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I VERI COSTI DEGLI “STATI UNITI D’EUROPA” CHE NESSUNO VUOLE SOSTENERE (di Luciano Barra Caracciolo)

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1) MAKING THE CASE FOR A “FEDERATION LITE'”

Emma Bonino, una delle più accese sostenitrici dell’Euro (“a qualsiasi costo”) ha scritto un libro (con Marco de Andreis) dal titolo “Making the case for a ‘federation lite’”.

Cioè un libro che tratta di come, finalmente, realizzare gli Stati Uniti d’Europa in modo che siano “leggeri” e perciò in grado di “gestire la crisi economica in maniera più efficace e puntuale“. Come?

Questa l’essenza dell’idea:

Per fare questo – sostiene il saggio – è necessario ripensare il bilancio europeo. Proprio quel bilancio che – nell’ultima stesura riguardante il settennato 2014-2020 – è rimasto per il momento bloccato senza l’approvazione del Parlamento europeo. Il bilancio europeo è costituito quasi esclusivamente da trasferimenti da parte degli Stati membri (l’Ue non ha il potere di tassare direttamente i cittadini) e pesa circa l’1% del Pil europeo; non viene utilizzato per funzioni fondamentali di governo e – quasi per la metà – va a finanziare il settore agricolo.

Il trasferimento di alcune funzioni di governo dal livello nazionale e quello europeo – spiega il saggio – come la difesa, la politica estera e la ricerca, non dovrebbe comportare un aumento della spesa pubblica, ma al contrario potrebbe determinare un risparmio grazie alle economie di scala.

Basterebbe così un bilancio pari al 5% del Pil europeo (laddove le percentuali, in Stati veramente federali come gli Usa, sono molto più alte) per dare sostanza a questa maggiore integrazione. Bilancio che andrebbe a coprire i seguenti capitoli di spesa: l’1% per la difesa, l’1% per la diplomazia (inclusi gli aiuti umanitari), l’1% per la ricerca e lo sviluppo, lo 0,7% per le politiche di redistribuzione sociale e regionale, lo 0,5% per il controllo delle frontiere, lo 0,5% per le Reti Trans-Europee (TEN) e lo 0,3 per l’amministrazione. Una proposta ‘leggera’ ma incisiva che potrebbe costituire il motore di quella nuova politica comunitaria verso cui il Governo Letta sembra voler tendere“.

 

 

2) LA QUESTIONE “TRASFERIMENTI”

Come primo commento generale, riportiamo quanto detto sempre in precedenza sul tema (http://orizzonte48.blogspot.it/2013/03/osservatorio-pude-5-cronache-di-un.html):

“…in USA  i trasferimenti arrivano al 33% (20% agli Stati, 13% alle municipalità) delle entrate fiscali del bilancio federale e il sostegno finanziario conseguente oscilla tra i 9 e i 30 punti di PIL per i singoli Stati.

Anche negli USA i singoli Stati, si noti, sono vincolati al “pareggio di bilancio”, ma sempre sulla base della predetta condizione di trasferimenti differenziati in un “range” che sarebbe impensabile in Europa. E questo perché tale misura risulterebbe politicamente inaccettabile nelle chiarissime e “vibranti” posizioni espresse dalla Germania.

Il bilancio federale USA, invece, è in deficit eccome: solo che ricorre alla politica monetaria “concertata” con la FED, che acquista il debito connesso al deficit-fabbisogno con vari sistemi coordinati a banche operatrici su mandato. Non bisogna poi dimenticare che negli USA il tutto si basa sulla unità di regime fiscale delle imposte a maggior gettito (altro punto inaccettabile non solo per i tedeschi, ma anche per paesi “creditori” come Olanda e Lussemburgo che fanno del dumping fiscale un punto di forza e che fuggirebbero rapidamente dall’euro zona in caso di “federalismo”-OCA “US-pattern”), nonchè su una forte mobilità della forza lavoro, e quindi, non dimentichiamolo, della stessa base imponibile”.

 

 

3) LA QUESTIONE DELLA FUNZIONE DIFESA

Premettiamo che l’1% del PIL euro-zona per la “funzione di governo” della difesa, supponendo una contribuzione equamente proporzionale dell’1% a carico di ciascun Stato-membro, è un decremento delle spese militari attuali; ma non per l’Italia, peraltro, che sta allo 0,9 del PIL (“in rapporto al PIL, la Gran Bretagna si posiziona al 2,3%, la Francia al 1,7%, la Germania al 1,8%, l’Italia al 0,9%, la Spagna al 0,7%…”).  

Decremento dunque significativo  che incontrerebbe il dissenso USA per la asimmetria a suo carico evidenziata in sede NATO: il che non è un problema politico da poco. Sempre che non si vogliano acuire le tensioni con gli importanti “alleati” d’oltreoceano, già messe a dura prova dal deflazionismo e dalla compressione della domanda dell’eurozona. Nonché dalla “strana” insistenza europea di annettersi un’Ucraina che poi non ha i soldi per salvare. E si vorrebbe una gestione della crisi “più efficace e puntuale”. 

 

 

4) IL COSTO DEL FEDERALISMO IN EUROPA

Ma su tutto il restolasciamo la parola a Jacques Sapir, che ha seriamente calcolato il “costo del federalismo in Europa” (trad. Vocidall’estero):

“I trasferimenti che si calcolano qui riguardano solo quattro paesi (Grecia, Portogallo, Spagna e Italia), e non includono gli aiuti comunitari già esistenti.  Il primo punto consiste nel calcolare lo scarto accumulato in 10 anni nel campo della R&S. Questo divario ammonta, in percentuale del PIL, per ciascun paese, a :

 

Spagna 17,3%
Italia 17,2%
Portogallo 18,8%
Grecia 24,0%

 

A questo va aggiunto  la deviazione annuale (nel 2010):

 

Spagna

1,43%
Italia 1,56%
Portogallo 1,23%
Grecia 2,37%

 

Se calcoliamo un recupero su 10 anni, questo implica un trasferimento annuale dai paesi del “nord”, calcolato in punti percentuali del PIL di ciascun paese, per recuperare lo scarto accumulato in spesa per R&S :

 

Spagna 3,16%
Italia 3,28%
Portogallo 3,11%
Grecia 4,77%

 

Il secondo punto importante consiste nel permettere a questi paesi di recuperare nei loro sistemi di istruzione. Le spese necessarie per ridurre il numero di giovani che abbandonano la scuola con un livello più basso del 2 ° ciclo di istruzione secondaria, sono stimate, ancora in punti di PIL del paese, a:

 

Spagna 2,00%
Italia 2,00%
Portogallo 3,00%
Grecia 3,50%

 

Il terzo punto è quello di stabilizzare la domanda in questi paesi, perché altrimenti gli sforzi nel campo della R&S e nel campo dell’educazione non serviranno a nulla. Questa stabilizzazione della domanda può passare attraverso la ristrutturazione o costruzione di infrastrutture, ma anche sostenendo la domanda di alcune categorie della popolazione. Calcolate in punti percentuali del PIL di ciascun paese, queste spese ammontano annualmente, per un periodo di dieci anni, a :

 

Spagna 3,00%
Italia 2,50%
Portogallo 4,00%
Grecia 6,00%

 

Se sommiamo queste spese, da finanziare mediante trasferimenti di bilancio dai paesi del “nord” della Zona Euro, si arriva al totale seguente, che ricordiamo è la cifra annuale calcolata sulla base di un recupero in 10 anni (!) degli scarti di questi diversi paesi:

 

  Contributo in% del PIL, per recuperare il ritardo in R & S Contributo in% del PIL, per recuperare il ritardo in materia di istruzione Contributo in% del PIL, per rilanciare la domanda Totale (% del PIL per ogni paese) PIL2011 per ogni paese in Mlrd euro Importo dell’aiuto annuale in Mlrd euro nell’ipotesi di trasferimenti federali
Spagna 3,16% 2,00% 3,00% 8,16% 1.063,36 86,76
Italia 3,28% 2,00% 2,50% 7,78% 1.580,22 122,99
Portogallo 3,11% 3,00% 4,00% 10,11% 170,93 17,27
Grecia 4,77% 3,50% 6,00% 14,27% 215,09 30,69

 

Il totale ammonta quindi a € 257,71 miliardi di euro all’anno. Questo non è il totale di tutti i trasferimenti – vi sono le esigenze di altri paesi -, e  non comprende il contributo comunitario (che è un costo netto per paesi come la Germania e la Francia), ma copre solo i bisogni necessari perché la zona euro possa sopravvivere, al di fuori dei bisogni finanziari immediati, che già implicano un significativo contributo di Germania e Francia.”

 

 

5) LE CIFRE NON TORNANO NEANCHE UN PO’

Va quindi considerato che il bilancio ipotizzato nel libro citato in apertura, non si riferisce ai trasferimenti (per sostenere le funzioni esercitate dai singoli Stati), ma proprio alle funzioni stesse: cioè all’ammontare globale della spesa che continuerebbero pro-quota (proporzionale) a sostenere tutti i paesi per l’insieme dei compiti corrispondenti a ciascuna funzione. Tale bilancio, in tal modo, include anche quanto, in proporzione esatta del PIL, verrebbe ovviamente speso in Germania.

Ed allora le cifre non tornano neanche un po’
Secondo Sapir, – cioè secondo un calcolo minimale ma condotto con serietà-, solo per recuperare il ritardo in investimenti per la “ricerca”, all’Italia e alla Spagna dovrebbero essere attribuiti oltre 3 punti del rispettivo PIL a titolo di trasferimenti, evidentemente aggiuntivi rispetto alla contribuzione. E a carico prevalentemente della Germania. E sugli altri settori le cifre sono altrettanto eloquenti.

La Bonino, invece, ipotizza 0,7 punti di PIL (europeo? eurozona? Parrebbe la prima ipotesi) per le politiche di redistribuzione sociale e regionale, cifra cui pare logico sottrarre l’attuale ammontare dei fondi UE per lo sviluppo, pari a circa 0,5 punti di PIL-UE (dato che tali fondi parrebbero essere assorbiti dal nuovo sistema ipotizzato).

Il che, in base ad una semplice sottrazione, porta appunto l’ammontare (UE, e quindi non soltanto UEM) dei trasferimenti addizionali al rimanente 0,2%: si tratterebbe di circa…28 miliardi di intervento “puntuale ed efficace” per risolvere la crisi, e riferito a tutta l’UE!

Rimanendo nella zona UEM, più pragmaticamente, – perché questa è la posta di sopravvivenza in gioco-, va detto che il relativo PIL si aggira sui 10.000 miliardi e qualchecosa.

La cifra indicata da Sapir, – che include solo i calcoli su Italia, Spagna, Portogallo e Grecia, e solo i trasferimenti “minimi di sopravvivenza” e che, come precisa, esclude appunto i fondi europei a bilancio nell’UE -, corrisponde (per i soli paesi indicati e per il limitato range di intervento ipotizzato), a oltre 2,5 punti di PIL dell’eurozona, cioè a ben oltre 12 volte quanto ipotizzato dalla Bonino nel suo libro, (in quanto operato con riferimento all’intero PIL UE, che si aggira sui 14.00 miliardi di euro).

Insomma, il federalismo “leggero” (per una gestione della crisi “più puntuale ed efficace”) non solo sarebbe di dimensioni finanziarie non realisticamente idonee a risolvere nulla, ma, permanendo le asimmetrie (di sviluppo, di fattori socio-economici, quindi di crescita) nella forbice attuale, le perpetuerebbe. Fino all’inevitabile collasso.

E comunque, sia detto tra noi e qualche centinaio di milioni di europei, la Germania non accetterebbe mai neppure il federalismo “lite”: dovesse costargli anche 1 solo centesimo in più dei contribuenti tedeschi (…almeno così dicono).

 

Luciano Barra Caracciolo

 

Per chi volesse approfondire l’argomento: http://orizzonte48.blogspot.it/2013/04/il-federalismo-lite-della-bonino-e-i.html

 

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