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Il bluff di REPowerEU: la Corte dei Conti smaschera il fallimento energetico di Bruxelles. Soldi spariti e industria al bivio
La Corte dei Conti europea smonta la strategia energetica dell’Unione: dei 103 GW verdi promessi i progetti misurabili portano solo 1,6 GW, mentre il GNL russo cresce del 67%. Cantieri bloccati e costi insostenibili per le imprese.

L’industria europea continua a pagare il gas naturale fino a quattro volte più dei concorrenti americani, mentre le promesse di indipendenza energetica e transizione rapida si infrangono contro la realtà dei numeri. La Corte dei Conti europea ha pubblicato un rapporto che demolisce punto per punto l’efficacia di REPowerEU, il piano varato nel 2022 dalla Commissione europea per azzerare la dipendenza da Mosca e guidare la svolta verde.
Dietro la narrazione trionfalistica di Bruxelles non c’è una strategia solida, ma un buco finanziario colossale, una rendicontazione opaca e una preoccupante incapacità di costruire infrastrutture strategiche.
La finanza fantasma: dove sono finiti i 300 miliardi?
Nel maggio 2022 la Commissione europea annunciò con grande enfasi la mobilitazione di circa 300 miliardi di euro entro il 2030. Servivano per finanziare l’addio ai combustibili fossili russi e accelerare il pacchetto climatico Fit-for-55.
Quei soldi, nella realtà economica, non sono mai esistiti come fondi freschi. Bruxelles si è limitata a un’operazione di maquillage contabile: ha riallocato 225 miliardi di prestiti non utilizzati del Recovery and Resilience Facility (RRF), quella che da noi si chiama PNRR, aggiungendo 20 miliardi dalle aste del sistema ETS e sperando in trasferimenti volontari dai fondi di coesione.
I governi nazionali hanno risposto con sovrana freddezza. Nessuno Stato membro ha trasferito un solo euro dai fondi di coesione o dallo sviluppo rurale. Soltanto otto Paesi hanno accettato di indebitarsi ulteriormente chiedendo altri prestiti RRF.
Il risultato è impietoso: dei quasi 300 miliardi preventivati, gli Stati membri ne hanno impegnati inizialmente appena 65 nei capitoli REPowerEU. Dopo le ultime revisioni dei piani, nell’aprile 2026 la cifra è scesa a soli 54,3 miliardi di euro, ovvero un modesto 18% del fabbisogno stimato.
La Commissione ha ipotizzato che la voragine finanziaria rimasta aperta – oltre 245 miliardi – sarebbe stata colmata per magia da capitali privati e bilanci nazionali. Gli auditor di Lussemburgo hanno chiesto le prove di questa copertura: né la Commissione né i governi sono stati in grado di fornire un solo dato a supporto.
| Voce di bilancio REPowerEU | Stima iniziale Commissione | Risorse effettivamente impegnate (2026) | Quota coperta |
| Investimenti complessivi | ~300 miliardi € | 54,3 miliardi € | 18% |
| Prestiti RRF | 225 miliardi € | ~30 miliardi € | 13% |
| Fondi di Coesione / Agricoli | fino a 50 miliardi € | 0 € | 0% |
Il miraggio delle rinnovabili: 103 GW su carta, briciole nei cantieri
Il cuore industriale del piano prevedeva l’installazione accelerata di 103 GW aggiuntivi di capacità rinnovabile (62 GW da solare e 41 GW da eolico) per rimpiazzare il metano nella generazione termoelettrica.
La realtà certificata dalla Corte dei Conti assume contorni quasi grotteschi. La Commissione ammetteva già che il Recovery avrebbe coperto non più di 20 GW. Già questo sarebbe stato il segno di un fallimento di partenza, ma alla fine è anmdata molto, ma molto peggio!
Analizzando i singoli capitoli nazionali del PNRR, gli auditor hanno scoperto che su 45 misure dedicate alle rinnovabili, solo 12 contengono target precisi e quantificabili in megawatt. Quanto produrranno queste 12 misure? Appena 1,6 GW. Significa un misero 1,6% dell’obiettivo proclamato ai quattro venti. Un disastro epocale.
Tutto il resto dei fondi è disperso in parametri contabili che misurano la spesa erogata o i contratti firmati, non i megawatt effettivamente allacciati alla rete. Circa il 45% delle risorse è veicolato tramite strumenti finanziari: per incassare la rata basta siglare l’accordo finanziario con la banca intermediaria, senza alcun obbligo di vedere l’opera completata prima del termine del Recovery. Si è privilegiata la burocrazia, i controlli, la carta, alla reale esistenza delle opere. Un sistema che in Italia conosciamo molto bene.
Inoltre, per inseguire le scadenze serrate imposte dai regolamenti comunitari, i governi hanno puntato quasi tutto sul solare fotovoltaico, marginalizzando l’eolico. Il motivo è banale: posare pannelli a terra o sui tetti richiede pochi mesi, mentre autorizzare e costruire parchi eolici richiede tra i sette e gli otto anni. Non che l’eolico, in realtàù, garantisca una maggiore stabilità, come ben sanno i tedeschi, ma almeno forniva un po’ di diversificazione.
Questa asimmetria crea un danno sistemico. La capacità rinnovabile teorica nell’Unione è cresciuta del 71% tra il 2015 e il 2023, ma la produzione effettiva di energia elettrica è salita solo del 42%. Il solare produce solo di giorno e risente della stagionalità, mentre le reti non dispongono dei sistemi di accumulo necessari a gestire i picchi non programmabili.
Reti e interconnessioni: l’inganno contabile del “transfrontaliero”
Per evitare che l’Europa rimanesse ostaggio di strozzature locali, la norma comunitaria imponeva che almeno il 30% delle risorse di REPowerEU andasse a progetti con impatto transfrontaliero o multi-paese. Un investimento necessario, considerando che la Pensiola Iberica, ad esempio, ha interconnessioni insufficienti con il resto del continente.
Sulla carta, gli Stati membri hanno dichiarato trionfalmente che il 76% delle misure rispetta questo vincolo. Com’è stato possibile? Allargando a dismisura la nozione di “progetto transfrontaliero”.
Gli auditor hanno scoperto che decine di interventi puramente domestici – dall’installazione di pannelli solari nel cortile di un’azienda locale all’efficientamento termico di condomini – sono stati registrati come “transfrontalieri” con una giustificazione surreale: consumando meno energia in loco, si lascerebbe ipoteticamente più gas a disposizione dell’intero continente.
Al contrario, gli investimenti fisici nelle dorsali elettriche internazionali sono stati quasi del tutto disertati. Su dieci Paesi che avevano ricevuto raccomandazioni formali dall’UE per potenziare i cavi transfrontalieri, solo due (Italia e Lettonia) hanno inserito progetti pertinenti nei loro piani.
L’Italia stessa ha dovuto poi cancellare una delle due opere previste, lasciando in piedi essenzialmente il Tyrrhenian Link e il rinnovo del cavo SA.CO.I. 3 tra Sardegna, Corsica e Toscana. La grande rete integrata europea resta una chimera burocratica. Tutto il resto non è statno neppure progettato. La Spagna resta mezza tagliata fuori dal Continente, ma la colpa è sua.
⚠️ In a report published today, we reveal that #REPowerEU, the EU’s plan for #energy independence from Russia, is faltering just as Europe’s energy security is facing renewed threats from the turmoil in the Middle East.
Key points 👇️ pic.twitter.com/8UNg9eapcQ
— European Court of Auditors (@EUauditors) September 9, 2026
La Russia esce dal gasdotto e rientra via mare
Bruxelles rivendica costantemente il crollo delle importazioni via tubo dalla Russia, scese da 153 miliardi di metri cubi nel 2021 a 38 miliardi nel 2024. Questo dato nasconde però due realtà scomode per l’economia dell’Unione.
La prima è che una quota rilevante del calo della domanda non deriva da miracoli di efficienza, ma dalla distruzione di consumi industriali causata da prezzi insostenibili, unita a due inverni insolitamente miti. La seconda è che il metano di Mosca continua ad arrivare sotto forma di GNL (gas naturale liquefatto). Tra il 2021 e il 2024, gli sbarchi di GNL russo nei porti dell’Europa occidentale sono esplosi del 67%, passando da 12 a oltre 20 miliardi di metri cubi. Nazioni come Francia, Spagna e Belgio hanno visto crescere vertiginosamente le proprie quote di acquisto.
Sul fronte del greggio, il divieto formale viene aggirato con regolarità attraverso raffinati caroselli commerciali che coinvolgono Paesi terzi come Turchia, India e Cina, oltre all’impiego massiccio della cosiddetta “flotta ombra” di petroliere.
Monitoraggio opaco e cantieri al palo
La gestione burocratica del programma solleva perplessità ancora più pesanti. Due terzi delle misure analizzate nel dettaglio dalla Corte (66%) sono già in grave ritardo. Oltre la metà dei progetti (52%) non vedrà la luce prima della scadenza naturale dell’RRF fissata per l’agosto 2026, rimandando il completamento a dopo il 2030.
I sistemi di controllo interni alla Commissione non verificano l’affidabilità dei numeri inviati dalle capitali. Nella seconda relazione biennale sui piani climatici, la Germania ha dichiarato investimenti complessivi per 557 miliardi di euro (da sola oltre il 70% del totale europeo).
Andando a controllare le voci, gli auditor hanno scoperto che ben 320 miliardi facevano capo a un vecchio regime di aiuti di Stato scaduto nel 2022, che aveva mobilitato appena 9,5 miliardi reali: un’ipervalutazione contabile astronomica passata senza alcun filtro. Berlino ha raccontato un mare di bugie, ma nessuno, a Bruxelles, si è preso la briga di andare a controllare!
Nel frattempo, la Polonia, pur avendo incassato l’assegnazione record di 24,5 miliardi di euro (il 38% dell’intero piatto REPowerEU), non ha nemmeno depositato la versione finale del proprio Piano Nazionale Energia e Clima aggiornato. Se ne è semplicemente infischiata.
Un conto salato per le imprese europee
L’ennesimo piano speciale partorito a Bruxelles si rivela per ciò che è: un esercizio di ingegneria comunicativa, privo di risorse adeguate, scaricato sulla buona volontà degli Stati e incapace di incidere sulle variabili macroeconomiche fondamentali. Senza investimenti massicci e concentrati sulla capacità di base, sullo stoccaggio e sull’ammodernamento delle reti fisiche, la transizione imposta per decreto si traduce in un costante svantaggio competitivo.
Finché l’Unione continuerà a spacciare sussidi parcellizzati per politica energetica strategica, il conto finale continuerà a essere pagato dal sistema produttivo europeo attraverso bollette fuori mercato e perdita progressiva di quote industriali globali. Comunque, essendo un programma europeo, poteva essere peggio: poteva ottenere l’opposto di quanto cercava di raggiungere, come è successo a buona parte dei programmi generati da Bruxelles.







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