajesh Exports ha dichiarato investimenti per decine di milioni in miniere d’oro africane, di cui i revisori non hanno trovato alcuna documentazione di supporto. Dove sono finiti questi soldi?
  • Trading fittizio: Sono stati registrati oltre 1,3 miliardi di dollari in vendite e acquisti con un broker locale senza prove di transazioni reali o flussi bancari.
  • Travasi di liquidità: questi fatturati avrebbero permesso trasferimenti per milioni di dollari verso conti personali dei promotori aziendali, in parte poi restituiti, giustificati dall’azienda come “operazioni commerciali”.

Da parte sua, il presidente Rajesh Mehta respinge le accuse con forza, parlando di un colossale malinteso. A suo dire, la SEBI avrebbe scambiato l’EBITDA (il margine operativo) di Valcambi per il suo fatturato totale. Considerato che la raffineria processa circa 900 tonnellate di metalli preziosi l’anno, Mehta sostiene che il volume d’affari di 159 miliardi in cinque anni sia assolutamente in linea con le quotazioni dell’oro, anche se l’EBITDA non è l’utile, ma neppure il fatturato: infatti EBITDA somma all’utile ammortamenti, tasse, interessi e svalutazioni, ma, nel caso di una fonderia d’oro, comunque parte dal margile lordo.

Il mercato raramente perdona l’opacità. A prescindere dalle giustificazioni tecniche, gli investitori hanno votato con il portafoglio: in tre anni, le azioni di Rajesh Exports sono crollate dell’80%, mandando in fumo 2,7 miliardi di dollari di capitalizzazione. Un duro promemoria che, alla fine, i profitti di carta non brillano mai quanto l’oro vero.

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