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Il frame T.I.N.A.: riflessioni sul fenomeno dei suicidi economici

tina

Su questo sito abbiamo pubblicato l’aggiornamento dell’Osservatorio sui suicidi del Prof. Ferrigni che dimostra un’impennata nel numero dei suicidi per ragioni economiche nei primi sei mesi dell’anno, con un aumento dell’incidenza soprattutto al Sud tra i disoccupati ed al Nord Est fra gli imprenditori. Basta poi seguire il sito crisitaly.org per vedere come quasi ogni giorno vi sia un suicidio o un tentativo di suicidio in Italia fra lavoratori che hanno perso il loro lavoro, sfrattati senza un reddito, imprenditori o artigiani sul lastrico e persino pensionati che non riescono a tirare avanti.

Di fronte a queste morti tragiche sorge spontanea una domanda: questa feroce crisi era evitabile?

Cominciamo a capire di cosa stiamo parlando:

1929-2008

Secondo uno studio del 2013 del CGIA di Mestre la crisi attuale è peggiore per intensità, esiti e durata di quella del 1929 (sono ormai 8 anni che siamo in questa crisi, contro i 5 di quella del 1929). La distruzione di reddito è maggiore e maggiori sono gli effetti sul tessuto produttivo. Le ricette messe in atto dai vari governi, da Monti in poi, non hanno fatto che aggravare questa situazione ed il governo Renzi sembra voler insistere su questa strada, fatta di tagli alla spesa pubblica ed al welfare, riforma del mercato del lavoro, spostamento della tassazione su beni e servizi e privatizzazioni.

Si poteva fare diversamente? Sì, chi legge questo blog sa che altre erano le politiche da fare e soprattutto che il tutto nasce dalla politica economica europea e dai suoi vincoli derivanti dall’adozione dell’euro che un governo attento al benessere dei propri cittadini avrebbe dovuto respingere. E qui sorge il problema.

L’informazione che ci viene fornita riguardo l’euro è l’Eurozona è semplicemente criminale. Non uso questo termine a caso: la propaganda, che si attua sia magnificando delle doti inesistenti della moneta unica (che ci avrebbe salvato, che la crisi sarebbe stato ancora peggio senza), sia demonizzando qualsiasi alternativa ad essa (uscendo dall’euro diverremmo un Paese africano, avremmo un’inflazione argentina che eroderebbe i nostri redditi ed i risparmi è così via delirando) è così massiccia e pervasiva che rappresenta una cosciente violenza, affinché siano accettate come ineluttabili le limitazioni ai diritti dei cittadini che l’appartenenza all’eurozona provoca. Il “frame” T.I.N.A. (There Is No Alternative, ovvero non c’è alternativa) che i media, i politici, i c.d. esperti o gli uomini di spettacolo, spinti a dire la loro come “gente comune” sulle questioni economiche, continuano a proporci sigilla la situazione attuale come conseguenza ineluttabile di una crisi alla quale abbiamo contribuito con la pretesa di un tenore di vita passato non sostenibile e che solo il sacrificio e la consapevolezza che il benessere avuto non sia più configurabile in futuro e quindi il cambio radicale di aspettative e pretese, l’accettazione di un impoverimento, di condizioni di vita più dure, con meno diritti potrà sconfiggere.

Questo micidiale mix di colpevolizzazione per il passato che si afferma falsamente vissuto al di sopra delle nostre possibilità e di prospettazione di un inevitabile futuro di rinunce e sacrificio è l’elemento ideale per alimentare l’angoscia di chi già è in crisi: il sentimento di inadeguatezza e quindi di colpa che opprime chi non riesce a fare ed a far fare alla famiglia la vita che il proprio padre ha garantito a lui, a dare ai propri figli quel benessere di cui lui ha goduto, viene rafforzato  e soprattutto vengono tolte tutte le speranze che vi sia una strada diversa percorribile, che vi possa essere una ribellione alle regole austere che impone l’Europa. A ciò poi si aggiunge la delusione dell’inefficacia della sottoposizione a queste regole, la frustrazione derivante dalla consapevolezza che tutti i sacrifici richiesti finora non hanno portato a nulla, se non all’aggravamento della propria situazione economica, che tutte le promesse di uscita dalla crisi, di crescita sono solo parole che si ripetono da anni, che la boccata d’aria necessaria per sopravvivere non arriva, ma si affonda sempre di più.

Ed allora c’è chi non ce la fa a continuare.

Non ce la fa perché non è di aiuto sapere che ci vorranno 20 anni per tornare con i redditi ai livelli del 2007, che, ammesso sia vero che stiamo crescendo dello 0,1 o anche dello 0,4, ci sono ormai due generazioni “bruciate” che non possono avere che aspettative di lavori instabili, mal pagati, senza una sicurezza per il futuro, senza poter costruire nulla per i propri figli. Nel lungo periodo è logicamente evidente che si uscirà da questa crisi, che i sacrifici fatti e le riforme porteranno ad un tenore di vita più basso e quindi inevitabilmente ad un recupero di competitività e che anche la domanda interna comunque prima o poi ripartirà, anche solo per il bisogno di soddisfare le necessità primarie, insomma che si raggiungerà un qualche equilibrio macroeconomico e l’inizio di un nuovo ciclo espansivo, ma, come notava sarcasticamente Keynes, nel lungo periodo saremo tutti morti.

C’è chi può aspettare, magari dall’alto di una cattedra universitaria o di uno scranno al Parlamento, con un futuro agiato assicurato, e di solito sono gli stessi soggetti che alimentano questa propaganda, che ribadiscono il frame T.I.N.A., molti di noi non possono e, purtroppo, alcuni non se la sentono neanche più di attendere.

Di tutto il dolore, delle morti questi propagandisti saranno chiamati a rispondere.

 

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