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Cryptocurrencies: inizia l’era della moneta endogena di Paolo Savona

 

La Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea ha reso noto noto uno studio sulle criptovalute rendendo conto dei progressi conoscitivi e delle iniziative già prese in materia delle banche centrali e fornendo un’ampia documentazione delle ricerche fatte in argomento dall’Accademia.

Il lavoro curato da Morten Bech della BRI e da Rodney Garrat dell’Università della California di Santa Barbara solo marginalmente tocca il problema principale, quello di quali saranno gli effetti sulla politica monetaria e, più in generale, sulla politica economica, un tema sul quale, unico, si è già soffermato questo giornale. La loro analisi tratta in particolare della convenienza o meno per le banche centrali di entrare nel circuito delle criptomonete, ponendosi il problema se devono operare all’ingrosso o al dettaglio con una loro criptomoneta (a cui hanno dato l’ostico acronimo CBCC), e delle conseguenze che la diffusione della moneta elettronica avrà sul circuito del danaro sporco, con uno specifico riferimento all’impatto sull’evasione fiscale; questi sono problemi di una certa rilevanza, ma non quelli che maggiormente devono preoccupare, in primis la perdita della sovranità monetaria degli Stati (e nel caso dell’Europa, dell’eurosistema, non essendoci dietro uno Stato, ma un trattato internazionale) e del potere di governare la quantità di moneta da parte delle banche centrali, ovviamente inclusa la BCE.

Con le cryptocurrencies l’offerta di moneta diviene endogena, ossia è decisa dal mercato, con le conseguenze ben note in letteratura. Non è necessario essere monetaristi per ritenere che una moneta le cui quantità sono fuori controllo delle autorità non solo perde la caratteristica di fungere da argine all’inflazione, ma anche di governare gli squilibri finanziari e fare quel poco che può per sostenere la crescita.
Di fronte a questa possibilità, che non riguarda il futuro ma già il presente, domandarsi se conviene o meno alle banche centrali e, ovviamente agli Stati, entrare nel circuito della moneta elettronica non può riguardare né l’esiguità della dimensione attuale delle criptomonete (perché il processo è già in corso e può assumere dimensioni rilevanti non appena i possessori di moneta capiscono la sicurezza e la trasparenze per se stessi del marchingegno blockchain); né se conviene o meno alle banche centrali entrare nel “business” (perché va ben oltre un business che per esse non esiste); né di tentare di impedire che in esso alberghino i frutti della criminalità organizzata e dell’evasione fiscale (perché la tecnologia blockchain di cui si avvalgono non lo consente).

Il problema dello sviluppo delle criptomonete va ben oltre: gli Stati si devono impossessare del meccanismo elettronico ideato dal misterioso Signor Satoshi Nakamoto, perché esso è la nuova forma di creazione monetaria, la quarta fase della sua evoluzione, passata dalle forme convenzionali fisiche a quelle metalliche pregiate (oro e argento) e a quelle scritturali. Essi dovrebbero proibire la creazione di criptomonete con una legislazione simile a quella che presiede alla falsificazione dell’attuale moneta; ciò non consentirà alle autorità di impedire che circolino bitcoin o altre cryptocurrencies, come non sono in condizione di bloccare l’operatività dei paradisi fiscali e monetari, ma il loro uso sarebbe un reato perseguibile. La proibizione avrebbe successo se decisa da uno Stato autoritario, come va accadendo in Cina, ma se così fosse la moneta diverrebbe un’espressione di quella riduzione delle libertà che va acquisendo peso nel mondo. Poiché però le criptomonete poggiano sull’etere e non sul territorio, il loro governo richiede di raggiungere un accordo internazionale di cooperazione in materia.

Quanto prima si giunge a questa soluzione, tanto meglio sarà. Perciò mi sono permesso di sostenere che a Jackson Hole i banchieri centrali si sarebbero dovuti dedicare a questo compito, individuando il da farsi, invece di discutere di un “ritorno alla normalità” delle loro politiche monetarie dopo la fase di accondiscendenza, perché questa loro impostazione si sarebbe dovuta saldare immediatamente con la nuova frontiera della moneta elettronica. Sarebbe anche opportuno che siano le banche centrali a prestare il nuovo servizio dei pagamenti a costi accessibili avendo centri elettronici a buon livello e ben organizzati; se si consente che le grandi banche internazionali si impossessino del meccanismo, come vanno facendo e in parte hanno già fatto, sarà difficile rinazionalizzare il sistema dei pagamenti elettronici perché, sottraendo loro il servizio, le metterebbero nuovamente in crisi, avendo esse già in corso di attuazione strategie bancarie basate sui guadagni provenienti dal sistema dei pagamenti.

Questa funzione va obbligatoriamente svolta dallo Stato non solo perché è il sangue che circola nel corpo economico e lo fa vivere, ma perché, essendo su basi fiduciarie, solo esso può garantirne il buon funzionamento, come la recente esperienza insegna. Occorre quindi intervenire con prontezza, prendendo le decisioni necessarie, per garantire la sopravvivenza della sovranità monetaria pubblica e spingere le banche a svolgere la loro indispensabile attività di magistrati del merito di credito per migliorare le loro insoddisfacenti performance in materia.

Paolo Savona, Milano Finanza 7.10.17

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