Economia
“Giusto salario”, La risposta del governo per i bassi salari che supera lo slogan del salario minimo

Con l’approvazione del cosiddetto decreto 1° maggio 2026 (dl 30.04.2026, n. 62) il Parlamento ha scelto di intervenire sulla tutela dei lavoratori con retribuzioni basse. A differenza di quanto avviene nella maggior parte dei Paesi europei, non viene introdotto un salario minimo fissato per legge, ma viene rafforzato il ruolo della contrattazione collettiva, individuando nei contratti nazionali stipulati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative il parametro di riferimento per definire il cosiddetto “salario giusto”.
La riforma si inserisce in un dibattito alimentato negli ultimi anni dalla crescita del fenomeno del lavoro povero, dalla diffusione dei cosiddetti contratti pirata e dalle numerose pronunce della giurisprudenza sull’applicazione dell’articolo 36 della Costituzione (“il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro, sufficiente a garantire a sé e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa.”). Parallelamente, la direttiva (UE) 2022/2041 sui salari minimi adeguati ha riacceso il confronto sulle modalità attraverso cui gli Stati membri garantiscono una retribuzione sufficiente, pur lasciando agli ordinamenti nazionali la scelta degli strumenti con cui perseguire tale obiettivo. In questo contesto il Governo ha scelto di rafforzare il sistema della contrattazione collettiva anziché introdurre una soglia salariale uniforme.
Per anni invece buona parte della sinistra ha ridotto il problema dei bassi salari a un’unica proposta: fissare per legge una soglia oraria uguale per tutti, il cosiddetti salario minimo. Una soluzione comunicativamente semplice, ma molto meno semplice da applicare in un mercato del lavoro come quello italiano, caratterizzato da centinaia di settori, qualifiche differenti, tredicesime, quattordicesime, indennità, welfare contrattuale e oltre mille contratti collettivi depositati al CNEL. sono in molti a definire la misura del salario minimo in certi addirittura controproducente e peggiorativa per le condizioni contrattuali di molte categorie di lavoratori.
Il cosiddetto decreto del Primo maggio, invece, sceglie una strada diversa e potenzialmente più incisiva: il “giusto salario”. Non introduce un numero valido indistintamente per ogni lavoratore, ma rafforza il ruolo dei contratti collettivi sottoscritti dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative, assumendo come riferimento il Trattamento economico complessivo, il TEC. L’Osservatorio sui conti pubblici italiani dell’Università Cattolica definisce la riforma un cambiamento potenzialmente radicale, perché prova a dare concreta attuazione all’articolo 36 della Costituzione e a chiudere lo spazio al dumping salariale e ai cosiddetti contratti pirata.
La differenza rispetto al salario minimo legale è sostanziale. Una soglia oraria fotografa soltanto la paga base. Il TEC comprende invece le componenti fisse e continuative della retribuzione, le mensilità aggiuntive, le indennità, la previdenza complementare, l’assistenza sanitaria e gli altri elementi economici riconosciuti dal contratto. Inoltre, varia in base alla mansione, al livello professionale e al settore: un operaio specializzato non viene trattato come un lavoratore alla prima esperienza e un addetto del commercio non viene automaticamente assimilato a un metalmeccanico.
È proprio qui che la misura supera l’impostazione propagandistica del “9 euro per tutti”. Il problema dei salari italiani non nasce soltanto dall’assenza di una soglia legale, ma dalla proliferazione di contratti sottoscritti da sigle scarsamente rappresentative, dai ritardi nei rinnovi, dalla bassa produttività e dalla possibilità per alcune imprese di scegliere contratti economicamente più convenienti ma meno tutelanti. A giugno 2025 risultavano depositati al CNEL 1.038 contratti collettivi nazionali; 482 si applicavano a meno di cento addetti e altri 202 a meno di cinquecento. È in questa frammentazione che si annida una parte consistente del dumping contrattuale.
Il decreto prova a intervenire anche su altri due fronti. Le imprese che chiedono incentivi pubblici dovranno garantire almeno il trattamento economico individuato dal contratto leader del settore. Inoltre, le offerte pubblicate sulla piattaforma pubblica SIISL dovranno indicare il contratto applicato, il codice CNEL e il relativo trattamento economico. Dopo nove mesi dalla scadenza di un contratto è poi previsto, salvo diverso accordo tra le parti, un adeguamento pari al 50% dell’inflazione misurata dall’IPCA al netto dell’energia importata. La misura non risolve il problema dei rinnovi tardivi, ma impedisce che l’attesa ricada interamente sui lavoratori.
Questa impostazione è coerente anche con la direttiva europea sui salari adeguati, che non obbliga tutti gli Stati ad adottare un minimo legale e riconosce esplicitamente il valore dei sistemi fondati su una contrattazione collettiva solida e molto estesa.
Ciò non significa che il salario minimo sia sempre inutile o necessariamente dannoso. La letteratura economica mostra risultati diversi a seconda del livello fissato, del mercato considerato e delle categorie coinvolte. L’OCSE rileva che aumenti ben calibrati possono sostenere i redditi più bassi e ridurre la povertà lavorativa; nello stesso tempo, rialzi troppo elevati o scollegati dalla produttività possono comprimere l’occupazione, soprattutto nei settori fragili e tra giovani e lavoratori a termine. In Spagna, per esempio, un aumento del 22% del minimo legale ha accresciuto in media del 5,8% i guadagni mensili dei lavoratori direttamente interessati, ma ha prodotto anche una riduzione dell’occupazione dello 0,6%, più marcata tra i contratti temporanei.
Il rischio, dunque, non è il salario minimo in sé, ma l’idea che basti fissare una cifra per risolvere il lavoro povero. Un livello troppo basso sarebbe irrilevante; uno troppo alto potrebbe spingere alcune imprese verso il lavoro nero, ridurre le assunzioni o schiacciare le differenze tra qualifiche. Soprattutto, una soglia unica non affronta produttività, formazione, costo del lavoro, rinnovi contrattuali, carriere e qualità dell’occupazione.
Il cuore della riforma è rappresentato dall’introduzione del principio del salario giusto. Il decreto non indica una soglia minima e uniforme del salario giusto, ma individua il parametro di riferimento nel trattamento economico complessivo (TEC) previsto dal contratto collettivo stipulato dalle associazioni datoriali e sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale applicabile al settore di appartenenza. Il TEC comprende le voci retributive fisse e continuative, dirette, indirette e differite dei lavoratori subordinati; rientrano in questa definizione la paga base, le mensilità aggiuntive (tredicesima ed eventuale quattordicesima), le indennità fisse e continuative (ad esempio indennità di turno e di reperibilità), e il welfare contrattuale riconosciuto alla collettività dei dipendenti (come assistenza sanitaria e previdenza complementare)
La riforma, quindi, non va celebrata come una soluzione automatica. Ma segna un cambio di impostazione importante: non una cifra decisa dalla politica e sovrapposta a ogni settore, bensì il rafforzamento della buona contrattazione, l’eliminazione dei contratti pirata e il riconoscimento dell’intero valore economico del lavoro.
La sinistra continua a presentare il salario minimo come l’unica risposta possibile. Il Governo prova invece a costruire un modello più aderente alla struttura produttiva italiana. La vera prova sarà l’attuazione: se parti sociali, CNEL, ispettori e magistratura riusciranno a rendere effettivo il TEC dei contratti più rappresentativi, il “giusto salario” potrà essere molto più di un’alternativa al salario minimo. Potrà diventare il primo tentativo organico di impedire che la concorrenza tra imprese venga giocata al ribasso sulla pelle dei lavoratori.










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