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I SINDACATI IRRILEVANTI

 

I sindacati in Italia sono oggetto di sentimenti tanto forti quanto contrastanti. C’è chi li reputa all’origine del miglioramento delle condizioni salariali dei lavoratori dipendenti e c’è chi li reputa la causa prima del declino economico dell’Italia. Ogni discussione sul sindacato somiglia ad una guerra di religione, perché nessuno è disposto a fare marcia indietro. Non si tratta di fanatismo irragionevole: ognuno crede sinceramente di difendere l’interesse del Paese e questo induce atteggiamenti appassionati e a volte addirittura aggressivi.

Attualmente tuttavia è come se il problema fosse un po’ passato di moda. In questo crepuscolo economico che dura da troppi anni, i sindacati sono diventati meno visibili: non organizzano scioperi epocali, non combattono battaglie epiche. Perfino quando si tratta di temi scottanti come l’Alitalia o la Luxottica, e si prospettano tagli di migliaia di posti di lavoro, prima sembra che debba scoppiare la Terza Guerra Mondiale, poi tutto si acqueta. Perché la forza dei fatti è irresistibile. Ciò prova quanto sia sbagliata la discussione di cui si parlava all’inizio: fondamentalmente i sindacati non sono né all’origine del benessere dei lavoratori né all’origine dell’attuale crisi.

Da quando è nato, a partire dalla prima metà dell’Ottocento, il sindacato è stato visto come uno strumento per lottare contro l’avidità del datore di lavoro. Il dipendente, in quanto contraente debole rispetto all’imprenditore (o allo Stato in quanto datore di lavoro) da solo avrebbe avuto ben poco potere contrattuale rischiando di essere pesantemente sfruttato. In realtà non è il caso di sottoscrivere le tesi estremiste. Non tutti i datori di lavoro sono delle sanguisughe, non tutti i lavoratori sono battifiacca esosi. C’è ogni genere di datori di lavoro e ogni genere di lavoratori. È altro, ciò che interessa.

Con la rivoluzione industriale si è avuta una concentrazione dei lavoratori – mentre prima i contadini era sparpagliati – e un aumento della ricchezza prodotta. La concentrazione ha condotto all’associazione, l’aumento della ricchezza ha posto il problema della sua suddivisione. E dal momento che ognuno tende naturalmente ad ottenere il massimo, la spartizione ha sempre avuto luogo a muso duro: il lavoratore ha minacciato lo sciopero, il datore di lavoro il licenziamento o la serrata. Ma tutto ciò ha riguardato la facciata. Non è la discussione fra le parti, è la tecnologia industriale che ha fatto sì che i lavoratori abbiano guadagnato sempre di più: sia perché producevano più ricchezza di prima, sia perché, se non accontentati, potevano andare a lavorare altrove. Infatti il miglioramento del livello di vita si è avuto sia nei Paesi che hanno inventato i sindacati (Gran Bretagna, fino ad arrivare al closed shop) sia in quelli che gli hanno concesso meno spazio (Svizzera). Se i prestatori d’opera hanno avuto fette di torta sempre più grandi non è perché ne lasciavano sempre meno agli imprenditori, ma perché le stesse torte erano più grandi.

Ma un’illusione prospettica ha prevalso sulla realtà. Si sono create delle leggende: si è creduto che i miglioramenti ottenuti fossero merito delle “lotte” dei lavoratori, invece che della loro produttività, e che si potesse chiedere indefinitamente di più, visto che insistendo si era sempre ottenuto qualcosa. A questi pregiudizi ha posto un termine brutale l’attuale crisi, ricordando che in tanto si può ottenere qualcosa di più, in quanto ci sia qualcosa di più da spartire. Nemo dat quod non habet, nessuno può dare quello che non ha. Oggi, se i lavoratori e i loro sindacati, abbarbicati ad abitudini e norme sul lavoro forse valide in un altro contesto economico, insistono nelle loro richieste, l’impresa o chiude la fabbrica oppure va ad aprirla altrove.

Ecco perché i sindacati sembrano ogni giorno più irrilevanti. Non perché siano divenuti più ragionevoli, non perché abbiano imparato qualche regola economica, semplicemente urtano contro il fatto che la controparte non ha più nulla da dare. Si pensi all’Alitalia: oggi l’alternativa evidente, anche per una grande impresa (di quelle che lo Stato salvava con i soldi dei contribuenti) è la chiusura.

A chi dice che il vino rosso fa male bisogna segnalare che l’affermazione, così formulata, è insostenibile. Infatti bisogna chiedere: quanto vino? Un bicchiere a pasto – dicono i medici – migliora la nostra digestione. Nello stesso modo i sindacati, nella giusta dose, sono una cosa buona. Soprattutto quando si tratta di difendere il singolo lavoratore maltrattato, anche se di ciò si occupano pochissimo. Se invece si è ancora convinti che essi possano spremere soldi dalle pietre, potrebbero dimostrarsi nocivi. C’è mancato poco che, per motivi ideologici, la Cgil provocasse il licenziamento di tutti i dipendenti dell’Alitalia, col fallimento della compagnia.

Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it

23 agosto 2014

 

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